Igort, storia e filosofia del fumetto

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"5 è il numero perfetto"

L’articolo è tratto dal nostro repertorio di numeri cartacei

Nell’intervistare Igort, (M)maestro italiano e internazionale del graphic novel, avrei voluto comporre una serie di cinque domande, per parafrasare il suo capolavoro dal titolo 5 è il numero perfetto che ha come protagonista il malinconico Peppino Lo Cicero. Decido invece, di raggiungerlo via mail con sei domande imperfette (anche qualcuna in più che sono costretto a tagliare per questioni di spazio, la redazione in questo non scherza) che scrivo da Grenoble e che vorrebbero in pochissimo spazio sondare la moltitudine che rappresenta l’opera di questo grande artista del fumetto contemporaneo.

La scoperta del graphic novel come è avvenuta?

«È da quando ho cominciato a fare fumetti, alla fine degli anni ’70, che si parla di narrazione a lungo respiro. Nel febbraio del 1978 ero a Bologna e vidi il primo numero di A suivre (edito da Casterman) a casa di amici. L’idea mi parve subito congeniale. A suivre (dal francese continua, ndr) proponeva racconti a puntate, come dispense che un tempo si chiamavano feuilleton, per costruire romanzi a fumetti. Il mio primo libro, cominciato nel 1980 e pubblicato subito dopo, Goodbye Baobab era una storia di un centinaio di pagine. Allora in Italia si pensava in termini di albi cartonati francesi. Che avevano una foliazione più modesta, 48 o 54 pagine. Anche se alcuni autori, come Crepax o Pratt, si erano misurati con racconti più lunghi. Diciamo che allora comunque, come ebbe a dire un maestro del fumetto contemporaneo come Muñoz, i silenzi erano un lusso che non ci si poteva permettere, all’interno di un racconto. Di solito la maggior parte degli autori scriveva delle storie brevi. Sei, otto pagine. Quando facevi un racconto lungo potevi dirti fortunato, e quando capitava di poter pubblicare un’unica storia di ben 26 tavole la potevi considerare una conquista».

Come è cambiata l’arte del fumetto dagli anni di Pazienza e della contestazione ad oggi?

«È cambiata la società. Tutto. Editorialmente parlando poi, è tutta un’altra stagione adesso. Perché sono defunte le riviste contenitore e il fumetto, quel genere di fumetto che io pratico, scrivo e disegno lo si cerca in libreria e non più in edicola. Diciamo che oggi si deve trovare il modo di permettere a certe storie di esistere e questo assimila il narratore di fumetti più allo scrittore o al cineasta di quanto non fosse un tempo. Negli anni ’80, per esempio le riviste ti pubblicavano delle storie ogni mese e venivi pagato a tavola, oggi questo è quasi del tutto scomparso. Un autore deve ingegnarsi per non fare la fame. Tuttavia questo, anche se può sembrare paradossale, in un certo senso è una fortuna. Responsabilizza. E ti permette di capire meglio cosa vuoi raccontare.
Se scegli un libro di Igort vuol dire che ti interessa quella voce, quello sguardo. È un rischio, insomma, ma credo che valga la pena di correrlo».

Ci racconta la nascita della Coconino press, realtà fondamentale per il fumetto in Italia?

«Sono un uomo che ha la fortuna di viaggiare molto e nei miei viaggi avevo raccolto tanti libri, romanzi a fumetti delle persone che stimo e che mi hanno fatto compagnia. Molte di queste opere
venivano pubblicate dappertutto, tranne che da nel nostro Paese. L’Italia dodici anni fa viveva un fiorire di manga e supereroi americani. Ma esisteva anche un altro tipo di fumetto che a me stava molto a cuore e che rischiava di scomparire del tutto. Così quando incontrai Carlo Barbieri fu molto bello scoprire che una persona colta e curiosa come lui era sensibile a un linguaggio che si era aperto e che affrontava il racconto seguendo nuove prospettive. Sere e sere a parlare per pensare se potevamo dare alle stampe questi volumi. Era uno scambio di racconti meraviglioso e pieno di entusiasmo. Con Carlo trovammo dopo qualche mese Simone Romani, che veniva dalla discografia e che si unì alla nostra avventura. Andammo dal notaio e così nacque la Coconino Press. Fu subito chiaro che dovevamo strutturarci e offrire una panoramica articolata, almeno due libri al mese. Al principio ci consideravano come una casa editrice destinata a scomparire dopo un anno, poi quell’anno passò, e poi un altro ancora. Finora stiamo ancora in piedi, nel nostro piccolo e abbiamo spento 12 candeline, anche se Carlo è volato in cielo e Simone ora fa la concorrenza alla mia amata Coconino. Ma gli incontri e un pizzico di fortuna non sono mancati: oggi a fianco della Coconino c’è Domenico Procacci, persona fine e curiosa. Un uomo di idee e di coraggio come pochi ne ho incontrati».

La realtà italiana permette ai giovani fumettisti di poter emergere?

«Come qualunque altra realtà permette ai fumettisti di misurarsi con il linguaggio e con i possibili lettori. Oggi non esistono più tanto i confini geografici o culturali. E per stampare un
libro basta andare da un service, che può fabbricarti anche solo una copia con qualità e legatura molto professionali. Fantastico. Oppure a casa propria con una semplice stampante a getto di inchiostro, puoi fare da te. Beh, una certa differenza rispetto alla fine dei ’70. Allora per poter pubblicare il
Pinguino Guadalupa, con Brolli, Baldazzini e altri amici fummo costretti a comperare in società una macchina da stampa offset».

Quali influenze l’hanno condotta ad un segno così originale?

«Mi influenza tutto. In grafica guardo molto Hokusai, idealmente, in questi giorni, ma poi per disegnare occorre dimenticare, dopo che si è visto. Alle cose dei miei maestri di un tempo, Muñoz, Breccia, Crepax. Sono cresciuto con Spirit e mi ha insegnato a sognare Jack Kirby, ma anche McCay, Feiniger, moltissima pittura, Picasso, Ensor, Schiele, Kirkhner, Munch, E Warhol? Praticamente mio zio, insieme a Rodchenko. E molta musica. Se voglio liberare il segno, rischiare, ascolto Parker, Coltrane. Ellington mi insegna a comporre delle buone strutture, Stavinsky ad aprire la mente a geometrie oblique, e raggiunge Satie ed Eno. Monk mi aiuta a scartare a sinistra. Occorre saper vedere, dunque molti scrittori mi insegnano quotidianamente. Vonnegut, Grossmann, tutti i giapponesi. Adesso sto seguendo con curiosità anche diverse poetesse russe. Cvetaeva, Szymborska, Achmatova. Si impara sempre. E il segno muta, si evolve, segue evoluzioni, le gioie dell’anima. Con gli anni credo di imparare a lasciarmi andare a strapazzare maggiormente i pennelli e i pennini. Ma fin tanto che rimane vivo lo stupore allora la tavola, il racconto, respira. Poi anche il teatro. I miei amici Toni Servillo, Chiara Guidi, Ermanna Montanari o Iaia Forte finiscono sempre per indirizzarmi verso nuove rotte».

Ma quale tipo di letteratura adora leggere?

«La letteratura è per me anche Little Orphan Annie, o Dick Tracy, non faccio distinzione. Quando guardo un’immagine cerco di assorbirne lo spirito. Pensavo l’altro giorno che Kirby ha raccontato più della società americana del ’900 di quanto forse non abbia fatto il mio amatissimo Pollock.
L’arte o la letteratura, non sono quel fenomeno agiografico che dimora nei musei, o nelle case degli scrittori…».

di Marco Boccaccini

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