PERCHÉ, IN BASSO, NON MI LASCIANO IN PACE?

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L’articolo è tratto dal nostro repertorio di numeri cartacei

Era d’inverno. Lo scorso inverno. E d’inverno si sa, chi ama camminare in montagna d’estate, gli prende una nostalgia della montagna. Erano tempi non sospetti dunque, quando ho letto un libro che poi sarebbe stato premiato ad inizio estate con un liquore giallo che strega le parole (cit. Capossela).

Se prima ne detestavo l’autore, gagio e barbuto come me ma contrariamente a me con la testa ancora piena di capelli, ora lo odio discretamente perché adesso che è consacrato può vivere come nel suo sogno, vivere facendo lo scrittore. Ora, la mia invidia è arcinota e proverbiale, come la mia allergia ai consacrati, agli unti del signore, agli eredi e ad una pianta canadese che non si sa perché cresce anche in Romagna e mi fa fare certi starnuti… ma gli starnuti sono il meno. Però la seconda classificata che non ha bevuto il liquore ed era data per favorita in partenza mi ha superato, l’ha chiamato il Nemico e poi lo ha abbracciato. E purtroppo tocca anche a me. Il romanzo è bello.

Montagna si diceva, nostalgia della montagna, e invidia per chi in montagna ci può tornare quando vuole. Qualunque cosa sia il destino abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa. Ora, se uno ha la testa al giorno d’oggi è già qualcosa, ma avere le montagne sopra la testa è un privilegio. Montagne di guai, montagne di debiti, montagne di pensieri, montagne verdi. Montagne. Ci si può sempre salire sopra. E dall’alto tante cosine sono rimesse al loro posticino. Del resto se uno va a stare in alto, è perché in basso non lo lasciano in pace, cui aggiungerei che talvolta in alto ci vai anche quando non ti dai pace. Ma devi imparare da qualcuno ad andare in montagna: cominciai ad imparare il modo di andare in montagna da mio padre, la cosa più simile ad un’educazione che io abbia ricevuto da lui. Camminare, in salita per di più, con uno più esperto è sicuramente un processo educativo. Poi però, prima o poi, arriva il momento in cui a questa educazione ci si ribella, e si cerca la propria strada. È doloroso ma doveroso. E si va via. Ma… Cosa succede ad uno che va via? Che gli altri continuano a vivere senza di lui. È una fuga inutile la nostra, quando cerchiamo la fuga confidando, chissà con che diritto poi, che tanto tutto il resto del mondo, o almeno del nostro mondo, si fermi mentre noi troviamo noi stessi. Invece o ci segue o, forse ancora più duro da accettare, si gira e va per la sua strada, che non sarà mai quella che avevamo in mente. In ogni caso dovremo prima o poi farci i conti, perché i conti, simpaticamente, tornano. A proposito, quante montagne? Otto, sì, Otto Montagne.

Paolo Cognetti, Le otto montagne, Einaudi

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