La mia Africa, senza mimetismo né folklore. Conversazione con Roberto Castello

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Roberto Castello, Mbira - foto di Piero Tauro

 

Il coreografo ha appena presentato il fortunato spettacolo In girum imus nocte et consumiur igni a Maputo, in Mozambico, dove ha anche condotto un workshop dedicato agli artisti del luogo. Fra pochi giorni porterà il recente concerto di musica, danza e parole “africane” Mbira a Genova, nell’ambito della rassegna Resistere e Creare. L’abbiamo intervistato.

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In girum imus nocte et consumiur igni in scena in Mozambico: tre sorprese che questo incontro ha generato.

Abbiamo presentato In girum imus nocte et consumimur igni nel quadro del Kinani, un Festival piattaforma a cadenza bi/triennale che ormai ha una decina di anni ed è il risultato di un serio ed estremamente efficace lavoro di promozione della danza contemporanea in Mozambico. A Maputo ci sono coreografi notevolissimi che ragionano e agiscono in una logica internazionale, intra africana ma anche extra africana. Gli autori mozambicani infatti, per quanto quasi mai tocchino il nostro Paese, spesso vengono anche in Europa con i loro lavori, o come interpreti o insegnanti. Hanno quindi molto chiaro cosa avviene al di fuori del Mozambico e dell’Africa. Questo ha costruito una generazione di autori e interpreti sorprendentemente ricca, capace di esprimere un livello tecnico e di ideazione insospettabile. A Maputo abbiamo visto una situazione che ha poco a che vedere con l’idea di Africa che spesso si ha in Italia.

La seconda sorpresa è stata l’accoglienza davvero calorosa che il numeroso pubblico ha tributato al nostro lavoro, per quanto molto radicale. Chiacchierando nei giorni seguenti, è risultato chiaro che non ci sono stati equivoci interpretativi dovuti alla grande distanza geografica, e quindi anche culturale. I nostri intenti sono stati compresi e calorosamente condivisi. Il che era tutt’altro che ovvio.

La terza è stato l’interesse che l’impianto illuminotecnico dello spettacolo ha generato nei molti giovani light designer e autori che fiancheggiano questa nascente scena di danza e teatro mozambicana.

A Maputo hai condotto un workshop dedicato agli artisti del luogo. Quali accorgimenti ha richiesto, lavorare con tale “materiale umano”?

Ho trovato ottime danzatrici e danzatori di ogni colore, molti dei quali con importanti esperienze di studio o di lavoro in Sudafrica, in Europa o negli USA. È stato facile, piacevole e coinvolgente condividere con loro la mia esperienza e il mio metodo di lavoro.

 

Maputo – Mafalala – foto di Mariano Nieddu

 

Materiale Umano è anche il sottotitolo dell’edizione 2019 della rassegna Resistere e Creare, nell’ambito della quale martedì 3 dicembre presenterai il tuo concerto di musica, danza e parole Mbira. Tra l’approccio interculturale, che tende ad accostare le diversità, evidenziandole, e quello transculturale, che ricerca ciò che precede o comunque costituisce un elemento altro rispetto alle peculiarità culturali, quale è più pertinente, rispetto a questa opera?

Non parlerei di interculturalità né di transculturalità. Per me gli spettacoli sono sempre il frutto di un percorso di apprendimento e questo è vero anche per Mbira. Tutto è partito dall’osservazione che l’arte africana, sia nelle arti visive che in musica e in danza, ha influenzato profondamente l’arte occidentale del ‘900, ma raramente gli autori che a lei si sono ispirati hanno citato la fonte. L’approccio coloniale di sfruttamento del continente africano insomma ha più o meno consapevolmente caratterizzato anche l’arte. In questo tempo in cui nel nostro Paese si parla spesso di Africa senza avere idea di cosa sia, Mbira vuole semplicemente evidenziare tutto ciò utilizzando forme e modalità africane senza però alcun intento mimetico o folklorico. La forza dell’arte africana deriva dal suo avere intenti diversi da quelli che animano storicamente quella occidentale. A parte l’eccezione dell’Etiopia, in Africa prima dell’arrivo degli arabi e degli europei non è mai esistita alcuna forma di scrittura. La cultura africana è profondamente orale e non mira a celebrare il genio di autori che creano opere sublimi proiettate verso l’eternità, ma a creare opere profondamente calate nel presente e soprattutto rivolte a una comunità di cui l’autore è parte. Questa è una differenza di prospettiva che a uno sguardo frettoloso può sembrare secondaria ma che ha invece un ruolo fondamentale nel determinare il senso e il sapore delle opere stesse.

Mbira vuole insomma rendere innanzitutto merito alla cultura africana di incarnare valori che l’arte occidentale ha smarrito, o forse non ha mai veramente avuto nelle sue forme colte, che dovrebbero essere considerati con un rispetto diverso da quello che normalmente si attribuisce loro. Da questo discende la forma che lo spettacolo ha finito per assumere.

