Diario minimo: visioni (auto)biografiche tra Bologna, Ravenna, Rovigo e ancora Ravenna

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Hippolyte Bayard, Autoritratto in forma di annegato, 1840

 

Un possibile fil rouge, privato e del tutto anti-epico, pare connettere alcune proposizioni performative incontrate nelle ultime settimane. Brevi note, a partire da un fotografo contestatore.

In principio fu Hippolyte Bayard, il suo celeberrimo Autoritratto in forma di annegato, proto-performance (era il 1840) che proponeva una fonda questione alla nostra idea -di matrice classica- di autorialità e finanche di artisticità (il signor Bayard è la persona ritratta, dunque non è né autore materiale dello scatto né portatore di una riconoscibile téchne, giacché l’azione che compie è del tutto ordinaria e, in ogni caso, «il lavoro è fatto da una macchina, non espressione della perizia di un essere umano», come ebbe a lamentare un inaspettatamente conservatore Charles Baudelaire) e, al contempo, poneva un fatto privato al centro dell’opera (nello specifico: una veemente protesta per il mancato riconoscimento della paternità dell’invenzione della fotografia, con i connessi danni economici dovuti al brevetto e relativo guadagno venuti meno).

 

Nan Goldin, Brian on the Toilet, New York City, 1982

 

Analogamente, visioni e accadimenti personali, ben distanti da ogni eroismo e qualsivoglia manifesta grandeur hanno caratterizzato, stilisticamente e/o contenutisticamente, le fotografie di Nan Goldin e Arnulf Rainer, di Urs Lüthi e Wolfgang Tillmans o, per restare nel nostro Paese, di Luigi Ghirri e Franco Vaccari.

A lungo si potrebbe continuare, ma questi minimi riferimenti possono forse essere sufficienti a evocare un’attitudine autoriflessiva e (auto)biografica che abbiamo ritrovato (in diversissime forme e livelli di compiutezza, va da sé) in alcune proposizioni performative incontrate nelle ultime settimane tra Emilia Romagna e Veneto.

Ciò, ça va sans dire, non è in sé in alcun modo indice di scarso valore o interesse, giacché lungi da noi la convinzione, convenzionalmente americana, che “the bigger the better”.

Fatto questo fin troppo lungo preambolo, occorre ora restituire, seppur per brevi tratti, ciò che abbiamo visto o, meglio, esperito.

 

CiRCA69, The Third Day @ perAspera Festival

 

Il Festival (inter- o post-disciplinare) perAspera di Bologna si è aperto e chiuso con due accadimenti ideati dall’artista inglese Simon Wilkinson. Il primo, The Third Day, da lui proposto con il nom de plume CiRCA69, è un’esperienza di realtà virtuale in cui lo spettatore è munito di occhialoni che permettono l’immersione individuale in un luogo che accade e si modifica proprio grazie alla presenza, e ai minimi movimenti, del fruitore stesso. Risuonano il filosofo gesuita Michel de Certeau e la sua riflessione sulla «necessità di fondare il luogo da cui si parla» in questa esperienza, nella quale il dato biologico del guardante è ontologicamente necessario all’accadimento stesso. Detto diversamente: se io non indosso gli occhialoni, se non guardo e non mi muovo, non succede nulla.

Opera aperta, l’ha definita quel geniaccio di Eco quasi mezzo secolo fa: che accade, si completa, consiste ed esiste grazie al fruitore, secondo un’idea di artista come di iniziatore di un processo che poi da lui (lei) deve prescindere: analogamente al sopra citato Vaccari con la celebre installazione alla Biennale, Wilkinson si fa attivatore di un accadimento che auspica divenire autonomo.

Per vie più analogiche anche A Unique Spectacular Moment, da Wilkinson progettato insieme a Myra Appannah, persegue il medesimo obiettivo: performance immersiva da eseguire con un altro (sconosciuto) spettatore, l’accadimento (ri)chiede una sequenza di minime azioni nello spazio e altrettanto minute, private e imprevedibili condivisioni. Tralasciando ogni riflessione sulla reale possibilità dell’invocata sincerità in un contesto esperito nei termini proposti dal duo (che ci porterebbe fuori dal presente discorso), A Unique Spectacular Moment suggella un intrigante «dualismo etimologico» del termine persona che, vale forse ricordarlo, proviene del latino persōna e questo dall’etrusco phersu: maschera dell’attore, personaggio.

