Far esplodere Pirandello. Intervista a Michele Sinisi

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Dopo Miseria&Nobiltà e I Promessi Sposi, hai affrontato i Sei personaggi in cerca d’autoreQuando lo spettacolo debuttò, nel 1921, la platea contestò la pièce al grido: “Manicomio! Manicomio!”. Il pubblico si trovò di fronte a una non-storia in cui a essere messi sotto indagine non erano solo il meccanismo teatrale e la creazione artistica, ma lo stesso rapporto tra realtà e finzione. Nel tempo, però, i Sei Personaggi sono divenuti un testo “classico”, da matinée per le scuole, un pezzo da museo della letteratura italiana. Il tuo obiettivo è tornare alle origini?

Il mio obiettivo è dare allo spettacolo la stessa potenza che ebbe al debutto, il medesimo forte impatto che scosse lo spettatore dalla propria poltrona. Allora il pubblico faceva più coscientemente i conti con la destrutturazione dell’io, analizzata anche dalle emergenti teorie psicanalitiche, con la relatività del rapporto spazio-tempo. Per produrre un’esperienza analoga, oggi, bisogna sfruttare gli strumenti di comunicazione del nostro presente: ciò che l’essere umano utilizza per porsi in relazione con i propri simili. Il vero contenuto diventa la forma, oppure si fonde con essa, annientando -o almeno assottigliando- la distanza tra significante e significato.

Problematizzate il confine tra vita privata, storytelling, informazione e manipolazione. E lo fate mediante cellulari e social network. Ci racconti come, e soprattutto perché?

Abbiamo ragionato logicamente sulla sostanza di questa nuova parete da abbattere, o meglio ancora sull’atto della sua caduta. Oggi le nostre esperienze emotive passano anche attraverso i device che utilizziamo o, come mi ricorda il drammaturgo Francesco Maria Asselta citando il filosofo Emanuele Severino, “ci utilizzano” nella vita quotidiana.

 

 

Lo spettacolo si presenta come un happening unico e irripetibile ogni sera: ad ogni replica, infatti, agli attori del cast si aggiungono alcune altre persone – protagonisti del panorama teatrale. A cosa è dovuta questa scelta?

È il risultato della ricerca del piano ulteriore di realtà che attraversa il rito ogni sera. Sono convinto che l’arrivo dei sei personaggi abbia proprio la funzione di indicare una nuova porta da aprire. E questo passa attraverso la diretta Facebook che introduce i colleghi (teatranti della città in cui si svolge lo spettacolo), pedinati nel loro arrivo sul palco per venirci a proporre la scena del “retrobottega di Madama Pace”. Questa tappa dello spettacolo si evolve nel momento finale, quando la mia Compagnia governa con gli ospiti un’opera materica dello scenografo Federico Biancalani che rappresenta l’incontro tra Padre e Figliastra.

Chi sono gli ospiti che avresti avuto a Forlì?

Per quella replica avremmo coinvolto FOemozioni, l’Associazione delle Compagnie amatoriali forlivesi.

 

foto Luca Del Pia

 

La prospettiva meta-teatrale e la messa in evidenza del linguaggio scenico e finzionale sono costanti della tua poetica.

Credo proprio nel rapporto coll’irripetibilità nella scena. La vita sembra essere più vicina. O forse ci illude. Ed è teatro.

 

Pensando a Benjamin: cosa rimane dell’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (e digitale)?

Non sono consapevole di ciò che ne rimane, mi riservo la funzione di essere nel processo e non riuscire a descrivere da fuori. E questo certamente può significare due cose: o io non ne ho le capacità oppure non mi compete. Lascio questo compito ai professori e alla critica.

 

MICHELE PASCARELLA

 

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