LA COSCIENZA DIMENO

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L’articolo è tratto dal nostro repertorio di numeri cartacei 

Io sono, mi si dice, assieme ad altri dodici milioni sparsi per il mondo. O, più modestamente, cammino per la vita unito indissolubilmente a un milione e duecentomila italiani. Sono moltitudini, sicché il mio nome poco importa. Sono lo stereotipo di un destino condiviso, il narratore di una miriade di vite, il corifeo di milioni di tragedie d’accatto. Sicché chiamatemi come vi pare, tanto poi potrete leggerlo alla fine di questo articolo. Ecco la mia storia.

Il giorno del mio quarantesimo compleanno ho preso una decisione che ha cambiato per sempre la mia vita. Da buon maschio a metà del cammino avevo quattro scelte per sfuggire l’horror vacui della mezza età:

  1. a) circuire una ventenne su Internet per poi esserne circuito
  2. b) comprare una moto grazie alla quale in seguito mi sarei fratturato la clavicola
  3. c) iscrivermi a un corso di salsa e merengue
  4. d) smettere di fumare

Senza il minimo dubbio ho crocettato mentalmente la a), ma mia moglie, dotata evidentemente di poteri soprannaturali, mi ha incenerito con gli occhi, sicché ho ripiegato sulla d). Smettere di fumare è l’equivalente vizioso del mettersi a dieta; una specie di mantra. I lunedì mattina brulicano di virtuosi magri e dai polmoni immacolati che il martedì pomeriggio saranno pronti a vendere i parenti più stretti per un po’ di carboidrati spruzzati di trinciato forte. Insomma, la d) era più che altro un vezzo, una frase da salotto da pronunciare con la sigaretta a bordo labbra. Sennonché gli elementi hanno cominciato a congiurare.

Il primo segnale è stato mio padre. Fumatore indefesso dall’ormai lontana adolescenza, fulgido esempio per il figlio tabagista, uomo d’altri tempi, nemico degli aerei e di tutti i mezzi di locomozione pubblici perché non si può fumare, ha spento l’ultima MS in una sera di mezza estate e non ne ha più accesa una. Così, senza neppure consultarsi con la stirpe cui ha trasmesso la dipendenza.

Ma i tempi non erano ancora maturi, il sole era alto e generoso, l’aria frizzante. Il tempo ideale per abbronzarsi adagiati sul bagnasciuga e leggere un libro sfumacchiando allegramente. Ecco, il libro. Il secondo segnale. Per me il libro più bello dell’anno appena trascorso è L’imperatore del male. Si tratta di una biografia del cancro, inteso come male incurabile, non come segno zodiacale. Ottocento pagine accuratissime, un vero viaggio allucinante fra aspetti storici, medici straordinari, ciarlatani di prim’ordine dove nulla, o quasi, è certo. L’unica sicurezza scientifica è che fumare provoca il cancro. Essendo anche la lettura un vizio ho deciso di smettere di acquistare libri per un paio di mesi. Passati i quali, un pomeriggio di ottobre, quasi parodiando Woody Allen che acquista riviste porno e le travisa con la Paris Review, sono entrato nella mia libreria preferita. Ho acquistato un paio di gialli dietro i quali ho occultato il Libro.

Flashback: quante volte, negli ultimi anni, avete sentito parenti, amici, conoscenti, sconosciuti sul tram, passeggiatrici sui viali, dire ho smesso di fumare con il Libro? Il Libro s’intitola È facile smettere di fumare se sai come farlo e brilla per la notevole bruttezza della copertina e per la fascetta pubblicitaria che recita: 1.200.000 in Italia, 12.000.000 nel mondo. Ero entrato nella moltitudine e ancora non lo sapevo. Ignaro del mio ingresso nella Massa sono rincasato e ho abbandonato lo sgraziato volumetto al suo destino proseguendo la mia vita assieme alle volute di fumo. Ma l’improvvida promessa fatta il giorno del mio compleanno mi perseguitava, gli amici, i parenti, i semplici conoscenti congiuravano e domandavano: «Allora, hai smesso di fumare?».

Così ho disposto l’anima e l’ambiente che mi circondava all’impresa. Via i poster di Guccini con la sigaretta in bocca, vietato l’ascolto della musica di De André, bandita la lettura di Osvaldo Soriano, Kurt Vonnegut e Martin Amis grandi scrittori e spudorati tabagisti. E ho cominciato a leggere il Libro. Fatica letteraria di tal Allen Carr, un inglese rubizzo che per quarant’anni ha fumato dalle sessanta alle cento sigarette al giorno. Insomma, uno che con le bionde ci ha dato parecchio dentro. Se la copertina è brutta il contenuto è pure peggio. Scorrendo l’opera ci si imbatte in perle tipo: «tu hai iniziato a sfogliare un libro che potrebbe salvarti e cambiarti la vita, non chiuderlo». I passaggi più importanti sono evidenziati in grassetto, quasi fossero gli appunti di un liceale piuttosto ottuso. Tutto ciò tralasciando i continui riferimenti al metodo Easyway e ai suoi seminari a pagamento. E l’imperativo di non prestare mai il Libro, ché chi vuole leggerlo deve cacciare i dieci euro.

È il prezzo per la liberazione. Com’è, come non è, all’altezza di pagina 30 si innesca un meccanismo perverso. Il Libro è talmente brutto che giuri a te stesso di smettere di fumare piuttosto che rileggere un simile obbrobrio. Si tratta di un lavaggio del cervello estetico. Così ho acceso la mia ultima sigaretta in un giorno qualunque di ottobre, senza neppure sapere che sarebbe stato il mio ultimo contatto con la nicotina.

Sono passati quattro mesi da quel giorno e, sempre parodiando l’altro Allen, Woody, ha piovuto pochissimo. In compenso ho scoperto che la cattiva letteratura applicata al vizio del fumo funziona. Della sigaretta ho semplicemente una nostalgia lontana, quasi fosse una vecchia fidanzata tanto amata e oramai perduta. Sono diventato un ex-fumatore, uno dei tanti.

Il signor Carr, questo non c’è scritto sul Libro, con la sua creazione è diventato milionario ed è morto di tumore – ai polmoni – nel 2006. O almeno così sostiene la sua biografia su Wikipedia. Questo è quanto, gente. Ora la mia vita è tutt’arrosto e niente fumo, nel senso che mangio come una squadra di rugby. Ma come dice un mio amico poeta, anch’egli ex-fumatore: se non si morirà di noia, si morirà d’altro.

di Kilgore Trout

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