CAVALLERIA RUSTICANA E PAGLIACCI CHIUDONO LA STAGIONE AL COMUNALE

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Pagliacci_Tonio-Taddeo-Dalibor Jenis_Beppe-Arlecchino-Paolo Antognetti_Canio_©AndreaRanzi-StudioCasaluci

Con due grandi classici del repertorio operistico italiano, questa sera, domenica 15 dicembre alle ore 20, volge al termine la Stagione 2019 del Teatro Comunale di Bologna, un dittico “tutto al femminile”, che accosta la Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni firmata da Emma Dante ai Pagliacci di Ruggero Leoncavallo con la regia di Serena Sinigaglia. Sul podio il direttore d’orchestra francese Frédéric Chaslin.

Due titoli con due drammaturgie importanti rappresentate in un’ottica di puro Verismo dalle due registe che immaginano un collegamento, una complementarità tra le due storie brutali, come se si trattasse del positivo e del negativo di una medesima foto. Vedremo infatti una Cavalleria rusticana ambientata con colori ed atmosfere cupe e molto scure, decisamente invece più solare e luminoso, anche se con una fine tragica, i Pagliacci.

Due intrecci che hanno come denominatore comune la gelosia e il tradimento che portano a un tragico finale da cronaca nera, e due protagoniste donne: Santuzza in Cavalleria è gelosa di Turiddu e del suo rapporto con Lola e muove l’azione che porterà alla morte dell’amato; Nedda in Pagliacci è vittima del femminicidio compiuto dal marito Canio, accecato dalla gelosia verso di lei e il suo amante, che scoprirà essere Silvio, tanto da commettere un doppio omicidio.

Pagliacci_Nedda-Colombina-Carmela Remigio_Beppe-Arlecchino-Paolo Antognetti_@AndreaRanzi-StudioCasaluci

L’idea del collegamento tra le due opere si sviluppa come se si trattasse di due facce della stessa medaglia, da un lato in Cavalleria la Dante racconta una Sicilia diversa rispetto a quella “da cartolina” e ricorda che «le dinamiche del rapporto tra Turiddu e Santuzza oggi si possono trovare in Sicilia così come in tanti altri luoghi d’Italia in cui persiste questo genere di retaggio culturale», dall’altro la Sinigaglia immerge Pagliacci a metà tra realtà e finzione da commedia, nell’atmosfera del cinema neorealista degli anni Quaranta e Cinquanta.

«C’è una profusione di elementi simili in questo duo – racconta Serena Sinigaglia – a causa del loro ruolo nel Verismo italiano, le opere sono rappresentate insieme, spesso però senza essere scenicamente connesse. Questa volta sarà diverso, le due opere sono messe in relazione, connesse, considerando che i Pagliacci parla al teatro e parla di teatro nel teatro, tutto ciò mi è sembrato perfetto, anche drammaturgico, perciò noi partiamo con i Pagliacci da dove ci lascia Cavalleria e partiamo proprio dal mestiere del teatro, nel senso che smontiamo Cavalleria per inondare il palco del calore bruciante della Calabria. E’ così che durante il Prologo di Pagliacci la scenografia di Cavalleria sarà smontata di fronte al pubblico e gli oggetti verranno sostituiti “a vista”. Anche l’ingresso di Tonio, che si rivolgerà al pubblico senza un contorno scenografico, sarà l’intervento di un uomo, un cantante dei giorni nostri che invita alla verità. Questo prologo segnerà il graduale passaggio a Pagliacci e ricorderà al pubblico che, anche se il teatro è solo finzione, le due opere presentate raccontano fatti reali. Sarebbe bello poi – prosegue la Sinigallia – non fare più discorsi di genere, che le Santuzze e le Nedde appartenessero al passato ed invece malauguratamente non è così. In Pagliacci si affronta la solitudine del dolore, la condizione della donna (Nedda) nella solitudine del dolore quando decide di prendere in mano la sua vita e di assumersi la responsabilità del proprio destino. E’ questa ansia di libertà che non significa altro che autodeterminazione. Altro aspetto importante – continua – è che io credo in un teatro sintetico capace di evocare non di mostrare, difatti con la scenografa, la costumista e il tecnico delle luci abbiamo cercato di lavorare sulla sintesi del gesto scenico dei cantanti, sul gesto attoriale e sulla forza di questa sintesi che possa rievocare la tragedia, ho trattato Pagliacci come se stessi trattando le grandi tragedie del repertorio classico e per farlo, ripeto, ci vuole sintesi ed eleganza. Inoltre – prosegue – credo che nell’opera lirica, che oramai faccio da lungo tempo, sento sempre forte l’esigenza di portare la vita sul palcoscenico e non credo che attualizzare un opera significhi portare necessariamente la tecnologia o costumi moderni, credo che vivificare l’opera significhi ascoltare lo spirito di quell’opera, lasciarlo vivere ed è proprio sulla base della meravigliosa aria di Nedda, in quello slancio vitale che lei ha nel sognare gli uccelli che volano nella campagna calabrese, che ravvedo quel segno di vitalità e leggerezza che ho voluto rappresentare nello spettacolo».

