Panico all’inglese: una famiglia italiana e il lockdown a Londra

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Quando sono arrivata a Londra una delle cose che mi ha colpita di più è stata che si poteva mangiare e bere a volontà a teatro, non solo al cinema. Intendo dire durante i musical, ma anche con i quartetti d’archi, il balletto, l’opera. E si può mangiare di tutto, patatine, popcorn, orsetti gommosi. E si possono bere bibite gasate, ma anche vino e cocktails. Credono infatti nella responsabilità individuale e nel buon senso di ogni spettatore. La cosa ancora più sorprendente è che di solito tutto fila liscio e nessuno viene zittito dal proprio vicino. Si può portare il cane in metropolitana, si può fare un barbecue in un parco pubblico e si può lavorare da casa senza che nessuno pensi che sia una scusa per stare a letto a guardare Netflix.

Il cittadino è responsabilizzato e di conseguenza gioca secondo le regole.

Non mi ha sorpresa quindi vedere la risposta lenta e riluttante del governo di fronte alla crisi Covid19. Basta lavarsi le mani, dicevano, ed evitare i posti affollati.

Ricordo benissimo il giorno in cui le cose sono cambiate. Il giorno in cui la paura ha iniziato ad intrufolarsi sotto le nostre coscienze.

Domenica 15 marzo era il primo compleanno di mia figlia.

La mia famiglia in Italia era già in quarantena forzata da una settimana.

La vita a Londra, invece, sembrava scorrere come al solito. Quella domenica abbiamo girato tre supermercati prima di trovare una piccola torta e delle candeline. I prodotti iniziavano a sparire dagli scaffali e le file erano interminabili. Su Amazon già non si trovavano più le mascherine, ma nessuno le indossava, né per strada né in metropolitana. Le sciarpe però iniziavano a salire al di sopra del naso, nonostante il clima mite. La soluzione “dei bianchi”, come l’ha definita mio marito.

I blog delle “local mums” stavano straripando di commenti allarmisti: nei negozi non si trovano più il latte in polvere, i pannolini, la farina, le uova e la pasta. Sarà che non ce li vedo con il tavolo coperto di farina e il pavimento con la moquette. No, questo è panico silenzioso. All’inglese.

Quel lunedì la metropolitana funzionava ancora, la gente andava in ufficio e i bambini all’asilo. Volevamo mantenere a tutti i costi lo spirito “keep calm and carry on”, ma iniziava ad essere difficile. Si aveva la sensazione di essere su una giostra imprudente.

Ogni sera, a cena, io e mio marito non facevamo che parlare di questo virus, ci scambiavamo numeri, dati, testimonianze di altre persone. Una ragazza nel nostro condominio l’aveva contratto. Iniziavamo a preoccuparci dell’impatto che poteva avere sul nostro lavoro, essendo entrambi freelancers.

Dopo un ultimo weekend di semi libertà, siamo stati costretti a chiuderci in casa.

E così è iniziato il nostro isolamento “all’Italiana”.

Durante le nostre brevi uscite, incontro altre mamme col passeggino, alcune mi confessano che hanno perso il lavoro, le loro compagnie hanno chiuso o non le hanno riprese dopo la maternità. La pagina Facebook degli italiani a Londra è costellata di richieste di aiuto riguardanti problemi in ufficio o col padrone di casa.

Allo stesso tempo fioriscono atti di solidarietà, gruppi di supporto per persone che vivono sole, attività online gratuite, inviti a fare donazioni al sistema sanitario nazionale (NHS) o a piccoli business. Ma niente riesce ad addolcire una verità tanto ovvia quanto crudele: l’importanza del proprio stato sociale. Prima, quando passavamo la maggior parte del tempo fuori casa, ci si poteva illudere di essere tutti uguali, tutti londinesi, tutti molto occupati. Addirittura capitava di alzare lo sguardo in metropolitana e scambiare un flebile sorriso con uno sconosciuto. Pensando, anch’io sono stanca, anch’io sto tornando a casa, anch’io ho appena fatto la spesa, anche a me si sono bucate le calze, anch’io sto leggendo lo stesso libro.

Adesso invece, fa la differenza vivere in una casa con un giardino o anche solo un terrazzo, avere una casa propria o essere in affitto, avere un lavoro permanente, potersi permettere le consegne a domicilio, avere un frigo abbastanza grande per le scorte di cibo.

E poi è arrivato il sole di Aprile, irresistibile con i suoi contrasti accecanti e gli alberi in fiore. Invita le persone ad uscire dal proprio guscio. Così, lentamente, anche gli inglesi iniziano ad assumere comportamenti più “mediterranei”: ci si parla dalle finestre o tra un balcone e l’altro e c’è addirittura chi improvvisa un angolo lettura nel giardino di fronte a casa, territorio inesplorato fino ad ora.

Siccome si può uscire per “fare esercizio”, mantenendo due metri l’uno dall’altro, sono tutti fuori in tuta.

Ho visto addirittura qualcuno uscire con le ciabatte.

Verso sera vedo molti padri uscire con i bambini, con la bicicletta o col monopattino, perché bisogna pur stancarli, prima di metterli a letto. E mentre li guardo penso che, per ogni padre mandato fuori a fare un giro, c’è una madre che si affaccenda a casa per fare le pulizie o cucinare qualcosa nei trenta minuti a disposizione.

Oggi, camminando nel mio quartiere a metà pomeriggio, ritrovo la stessa atmosfera rilassata e “casual” di alcune località marittime, dove i campeggiatori cercano di allestire, con sedie e tavolini, il piccolo spazio esterno che hanno a disposizione, sapendo che poi di notte si deve rientrare nella tenda. Così anche noi ci godiamo il sole primaverile prima di dover rientrare tra le pareti di casa, chiusi nei nostri pensieri e preoccupazioni. La nostra tenda è piccola, scomoda e precaria. E questa vacanza ci sembra già troppo lunga.

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