Definite Mbira uno spettacolo “per piazze e teatri”: in quale maniera il lavoro è programmaticamente e concretamente modificabile da ciò che può accadere, ad esempio, in una piazza?

Mbira non cambia a seconda delle situazioni, sono le situazioni a mettere il pubblico in un rapporto diverso con lo spettacolo. La stessa cosa presentata in teatro o in una piazza per pubblico non pagante finisce per ottenere esiti diversi. Mbira si rivolge a chiunque abbia voglia di prestare attenzione, sia che sia seduto in teatro e abbia pagato un biglietto, sia al passante occasionale che in piedi in una piazza segue lo spettacolo ballando.

 

Mbira – foto di Mario Lanini – Kanterstrasse

 

Puoi dare le tue sintetiche e concrete definizioni di tre parole, ci rendiamo conto, smisurate: esperienza, arte, politica?

L’esperienza è quella cosa che si accumula facendo e non può più di tanto essere trasmessa, arte è quella cosa che serve a mantenere la mente aperta mettendo sistematicamente in discussione tutte le certezze, la politica è la responsabilità di ciascuno verso gli altri e verso il mondo: è quella cosa che ognuno fa ogni volta che sceglie o compie un’azione.

Tu sei innanzi tutto un artista, non un assistente sociale né un educatore. In che modo la tua arte si nutre di questi temi e incontri?

Durante la fase di preparazione si mettono a fuoco delle cose che poi si prova ad articolare in termini teatrali. Siamo parte di un mondo complesso che costantemente interpretiamo e comunichiamo. Di questo mondo fanno parte anche i sentimenti, le emozioni che ci suscita ciò che abbiamo intorno. Non credo che l’argomento, il tema di un lavoro, sia in definitiva così importante. Il tema è ciò di cui si parla quando si racconta lo spettacolo. Lo spettacolo però è tutt’altro. Sono le scelte linguistiche e drammaturgiche che si fanno, il modo in cui si articola il discorso in gesti, suoni, parole, immagini e luci.

Mbira si presenta come una sorta di inno al principio di piacere, alla gioia, alla libertà. Dal tuo punto di vista le persone che partecipano a questo spettacolo cosa riportano nel loro quotidiano, dell’esperienza che vivono con voi?

Forse bisognerebbe chiederlo a chi ha visto lo spettacolo. Posso solo dire che, per chi lo interpreta, è forse, fra tutti quelli che ho fatto nella mia ormai non breve carriera, il più piacevole, gioioso e liberatorio. Spero che, almeno in parte, anche per il pubblico sia così. Credo che vivere un momento di pura gioia collettiva sia sempre qualcosa che fa bene, che ci riconcilia con una dimensione non egocentrica e solitaria dell’esistenza.

 

Mbira – foto di Carlo Carmazzi

 

Marginalità e situazioni sociali complesse sono da moltissimo tempo oggetto dell’indagine di molti artisti. Perché, secondo te?

Non considerare questa una risposta, ma Mbira non è un lavoro a sfondo sociale. È un discorso su oralità e verbalità che giustappone una concezione della vita personale e sociale eminentemente razionale, proiettata verso la costruzione del futuro con una concezione della vita basata sulla relazione. È qualcosa che ha a che fare con la sfera artistica ma anche tantissimo con quella sociale ed economica, è un timido tentativo di suggerire che a volte si potrebbe anche guardare alle cose a alle persone con occhi e logiche diverse da quella che usiamo abitualmente e non è detto che, così facendo, non si possa imparare qualcosa di utile che può anche andare a sfiorare il modo in cui si vive la quotidianità.

Quali realtà, in Italia o altrove, senti affini a questa vostra ricerca? E quali letture la nutrono?

Mi trovo in imbarazzo a menzionare i colleghi che sento più vicini. Per quanto riguarda le letture, mi nutro di saggistica di autori come Sojinka, Kapuściński, Maryse Condé, Jared Diamond, Juval Harari, John Reader, Van Reybrouck, di saggistica economica e politica, e di molta narrativa africana, un campo sterminato e pieno di sorprese davvero meravigliose.

Per concludere: c’è un progetto, o un sogno, africano che vuoi condividere con i lettori di Gagarin Orbite Culturali?

Sì, quello di rendere normale la presenza dei migliori artisti africani in Italia e quella dei migliori artisti italiani in Africa. Mi sembra un sogno pieno di implicazioni positive sotto ogni punto di vista, per cui vale la pena di lavorare.

 

MICHELE PASCARELLA

 

La V edizione di Resistere e Creare, con la direzione artistica di Michela Lucenti e Marina Petrillo, prosegue fino all’ 8 dicembre. Martedì 3 dicembre prima dello spettacolo è in programma un dialogo tra Roberto Castello e Michela Lucenti. A seguire live di musica africana con Cheikh Fall e la compagnia Bakh Yaye Family. Ingresso libero.

  

Info: http://www.aldesweb.org/, http://www.teatrodellatosse.it/

 

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