Pagliacci_Nedda-Colombina-Carmela Remigio_Beppe-Arlecchino-Paolo Antognetti_@AndreaRanzi-StudioCasaluci

In questa opera si parla di femminicidio e la Sinigallia con forza ribadisce la sua: «appartengo al genere femminile, sono una donna e ho scelto un mestiere prevalentemente da maschi e ho vissuto lungo tutta la mia carriera la discriminazione, è stato così sino a quando mi sono voluta ribellare a quella che percepivo come una chiara discriminazione e al velo di ipocrisia che spesso si accompagna al côté intellettuale e culturale di cui ovviamente faccio parte, sotto il quale, a ben vedere, si annida un grave problema. Possibile che ancora oggi devo sentirmi fare domande come: “ma lei come donna come vede Pagliacci?” e a me viene da rispondere: “perchè lei come uomo, vede Nedda in maniera diversa?”, mi auspico di no. Pagliacci – prosegue – parla di una donna del popolo che viene proditoriamente uccisa solo perchè voleva lanciare il grido della sua autonomia, di essere indipendente come credo qualsiasi essere umano voglia esserlo e la potenza di Leoncavallo sta nel descrivere la solitudine di questa vittima quando la tragedia tracima. Un giorno spero si superino queste ipocrisie e si venga a vedere il Leoncavallo con nuovo spirito, e quando Nedda muore anziché provare un tuffo al cuore come io provo, si possa dire: “che bello la nostra società ha superato queste barbarie, proprie del passato”, ed uscire con il cuore sollevato e non con il cuore affranto e straziato perché fatti del genere accadono ogni giorno ed in ogni parte del mondo».

Cavalleria rusticana_Scena_@RoccoCasaluci

«È stato davvero difficile confrontarsi con i temi di Cavalleria – spiega Emma Dante – perché la mia terra non è quella che l’opera richiede sia raccontata; ho scelto quindi di non dare una lettura contraria alla tradizione mantenendo i colori del Sud, che comprendono per esempio l’oscurità dei veli neri o la presenza dei crocifissi nelle processioni religiose ma senza alcun connotato oleografico. Intendo narrare il rapporto tra l’anima siciliana e il sacro, la compresenza della vita profana con quella religiosa, l’oppressione della donna e sicuramente non l’aspetto folkloristico dato dalle coppole e dalle lupare». 

A sua volta Frédéric Chaslin – direttore d’orchestra – sottolinea come nello spettacolo rappresentato da Emma Dante, si entri nella lettura di una regista molto particolare, dove il suo essere siciliana significa andare proprio dentro la storia, il dramma e soprattutto, a differenza di Pagliacci, qua si ha una religiosità molto presente, «non a caso – spiega Chaslin – la Dante ha voluto sottolineare la presenza delle croci soprattutto nel passaggio della passione del Cristo che troviamo in vari momenti dell’opera sino alla scena finale quando vediamo Lucia circondata dalle pie donne proprio come in una passione religiosa. La regia, inoltre, è stata adattata anche alla fisicità e psicologia dei cantanti, due cast di grande livello, dove la sintonia tra gli artisti è stata molto profonda. Una produzione importante ed un cast davvero eccezionale con il difficile compito di impersonare due ruoli nella stessa serata».

Cavalleria rusticana_Scena_@AndreaRanzi-StudioCasaluci

Chaslin conclude ponendo l’accento sia sul fatto che sono pochissime le opere che parlano del popolo, che si svolgono nella strada, nella città, aspetto invece ben presente in queste due opere, e sia su i Pagliacci, l’unica rappresentazione dove la morte di un donna in opera si sente molto forte e fa pensare non solo alla morte di una donna comune, del popolo appunto, che ben potrebbe essere una donna di oggi, ma anche alla fine logica di una eroina del nostro tempo.

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