QUI GATTA CI SCAVA

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L’articolo è tratto dal nostro repertorio di numeri cartacei

Gli scavi archeologici medievali sono spesso situati in luoghi impervi. Per raggiungerli occorrono lunghe passeggiate boschive per i sentieri escursionistici che riempiono le nostre campagne. Arrivare alla cima di Ceparano, nel primo Appennino faentino, dove s’alzano i resti di un antico castrum medievale, è più confortevole da documentatore che non da archeologo. È agosto, io ho portato penna e taccuino, loro misuratori, buste, pale, picconi e palette. Ho percorso l’intera via Ceparano in macchina, partendo dal paese più vicino, nonché mio domicilio, Marzeno. Lasciandosi alle spalle la chiesa, inizia una strada ghiaiata, dissestata, che arriva fino ad un ampio spazio in cui tutti i ragazzi impegnati negli scavi parcheggiano la macchina ogni mattina.

Scorgendo il sentiero da intraprendere, la prima cosa che penso è «ma chi me lo fa fare?»: la cima del colle, meta del mio viatico, appare lontana, circondata da una vegetazione che tutto sembra fuorché ospitale. L’ultima volta che ho compiuto quella escursione ero un ragazzino, quando con alcuni amici andavamo a giocare lassù, fra le fratte.

In realtà ci vogliono appena dieci minuti per raggiungere gli scavi, e ad attendermi, in panciolle, alcuni dei ragazzi, studenti quasi tutti delle Facoltà di Storia e Beni Culturali di Bologna: «Aspettiamo Cirelli», si giustificano. Enrico Cirelli, ricercatore e professore presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà, non passa la notte assieme ai ragazzi, e, dormendo a Fognano con la famiglia, arriva sempre un’ora dopo, quando gli studenti hanno preparato tutto e proseguono i lavori interrotti il giorno prima.

I ragazzi che si occupano della prima zona, quella ai piedi del castello, dove sepolto si nasconde un ampio ossario con centinaia di resti umani, stanno estraendo ossa dal terreno. Basta eliminare pochi centimetri di terra per veder sbucare tibie, mandibole e resti cranici di persone medievali e rinascimentali. Si ipotizza che il più anziano degli uomini seppelliti qui abbia poco più di quarant’anni.

Quando estraggono una mandibola con alcuni denti ancora incastonati iniziamo a discutere di stili di vita degli antichi. Domando ai ragazzi quali fossero le nozioni di igiene orale nel XVI secolo, ai tempi di Michelangelo e Machiavelli. Probabilmente, in quel castello sperduto tra le campagne romagnole, nessuna.

Prima, al mio arrivo, i ragazzi hanno avuto un sussulto: si stavano divertendo trasportandosi con la carriola. Se li avesse visti Cirelli… – contiamo non legga tutto questo. Vengono da tutta Italia, uno addirittura da Londra e condividono una passione giovanile per quello che stanno facendo, mansioni che sminuiscono in ogni momento come lavori da operaio non pagato. «Con quel poco che l’università passa – dice uno di loro – Cirelli deve occuparsi del cibo e delle urgenze per un mese intero. Benzina e gli alcolici dobbiamo pagarceli da soli». Ridono, ma subito mostrano le proprie perplessità sul futuro dell’archeologia italiana e della ricerca in generale. Paragonano quegli scavi con altri statunitensi e olandesi, in cui, a detta loro, quasi vengono utilizzati picconi d’oro per spaccare la terra più dura. Quelle narrazioni di realtà lontane assumono i caratteri di una leggenda, di un’utopia cui aspirare. «Finiti gli studi di Archeologia o hai la fortuna di entrare in cooperativa come operaio sottopagato, o vai all’estero a far fortuna».

Salendo alla torre, un altro gruppo di ragazzi scava certi spazi murari, totalmente seppelliti dai crolli del tempo e della storia. Hanno rinvenuto nicchie, mura e muri costruiti su muri precedenti, in un intrico spesso difficile da interpretare. Tra i tanti ritrovamenti, solo uno, certo e indispensabile, manca all’appello. Essendoci dei resti umani, deve esserci anche un luogo di culto, ma dove?

Quando Cirelli arriva, i ragazzi sono già al lavoro. Il professore porta alcuni viveri e discute con loro sul da farsi e sugli errori commessi. Affida compiti e responsabilità, mi invita a seguire una studentessa, che può aiutarmi con tutta la storia del luogo. Ma ben presto si fanno le 17.30, e si scende a Marzeno, che quella sera ospita una grande festa.

I ragazzi entrano nella scuola, il loro albergo per questo mese di scavi, lasciano i reperti catalogati. Nel giro di quattro settimane la mensa scolastica si è riempita di sacchi pieni di ossa, che i ragazzi ci mostrano con grande vivacità, come se fossero artigiani che le hanno costruite. Si devono preparare per raggiungere, pochi alla volta, il Circolo ARCI, dove l’unica doccia a loro disposizione in paese li aspetta. Successivamente un Campari, che a detta loro è molto economico qui a Marzeno. Ma lo afferma un milanese, quindi non vale.

La sera è riservata allo svago. Sentendo cantare in coro i classici della musica italiana sono uscito in strada. Nel giardino della scuola gli archeologi bevono vino, così decido di portare loro una bottiglia. Mi accolgono come un compagno, addirittura come maestro per chi non conosce i testi di Mango e Renato Zero. La minuscola frazione di Marzeno, per un weekend intero a fine agosto si riempie di persone in festa e l’equipe di scavi ha la fortuna di soggiornare qui in alta stagione. Mangiano alla sagra, bevendo e ballando assieme ai paesani sotto il palco su cui le band danno spettacolo. Cirelli, dormendo a Fognano, non vede nulla.

Potrei descrivere le loro esistenze come un pendolo che oscilla tra il controllo del professore e la sua assenza, ma sarebbe riduttivo. Anche da brilli si parla spesso di questioni ontologiche e antropologiche. Dal grande Milan dell’antichità alla politica, alla situazione dell’archeologia passando per il blues che arriva nelle nostre orecchie. Non ci è voluto molto a farsi benvolere, la cordialità di quasi ogni agglomerato di studenti eterogenei è risaputa.

Cirelli afferma che una stagione di scavi non è molto diversa da un campo scout finalizzato alla pubblicazione di articoli scientifici, e mi pare ragionevole. Gli studenti imparano creando conoscenza, e la situazione cade talmente tanto nell’informalità forense che offrono anche a me e ad alcuni amici piccone e palette, per portare alla luce un antico muro crollato.

Ma di quei giorni, a distanza di oltre due mesi, che cosa resta? Una lunga serie di articoli, di cui questo è essenzialmente l’ultimo. Un paio di tesi di laurea, forse qualche testo scientifico di difficile reperibilità. Resta l’esperienza e i muri scoperti da secoli di pioggia, vento e terremoti. Ma più di ogni altra cosa resta un grande dubbio: dove e come lavoreranno questi ragazzi, nati nel Paese con più siti Unesco al mondo? Riusciranno a vincere la sfida contro il barcamenarsi di governi e amministrazioni disinteressate, che non riescono a valorizzare i centri storici, figuriamoci siti archeologici a mezz’ora di macchina dalla città? Ai postumi – del Campari economico di Marzeno – l’ardua sentenza.

Di Alex Bertozzi

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