Il lavoro come religione

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L’estate di Gino (2018) è il titolo dell’ultimo film diretto dal regista milanese Fabio Martina. Considerato un regista emergente sulla scena cinematografica milanese (ma con un ventennio di esperienza cui attingere), è un autore che ha un’altissima considerazione del cinema come funzione sociale. Grazie a questo credo e ad una forte determinazione, è riuscito a farlo diventare negli anni il suo lavoro. Nonostante le difficoltà realizzative crescenti, soprattutto in Italia. Da queste convinzioni quasi religiose, emerge un certo parallelismo tra la sua attività e quella del protagonista del suo ultimo docufilm (come è chiaramente definito sulla locandina) don Gino Rigoldi, presbitero ed educatore, cappellano del penitenziario minorile Beccaria di Milano.

Perché un film con al centro un personaggio religioso

I preti mi hanno sempre affascinato, quando un prete crede in quello che fa si vede. Supera la quotidianità del nostro vivere, dei nostri interessi quotidiani. Un prete quanto incontra cecamente quello in cui crede si vede. E secondo me non sono tantissimi. Don Gino è uno di questi. Per tornare al film sempre mi ha sempre affascinato questa figura che supera gli interessi quotidiani, che va verso un ideale di società, di valori, perché appunto noi nella nostra quotidianità viviamo di interessi. Al di là dei preti, non ci sono tante persone così, che hanno una visione.

Quanto l’hai cercato e come l’hai trovato?

Nei miei percorsi di ricerca che faccio in vista di un film, ho incontrato tanti preti, che mi hanno accolto e quello che stavo cercando di realizzare. Ho incontrato preti operai che negli anni 80 capivano che il posto dove dovevano stare erano le comunità fabbriche di dover stare nelle fabbriche, facevano gli operai e proponevano la loro idea religiosa. Ho incontrato preti che erano a San Vittore per aver spalleggiato la Resistenza e piuttosto che parlare si sono fatti torturare. In particolare Don Gino, l’ho conosciuto preparando il film l’Assoluto presente. Ho fatto una ricerca molto approfondita all’interno del mondo dei giovani. Gino è uno dei protagonisti principali tra gli educatori oggi a Milano. L’ho intervistato e siamo rimasti in contatto. Gli ho fatto fare anche una piccola parte nel film ed è rimasto talmente contento dell’esperienza che si è proposto per fare un lavoro insieme. Da qui a capire cosa fare sono passati due anni. è stato un incontro, ho capito che lui sarebbe stato il prete che avrebbe raccolto questa mia esigenza.

Hai scelto il prete o l’educatore? Di educatori ce ne sono tanti anche laici…

Per L’assoluto presente l’ho scelto per la sua parte laica, in quanto educatore perché lavorava nel carcere come cappellano e conosce molto bene in mondo dei ragazzi e mi serviva il suo punto di vista sui giovano di oggi, mi serviva per questa ragione. Alla fine del film il fatto che mi abbia ricontattato lui, ha incontrato il mio interesse per lui, la sua capacità di stare insieme ai ragazzi ha un motivo religioso, profondo.

Quanto c’entra la religione in questo lavoro e quanto è universale?

