EMIDIO CLEMENTI AL TEMPO PRESENTE

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L’articolo è tratto dal nostro repertorio di numeri cartacei

A Bologna piove. Le luci colorate dell’antivigilia rimbalzano sulle pozzanghere e riverberano scie di ottimismo tropicale nel pomeriggio grigio-tedio. Le vetrine di via Ugo Bassi promettono troppe cose, e un attimo dopo si vendicano del disinteresse restituendo un’immagine del passante con qualche chilo di troppo.

Nessun regalo comprato, ancora, e nessuna buone idea. Sono in ritardo. Al semaforo sorrido a una ragazza che non ricambia. Forse al Mc Donald’s non fanno caso se entro, uso il bagno ed esco. Prelevo cento euro in pezzi da venti al bancomat.

Emidio Clementi mi aspetta di fronte alla Feltrinelli. Ha dei libri sotto braccio e un sorriso che pare sincero.

C’è stato un momento storico in cui a Bologna sembravano succedere tutte le cose. Lui c’era. Non è chiaro se oggi sia rimasto qualcosa di noi, di nostro, in questa città commissariata-impaurita-residenziale. I Massimo Volume sono tornati, magari è un indizio. O un inizio. Devo chiederglielo.

Clementi saluta cordiale poi mi scorta dietro le Torri, fino ai tavolini in formica del Camera a Sud. Comincia a parlare. Non offre assist alla nostalgia, e già mi piace.

«Davvero non so dirti se la Bologna di quegli anni fosse migliore di oggi. È come con le persone. Per capire se sono cambiate dovresti stare a lungo senza vederle. Magari se fossi stato vent’anni fuori Bologna forse oggi la vedrei diversa. In realtà sono qua, e non so dirti».

Magari alla fine siamo cambiati soprattutto noi.

«Senz’altro. Ma è meglio così. Cambiano le cose di cui hai bisogno, le situazioni che vanno bene in un certo momento non rimangono le stesse. Essere parte di una scena, ok. Ma per quanto? La politica deve dare qualche risposta? Davvero? Ma io cosa faccio allora? Io cosa sto facendo, qual è il mio ruolo? Ecco, mi interessa farmi sempre questa domanda».

Vorrei incalzare, ma Clementi si smarca con piedi buoni e ottima visione di gioco dal ruolo di portavoce generazionale. «Per essere quel tipo di personaggio – dice – bisogna vivere molto consapevolmente il proprio presente. Invece io amo quelle opere che non si qualificano rispetto a un tempo preciso, quelle che ti lasciano in sospeso e potrebbero parlare di duecento anni fa come di domani». Cita uno scrittore che non ricordo, e poi Wes Anderson e i Tenenbaum, con il celebre Mac che appare in scena all’improvviso, spiazzando ogni riferimento spazio-temporale immaginato fino a quel momento.

A un certo punto squilla il telefono. Poi si torna ai nostri caffè americani, alle canzoni che segnano le generazioni, a quelli che hanno deciso di fare i portabandiera della scena e quelli che hanno preso altre strade.

Dopodiché si parla per mezz’ora di Dylan. È un mio tic, credo, ma Clementi non si sottrae e anzi rilancia. «Amo persino Infidels – dice – produzione scadente, ma grandi canzoni. Anche se non si direbbe ho seguito molto i cantautori americani. L’ultimo di Vic Chesnutt è uno dei migliori dischi che ho sentito da anni. È un capolavoro. Doloroso, ma capolavoro».

Allora non è sempre vero che per trovare le cose che rimangono, quelle importanti, la nostra generazione è costretta a guardare indietro. «Spero non sia così. Quando compro un disco però, in genere è un disco del passato, e un po’ mi dispiace. Le eccezioni? Certo. I Bachi da Pietra li ascolto con attenzione. Quello è un gruppo che fa una cosa sua. Credo che neppure in America esista un gruppo con un suono come il loro».