 

Giselda Ranieri, T.I.N.A. (There Is No Alternative) @ Festival Ammutinamenti – foto di Dario Bonazza

 

In un unico, ahinoi veloce passaggio ad Ammutinamenti, storico Festival di Danza Urbana e d’Autore di Ravenna, abbiamo assistito, fra gli altri, al solo T.I.N.A. (There Is No Alternative), nel quale Giselda Ranieri dà corpo, con preciso vigore, a una partitura vocalica e fisica in cui un io frammentato compie una progressione costituita di scatti stilizzati, autoinganni essenziali delle linee del corpo che si spezzano e sovrappongono e vocalizzi dal sapore fumettistico: una parabola che dall’iniziale costipata afasia progredisce, mediante una forse un po’ sovrabbondante sequenza di scene staccate, verso un dire sempre meno disgregato e una via via più piena espressione (o meglio: manifestazione) fisico-vocalica.

 

Scarlattine Teatro, Hamlet Private

 

Alla quindicesima edizione del benemerito Festival Opera Prima curato a Rovigo dal Teatro del Lemming abbiamo esperito, nell’arco di una densa giornata, alcune esemplari espressioni della tendenza che stiamo cercando di sintetizzare.

Ai fini del nostro piccolo discorso, vale ora ricordare innanzi tutto Hamlet Private di Scarlattine Teatro: nomen omen, la proposta localizza in un territorio programmaticamente individuale la rilettura del capolavoro shakespeariano: sia il setting che il linguaggio riproducono quelli della cartomanzia, con l’attrice in funzione (atavicamente?) divinatoria e il celeberrimo testo usato come occasione per affacciarsi su una dimensione altra e, al contempo, del tutto personale (organicamente a tale attitudine, lo spettatore è invitato a lasciar traccia scritta della propria esperienza su un diario messo a disposizione).

Il progetto Momec_Memoria in Movimento ha dato occasione a un manipolo di cittadini di offrire in dono oggetti autobiograficamente significativi, che sono andati a comporre prima una installazione e poi un rituale di scambio, decisamente connotato emotivamente, accompagnato da libere narrazioni legate all’oggetto che si stava donando.

 

Joshua Morten, Romeo, Romeo, Romeo @ Festival Opera Prima

 

Il coreografo Joshua Morten ha proposto, in prima nazionale, Romeo, Romeo, Romeo, nel quale l’eterno tema della seduzione tra performer e pubblico viene agito con smaccata ironia (nel senso socratico di distanza) da quattro danzatori che di volta in volta si rivolgono a uno spettatore, declinandolo in un incontro di individualità: un rapporto one-to-one che si appella a ciascuno in una partitura di smaccato esibizionismo, sincroni in cerchio su musiche dal sapore popolare, animalità (rap)presentata nella generale ilarità.

 

Mariangela Gualtieri @ Festival Opera Prima

 

A tutt’altra ecceità si rivolge, nello spazio pubblico di un giardino nel centro della città, il dire di Mariangela Gualtieri, poeta sempre più trasparente nell’officiare insieme a chi ascolta un’asciutta e al contempo partecipe cerimonia del dono, o meglio della consegna, di versi che ogni astante è chiamato a processare e, ancor prima, a far esistere attraverso l’ascolto. Opera aperta, ancora.

 

Teatro delle Albe e Teatro delle Ariette, Pane e petrolio – foto di Sara Colciago

 

Questo veloce, insufficiente attraversamento dei «tanti ii» (per dirla con Sanguineti) che la scena da noi incontrata nelle ultime settimane ha tenuto come scaturigine e/o referente del proprio accadere termina con un veloce accenno a Pane e petrolio, coproduzione Teatro delle Albe e Teatro delle Ariette su cui torneremo con più compiutezza in altra sede. Quattro celebranti sono dediti a condividere con i commensali un umanissimo, laico rito dell’incontro, del nutrirsi di cibo e storie. Come non pensare a un misterioso spettacolo dell’Odin Teatraet visto a Bagnacavallo, mille anni fa, che si apriva con il regista Eugenio Barba impegnato a versare vino rosso ai convenuti: penombra, due lunghe tavole e file di bicchieri, nel silenzio solamente il suono del liquido rosso. Comunità temporanee riunite alla comune ricerca di qualcosa di tanto impalpabile quanto necessario. Analisi molto più complesse andrebbero spese sul com-movente (in senso letterale) rapporto che lega questi umani che si e ci raccontano, individualità spalancate verso un’universalità resa possibile dal rigore di una forma geometrica e carnosa, minimale e succulenta: esempio di indimenticabile teatro rasico e rituale, per tutti e per ciascuno.

 

MICHELE PASCARELLA

 

info: perasperafestival.org, cantieridanza.it, festivaloperaprima.it, teatrodellealbe.com, teatrodelleariette.it

 

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