Il riverbero del tempo

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L'eco della falena - foto di Elisa Gannetti

 

Gioco e poesia ne L’eco della falena di Cantiere Artaud.

Riflettere sul tempo che passa significa anche chiedersi su quali nessi causali si basi la temporalità. La visione ordinaria vuole che il tempo sia un flusso lineare. Il passato causa il presente, il presente si tramuta nel futuro, il futuro spazzato via dal movimento diventa memoria. Il tempo sarebbe così una successione di istanti che procedono in modo ordinato e serrato. Il lavoro L’eco della falena della promettente compagnia Cantiere Artaud riflette, invece, su un altro modo di intendere la temporalità, più paradossale e sfidante, ma proprio per questo anche più interessante. Non esiste né passato, né presente, né futuro: la vita è un insieme di frammenti sparsi che non esistono di per sé, perché sono il riverbero di un intero più grande di loro.

Frammentario è, dunque, l’impianto dello spettacolo, che trova la fonte di ispirazione principale nella vita e dalle opere di Virginia Woolf. Vediamo sulla scena due attori. Da un lato, abbiamo Sara Bonci, alter ego immaginario della Woolf, come si può arguire dal fatto che lo spazio è palesemente arredato con scrivanie, fogli e altri oggetti che danno l’impressione di trovarsi nello studio di una scrittrice. Dall’altro, c’è Filippo Mugnai, che incarna una figura maschile di incerta identificazione e rimane invisibile alla donna per quasi tutta la durata dello spettacolo. Non è chiaro, infatti, se costui sia un vecchio amore di lei, o un amante aspettato da sempre e mai arrivato, o un’altra entità ancora. L’unica cosa sicura è che l’uomo costituisce una sorta di proiezione mentale e passionale all’interno di un sogno della scrittrice: un’eco di ciò che ella desidera, ama e vorrebbe abbracciare nella veglia, per riuscire a colmare la sua solitudine. Le azioni che entrambi i personaggi compiono in scena non seguono, pertanto, una logica lineare. Esse sono compiute dalla donna per cercare di trattenere questa presenza fantasmatica, dall’uomo per provare a interagire con lei e instaurare un legame interiore, non essendo possibile quello fisico ed esteriore.

 

L’eco della falena – foto di Elisa Gannetti

 

Valgano alcuni esempi. L’uomo appare spesso dietro una porta trasparente situata sul fondo del palco, invitando la donna a varcare una soglia che ella però non riesce mai ad attraversare. Se volesse, dunque, ella potrebbe incontrare questa figura misteriosa. A trattenerla è tuttavia la paura di tramutare questo sogno in realtà, da cui segue che la visione onirica è anche una rappresentazione delle inquietudini del personaggio che le precludono di accettare e affrontare l’ignoto. Inoltre, l’uomo appare fintanto che la scrittrice compie determinate azioni sulla scena, come estrarre un orologio da taschino, gettare e contare i sassi dentro una bacinella colma d’acqua, o sistemare delle carte sul tavolo, in altre parole ogni volta che ella cerca di mettere ordine al tempo e di misurarlo. La figura maschile è così leggera come la musica: si manifesta solo quando si riesce a dare alla temporalità una scansione ritmica e bella. Nei rari momenti in cui i due personaggi interagiscono tra loro, infine, essi finiscono per entrare in invisibile conflitto, o per allontanarsi pur essendo sul punto di toccarsi e di stare vicini. Particolarmente interessante è, in tal senso, il punto in cui l’uomo riesce a trattenere per il vestito la donna che fa per avviarsi verso la bacinella e, tuttavia, viene spinto indietro come una molla dalla violenza fisica di lei. I due potenziali amanti si fuggono mentre si inseguono, tanto che alla fine il sogno finirà e la donna si sveglierà, invecchiata, pronunciando per la prima e unica volta alcune parole di resa: «È stato bello aspettarti tutta la vita, è stato bello stare qui nella prigione di cristallo», «Ho frugato per anni nel taschino del mio vestito», «Ho sperato nel taschino del mio vestito di ritrovarmi».

Il tempo de L’eco della falena è allora qui il riverbero di un desiderio mai realizzato. Ogni minimo evento che ha luogo di fronte allo spettatore non racconta nulla di definito, non descrive niente di concreto, perché è un tentativo di metterlo in contatto con una bellezza assente dall’esistenza quotidiana e normale. Questo tipo di azione pone un legame tra i nostri gesti visibili che sembrano insignificanti con la manifestazione di una poesia invisibile. Le cose più importanti che facciamo non sono per forza quelle più magnifiche o appariscenti, bensì quelle che portano con sé una qualità poetica. Lo scorrere lineare del tempo a cui siamo abituati è dunque colmo di avvenimenti superflui, la cui trama può però essere spezzata da istanti di poesia che ci mettono in contatto con qualcosa di più bello, sia esso l’amore di un’altra persona, o un’altra esperienza vitale di uguale / superiore intensità. L’eco della falena cerca così di sensibilizzarci a organizzare la nostra vita in modo da cercare questi attimi privilegiati, lasciando da parte tutto ciò che è inutile rumore e vano agitarsi.

 

L’eco della falena – foto di Elisa Gannetti

 

Da un punto di vista estetico, questo significa cercare di prendere l’esistenza come un gioco. L’uomo e la donna sulla scena non fanno in fondo altro che giocare. A volte, ciò è esplicitato in modo diretto, come quando si vede la scrittrice che, per combattere la solitudine, si mette a far danzare le scarpe, oppure dondola su un’altalena nascosta dietro le quinte. Altre volte, la dimensione ludica è più sottile, ma non per questo meno pregnante. Anche l’atto dell’uomo e della donna dello sfuggirsi con l’inseguirsi è, infatti, un gioco: un modo in cui le due anime si sfiorano e si provocano a vicenda, creando così un’intesa diversa da quella del contatto col corpo. Giocare è allora l’atto umano che mette più facilmente in contatto con la poesia. Un accadimento poetico è infatti leggero e gratuito, sicché ha la stessa leggerezza e gratuità tipica del gioco.

Benché L’eco della falena parta dalle memorie di una scrittrice ormai morta, lo spettacolo parla comunque di noi, dei nostri desideri e delle nostre fragilità. Ciascun essere umano sogna un fuoco che lo ravvivi, desidera qualcosa di stupendo che spesso non si verifica mai, e per avvicinarvisi preferisce correre il rischio di bruciarsi o di essere sconfitto. Come falene che si avviano verso la fiamma, noi cerchiamo un contatto con la luce della poesia e del gioco della verità.

 

ENRICO PIERGIACOMI

 

L’eco della falena. Primo capitolo sul tempo, ispirato alle opere di Virginia Woolf. Drammaturgia e regia Ciro Gallorano. Con Sara Bonci e Filippo Mugnai. Disegno luci Federico Calzini. Tecnico del suono Francesco Checcacci. Produzione Cantiere Artaud. Residenze artistiche Teatro Comunale di Bucine/Diesis Teatrango, Teatro Verdi di Monte San Savino/Officine della Cultura. Sostegno del MiBAC e di SIAE, nell’ambito del programma Per Chi Crea. Visto al Teatro Comunale di Bucine il 25 ottobre 2019. info: https://cantiereartaud.wordpress.com/leco-della-falena/

 

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