La religione c’entra tantissimo in questo lavoro, la religione fa parte della nostra cultura, noi siamo religiosi la mia cultura è senz’altro cattolica sono nato qui sono stato battezzato anche se non sono un praticante.  La religione c’entra tantissimo in questo lavoro stiamo parlando di un prete anche se di uno molto particolare che ha dato la sua vita agli altri e per gli altri, ha dedicato la sua vita agli altri  facendo del suo mandato religioso il suo principale obiettivo e scopo  che è quello di recuperare la parola di Gesù Cristo che significa guardare gli ultimi, prendersi cura degli ultimi, per questo don Gino ha applicato alla lettera questo mandato parlare di religione significa andare al nocciolo stesso del senso di questo lavoro. Quello che colpisce è l’assoluta dedizione, Don Gino è spinto da un mandato religioso nel fare quello che fa, lui non ha una vita privata, la vita privata di Gino è il suo pubblico. Nel docufilm è la rappresentazione di lui che porta in vacanza dei detenuti ed ex-detenuti, questa è la sua vacanza. Ad esempio io nel mio lavoro sono un religioso, sono totalmente dedito a quello che faccio. La mia passione, la mia fede in quello che faccio è totale, non distinguo il limite con il privato. Certo Gino ha in più che si prende cura degli altri: questo è un film sull’amore. Ho fatto altri film sull’amore, come Cos’è l’amore, una storia di una coppia con un grande divario di età, due fragilità che si prendevano cura uno dell’altro, lì c’era un passaggio dal particolare all’universale che attingeva al concetto stesso di amore. Questo film è un secondo capitolo che è l’amore per l’universo, per gli altri in senso lato.

Avresti fatto il film a Milano invece che in Sardegna?

No, perché la sua totale dedizione emerge in Sardegna, in quel particolare luogo, un luogo idilliaco, un paradiso in terra, andava sul tema della religione ma anche sulla libertà. Cosa significa essere veramente liberi, vivere in un paradiso terrestre? La Sardegna mi aiutava a raccontare proprio questo: i detenuti si sentono liberi, quando si sentono liberi? Bastano prigioni fisiche a determinare che sei imprigionato o no?

Ha avuto problemi a portare questi ragazzi lì?

No, alcuni erano in liberà vigilata, altri in attesa di giudizio. Lo fa da anni. Non si può scindere il personaggio religioso dal fatto che è uno che conosce molto bene il suo lavoro che è un lavoro di educatore, di conoscenza del mondo dei giovani, delle problematiche del mondo giovanile molto meglio di chiunque altro. Vedere come riesce un uomo di 80 anni a mettersi in relazione con dei ventenni è pazzesco. Che mette insieme tante tematiche importanti della società di oggi, quindi l’educatore il…

Forse anche qualcosa di più dell’educatore, il genitore direi.

Sì, uno degli altri temi è la paternità che sta nell’amore. Essere padri significa amare tuo figlio qualunque esso sia. Significa amore per l’universo, per gli altri, ancora una volta un tema religioso, Don Gino riunisce tutti questi temi in sé.

Quanto tempo ci è voluto prima di decidere di iniziare le riprese?

Due anni circa.

Quanto c’è di scritto e quanto c’è di improvvisato in questo lavoro.

Lo scritto c’è, ma per questo documentario anche se è una forma ibrida di documentario, lo scritto serve per guidare, strutturare quello che vuoi raccontare. poi il documentario si apre alla realtà ed è sempre lasciar parlare l’imprevedibilità. Un documentario normale di osservazione si scrive soprattutto nel montaggio. In questo caso invece essendo a metà,  la scrittura c’è, le situazioni e quello che sarebbe dovuto accadere in esse, erano già deciso. Poi quello che è accaduto era imprevedibile.

Quindi hai organizzato dei contenitori…

Sì dove sapevo che in un determinato luogo sarebbe accaduta quella determinata cosa. poi è capitato che siano successe delle cose senza la telecamera, quindi che abbia chiesto di recitare quelle stesse cose ai personaggi, in alcuni punti e li ho guidati nel farlo.

Avendo visto il film mi pare che il risultato sia piuttosto fluido: se potessi rifarlo cambieresti delle cose o lo rifaresti nello stesso modo?

Lo farei esattamente coì perché era il miglior risultato possibile rispetto alle variabili che avevo a disposizione. Non è un lavoro perfetto magari ma sono soddisfatto per il fatto che sia finito: la soddisfazione è chiuderlo, o meglio farlo. Sono talmente tante le variabili che anche portarsi a casa qualcosa che abbia un senso, che narra, suscita delle emozioni e che puoi giudicare, è già un ottimo risultato.

