Erbario delle consolazioni #4 > Poligono_Reynoutria japonica. Sulla trasformazione

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Breve trattazione su come scorgere il movimento che rimandano le cose ferme.

Esistono grandi biografie. E altre piccolissime, stanziali, destinate a rimane nascoste sui davanzali, sulle ringhiere dei balconi, sulle mensole del soggiorno. Come la pietra nel fiume, che racconta la storia dell’acqua che l’ha modellata, dei fenomeni atmosferici che l’hanno movimentata e dei pesci che l’hanno sfiorata, ci sono elementi che ci circondano sui quali le nostre vite rimangono impresse come diari da sfogliare nei momenti di smemoratezza, come oracoli da consultare affinché ci indichino la via nei momenti oscuri. Questi elementi, di consolazione e resurrezione, vegetali e geografici, possono essere definiti piante.

Poligono_Reynoutria japonica
Sulla trasformazione.

Il Poligono ci parla di diversità culturale, e di come l’immaginazione possa fare grandi cose.

Non conoscevo questa pianta, che in Occidente ha una cattiva fama, e viene considerata una delle cento specie vegetali più infestanti di sempre. Un grande problema per l’Inghilterra, dove i prezzi delle case sono ribassati nelle zone nelle quali cresce, e anche per l’Italia, a Milano una catastrofe in prossimità dei quartieri residenziali nei quali il vento, o forse un uccellino, ha avuto l’ardire di portare dal lontano Oriente un seme di questo vegetale dal nome così guerrafondaio. “Sono il Poligono, miro, fuoco!, e sei spacciato”. Non avevo mai sentito parlare del Poligono prima di una ricerca sulle specificità della cucina cinese, nella quale il vile arbusto è trattato come una prelibatezza. Ricetta per la felicità: un pasto a base di Poligono, Sedano, Artemisia, pesce, e poi qualche spicchio d’Aglio crudo per favorire la digestione.

Cosa infesta, dunque, questo Poligono?

Nei percorsi analitici si dice che l’obiettivo terapeutico primario sia quello di far rivivere il bambino che si porta dentro di sé. Permettere a quella vocina soffocata dal dovere, dalle necessità del vivere civile, dall’adultità, di riprendere il filo interrotto del racconto sui propri bisogni, sui propri fantasmi, e su quello che ci fa divertire. Ricetta per la felicità: proviamo a mangiare uno spicchio d’Aglio crudo, e poi, invece che lavarci i denti e darci dento di colluttorio, chiediamo al nostro bambino interiore se gli è piaciuto.

scrittura ELENA SORBI
disegno ALICE SCARTAPACCHIO

 

Assonanza: Sheng Keyi, Fuga di morte https://www.lasepolturadellaletteratura.it/sheng-keyi-fuga-di-morte/

 

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