Conscio di dire una cosa poco originale, faccio presente che negli ultimi anni c’è tutta una scena cantautorale emergente italiana, abbastanza di moda, per cui la generazione dei Massimo Volume è stata un riferimento importante. Ma c’è del succo o sono le solite intermittenze di giavisto/giasentito? Vasco Brondi, cioè Le Luci della Centrale Elettrica, è dei nostri? Clementi risponde come chi ha già risposto mille volte alla stessa domanda. «Vasco ha creato uno stile suo, già molto riconoscibile. Non è poco. Dicono che è ripetitivo? Senz’altro, ma i primi cinque dischi di Dylan non sono ripetitivi? Praticamente sono la stessa canzone». Rispondo di sì: sono egualmente ripetitivi, ma forse meno consolatori e auto-assolutori di quelli di cui stiamo parlando. Clementi raccoglie al volo e traduce in simultanea, restituendo il concetto mondato di qualsiasi acidità. «Certo. Se anche scrivi bene arrivi a un punto dove devi cambiarti il contesto intorno per essere stimolato e non dire le stesse cose. Se io fossi in Vasco magari a un certo punto proverei a mettermi in difficoltà da solo. Me ne starei un anno in, tipo, Guatemala. Credo potrebbe fare bene per allargare il campo, l’ispirazione».

Gli altri li citiamo di passaggio. Io però stuzzico: scrivere una canzone italiana è meno avventuroso oggi di quanto non fosse vent’anni fa. Non è un bel segno. «Non so. Ogni tanto sento ancora quelle voci soffiate, molto classico-italiane. E poi la melodia. Se ti butti su un certo tipo di melodia alla fine incontri la Vanoni. E i suoi dischi non li puoi battere. Sono bellissimi, li ho tutti».

Poi, dico, siamo qua a parlare delle nuove leve di turno ma intanto i dischi grossi e i tour grossi continuano a farli Dalla e De Gregori. «Quando abbiamo cominciato noi – dice Clementi – il piano era quello di scalzarli. De Gregori, dico. Scalzarlo. Pensavamo veramente che quella fosse la scena italiana vecchia, e che noi fossimo quella nuova che un po’ alla volta ne avrebbe preso il posto».

È andata come è andata, don’t think twice it’s alright. L’assessore alla Cultura del Comune di Faenza però, proprio pochi giorni fa mi ha confessato che il punto più alto della sua giovinezza è stato aprire un concerto dei Massimo Volume con il suo gruppo, nei primi ‘90. Come dire: si lasciavano dei segni, nel presente. Ma sul palco c’era la consapevolezza che si era importanti, che si stava definendo il proprio momento storico, che si facevano cose destinate a rimanere? «Volevamo fare una cosa importante. Farla bene. Ma anche allora ci si lamentava perché c’erano pochi soldi, perché i gruppi famosi erano scarsi, per la politica che non sosteneva, per tutte quelle cose. Non è che si pensasse di vivere in un momento speciale».

In compenso Clementi conferma – e lo ripete più volte – che la reunion torinese dei Massimo Volume del 2008 (quella da cui tutto è ripartito) è già, quello sì, un momento con i crismi della definitività. «Ricordo le prime note, il cielo che si oscurava, tutto quel suono che si muoveva e il pensiero che eravamo noi a produrlo. E poi mia figlia che mi vedeva sul palco per la prima volta, un sacco di ragazzi giovani che erano venuti apposta. È stato uno dei momenti più belli della mia vita».

Rimettendo in fila un presente vivo, elettrico, si chiude rivolti al futuro. L’interesse che i Massimo Volume continuano a generare dimostra che la loro formula non è esaurita. Forse neppure esauribile. Tuttavia il gruppo – a suo tempo – si è esaurito dentro la formula. Potrebbe capitare di nuovo?

«Non so davvero cosa succederà. Oggi siamo migliori di vent’anni fa. Ho scoperto le sensazioni che ti dà il suonare lucido, e mi piacciono. Riusciamo anche a farlo di professione. Non diventare ricchi, no. 400 euro puliti a sera ci si mettono in tasca, mica cifre folli. Ma mi sto divertendo molto, posso dire solo questo».

La famiglia reclama il suo uomo, in strada continua a piovere, la ragazza del tavolo a fianco ha un glockenspiel nella borsetta. Clementi saluta tutti, ringrazia e scompare dietro l’angolo, nel cuore luminoso della Bologna prefestiva. Noi finiamo il caffè americano e buttiamo un altro sguardo fuori dalla vetrina. La sera cala con una certa grazia, e l’idea di camminare con il cappotto sulla testa sembra persino divertente.

ANTONIO GRAMENTIERI

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