Leggi le critiche? Se sì quale ti è piaciuta di più e quale meno

Su questo film ci sono state delle critiche, ma non negative. Qualcuno ha commentato il mio modo di lavorare, questo misto di finzione e realtà, una critica è stata sul perché girarlo così. Una critica è stata sul fatto che sembrava che i ragazzi fossero impostati in certe situazioni. Ma ho sentito d’altra parte sempre critiche positive, sul valore dell’oggetto. Il direttore del Festival di Villerupt (ndr. il Festival di Villerupt è la più completa rassegna di titoli nazionali all’estero, detiene il record per aver presentato quasi 2000 film italiani, quest’anno alla 43 esima edizione) l’ha osannato. Mi considero all’interno di un percorso quindi ogni critica è utile, anche avere il coraggio di esprimere delle critiche negative è importante. Il progetto filmico non è mai perfetto, l’imperfezione poi è connaturata nel mio modo di lavorare, ma proprio nell’imperfezione c’è la vita quella che cerco di catturare. Questo lavoro è stato tra i più rapidi nella produzione e nella distribuzione. è stato fatto due anni fa ed è ancora in circolazione, lo continuano a richiedere, andrà a Londra, insomma non mi posso lamentare.

Hai un metodo di lavoro e se sì quale.

Cerca di catturare la realtà, tra la verità della realtà e per farlo seguo sempre un filo sottile tra il documentario cioè un fatto reale e una finzione che io metto in scena per ricostruire la realtà. Spesso quando inizio a fare un documentario mi trovo a fare un film e viceversa.

Senza deciderlo prima…

No, ad esempio sapevo che il documentario su Don Gino sarebbe stato un film. lo sapevo perché col documentario spesso mi capita: col metodo stesso che utilizzo si perde il filo tra la realtà osservata e ricostruita. Questo è il mio obiettivo, così è stato in Cos’è l’amore. Ma anche con L’assoluto presenta che al contrario diventano documentari. Partono come storie scritte di finzione ma a seguito del lavoro con gli attori e nella scelta degli attori, ricalca quasi sempre la realtà.

Il fatto che parliamo di attori e non di non attori forse già dice qualcosa del risultato che otterremo… don Gino non è un attore.

Sì, infatti con lui non bisognerebbe fare un film di fiction. A me piace lavorare con i non attori e trasformarli in attori.

Però hai lavorato che anche con attori professionisti…

Sì, nel processo di lavoro con loro cerco di farli diventare dei non attori. Cerco sempre di trovare l’equilibrio tra il fatto che quello che stai osservando sembra vero e reale oppure finto e dici dove sta la storia e dove la realtà? è una domanda che mi pongo come spettatore. Mi capita che un attor faccia ciò che non gli ho chiesto, mi dona qualcosa che non appartiene al film ma a se stesso, alla sua intima natura di essere umano. Ecco quando capita perdo anch’io il limite tra la realtà e la finzione e non capisco cosa sta accadendo. In un film accade. In un documentario ti stupisci sempre di come le due cose si orchestrino insieme e non capisci se i personaggi stanno recitando o facendo sul serio. I film devono diventare come delle realtà ontologiche come se quello che stai facendo nel momento in cui lo stai facendo diventi effettivamente la realtà: perdere quel filo per me è la cosa più importante.

Tuttavia l’aspetto artificioso esiste sempre in quanto si tratta di una messa in scena, allora perché non fare documentari puri?

Perché mi annoiano. Mi piace scrivere il film mentre lo guardo, mentre lo faccio. Non mi piace osservare semplicemente le persone, o solo intervistarle. L’estate di Gino poteva essere un film fatto di interviste. Volevo che tutto quello che avevano da dire emergesse da degli atti. Non mi annoia il documentario il sé come oggetto, non mi annoia guardarlo, mi annoia farlo. Mettermi con la camera e aspettare ore e ore che qualcosa succedere, preferisco far succedere.

Qual è il tuo prossimo progetto?

Voglio fare un film con bambini dentro una scuola elementare. Spero a giugno di iniziare a girarlo.

MARINA RUIZ

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