Conversazione 5: Federico, potere digitale e virus. Parte 2

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Seconda parte della conversazione su potere digitale e virus con Federico, fondatore (e per 10 anni direttore) di WuBook, compagnia italiana di peso internazionale in ambito travel, leader nella creazione di software per il settore dell’ospitalità.

1) Mi rendo conto che chiederlo a uno che fa il tuo mestiere possa sembrare una provocazione, ma può esistere una cultura europea, a maggior ragione mediterranea, senza una agorà fisica, senza un contatto fisico? In certi settori la non-presenza fisica è ormai lo standard, ma qui si è cominciato a parlare in un mese, di colpo, di telelavoro, scuola a distanza, parenti salutati dall’Ipad etc. Esiste un limite, di esperienza umana, al concetto di distanza dei corpi?

“Non sono sicuro che abbia senso parlare di limiti. O di tentare di individuare basi filosoficamente scientifiche per una buona socialità. Sono convinto che le relazioni “politiche” (nel senso aristotelico del termine, uomo come Animale Politico) siano definibili soltanto all’interno di un contesto storico. Cambiano. Sono soggette al tempo e allo spazio. Spesso il valore etico che vorremmo assegnare a certe condotte è solo sintomo di un conflitto. Un esempio su tutti: le critiche delle old generations nei confronti dei paradigmi culturali delle nuove. Quando un anziano (o un adulto) inizia su questo tono, spesso tradisce solo una debolezza: quella del proprio invecchiamento. Il dramma di vedere il proprio mondo, quello che ci ha formato, sull’orlo del precipizio della scomparsa. Una scomparsa continua e imperterrita. Endemica del divenire storico. Nel nostro caso, l’emergenza Covid, dobbiamo fare attenzione a non stigmatizzare l’etica del mezzo. Dobbiamo invece concentrarci su due aspetti: quello dell’imposizione e quello del controllo. Attacchiamo il primo e parliamo di “distanziamento sociale”. L’utilizzo delle tecnologie, quando illuminato da questo cono di luce, deve subito incontrare un severo presidio: non parliamo di moralità del mezzo. Piuttosto, parliamo della sua imposizione. Nel merito e nel metodo. Come genitori abbiamo ricevuto documenti da firmare (persino con una certa urgenza) per rendere possibili le lezioni a distanza dei propri figli. Erano documenti relativi alla tutela della privacy. E prima ancora di poterne discutere, prima ancora di poterli firmare, le mie figlie erano già state iscritte (con tanto di dati personali) a Google. Google fornisce infatti il servizio Classroom, realizzato proprio per fornire servizi di tele lezione al sistema scolastico. E il sistema scolastico ha velocemente adottato tre piattaforme: Google, Microsoft e Amazon. E dopo l’aspetto impositivo, qui si innesta il secondo: quello del controllo. Non c’è niente di immorale in una videochat. C’è un pericolo enorme, invece, nel consegnarci alle Big Tech. La mia opinione è poco rara, ma forse ripetibile. Queste piattaforme saranno presto alla base di un tecno controllo che Orwell non poteva immaginare. I milioni di quei vanitosi selfie, scattati e messi in circolazione con entusiasmo, sono l’esempio più calzante di come gli utenti stessi diano la propria collaborazione a questo prossimo esercizio: presto, il riconoscimento facciale sarà una realtà in molti paesi. In alcuni lo è già. Io invito chiunque a desistere sull’aspetto etico dei mezzi. Piuttosto, è urgente occuparsene da un punto di vista politico. Esercitando una maggiore auto-disciplina. Imponendoci una maggiore avarizia nell’utilizzare certe tecnologie. Comprendendo profondamente quanto le BigTech possano diventare il peggiore incubo delle prossime generazioni. Un collegamento sociologico (ai limiti dell’etico) tuttavia esiste. Provo a renderlo con una domanda. Come è stato possibile che il silenzio, la propria intimità, sia diventata meno interessante del rumore di fondo? Intendo quel rumore di fondo dei nostri dispositivi. Un rumore di fondo fatto di bip. Come i messaggi di uno stalker. Uno Stalker anonimo. Che continuamente ci tensiona per leggere il prossimo ed ennesimo junk content”.

 

2) Epilogo forse scontato. Realisticamente come vedi il ritorno in pista dopo questa scossa? Ci può essere in relativa “normalità”, con quali accorgimenti e con quali strategie? E con quali tempi.

“Tiro un po’ le fila del discorso. Hai ragione nel dire che questa risposta è deduzione delle precedenti. Non penso che l’emergenza Covid abbia cambiato le carte in tavola. Penso le abbia rese più nude, più visibili. Non sono neanche sicuro che le abbia accelerate. La follia del controllo, oggi adoperato su basi tecnologiche, è alla base della nostra società già da parecchi anni. La legge sui seggiolini anti abbandono è già sintono della sete di un potere capillare che i governi moderni bramano sopra ogni cosa. Non parliamo della fatturazione elettronica, pretestualmente organizzata per contrastare l’evasione, ai fatti perfetta per l’esercizio delle vessazioni fiscali. Non ci sarà quindi alcun ritorno. Eravamo di già dentro a quei problemi che ho tentato di descrivere. Se invece, con il termine “ritorno alla normalità”, intendiamo quel momento in cui il discorso pubblico abbandonerà l’oggetto Covid, non è da escludere che tutto sarà come prima. Forse sarà tanto facile uscirne quanto inquietante e veloce sia stato l’ingresso. Con un discorso di pochi minuti, diffuso sulle TV, ci siamo saputi incarcerati. Nel giro di una serata, è stato regime di polizia (ed esercito!). Magari il ritorno sarà meno scenico e drastico: a tempo debito, quando l’oggetto Covid perderà il suo potere, l’apparizione delle belle vallette e degli eroici giocatori di calcio avverrà con la naturalezza dello showbiz. Senza rendercene conto, saremo di nuovo dove eravamo soliti abitare”.

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