Conversazione 8 con Fulvia Scardovi, psichiatra: in era post Covid saremo migliori?

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Fulvia Scardovi

Fulvia Scardovi, Psichiatra e Psicoterapeuta, lavora al Dipartimento di Salute Mentale-Dipendenze Patologiche di Forlì, in particolare nel servizio pubblico si dedica a pazienti con gravi Disturbi di personalità di tipo Borderline e come psicoterapeuta svolge attività libero professionale.

Mentre parliamo… un gatto e un un prosecco ci fanno compagnia.

Cosa rappresenta la sua professione e come viene percepita ?

“Ho scelto questo lavoro perché mi da la possibilità di un incontro radicale con l’altro, un incontro interpersonale e profondo. Come viene percepito all’esterno? Alcuni temono un’ eccessiva medicalizzazione, esistono scuole di pensiero che stanno tentando di ridurre la psichiatria ad un modello clinico- sindromico – psico farmacologico, in realtà la psichiatria più che una scienza è un’arte complessa e come tale deve fare convergere in una sorta di “Zeitgeist” varie discipline (psicopatologia clinica, antropofenomenologia e tecniche psicoterapeutiche). Lo psichiatra non può rinunciare all’obbligo quando incontra l’uomo, quando incontra l’altro da sé, di connettere il punto di vista clinico alla radice antropologica (pensiamo ad esempio all’etnopsichiatria che si occupa delle varie forme di sofferenza psichica nei migranti), lo psichiatra e il terapeuta devono essere, sono anche degli umanisti”.

Bene l’uomo è al centro, come stavano le persone prima della pandemia e come stanno oggi?

“Credo che stiano nello stesso modo… non perché io sia disillusa o non creda nella possibilità di una redenzione dell’essere umano, ma citando Michel Houellebecq saremo forse ‘un po’ più peggiori di prima’…di certo non migliori. Questo virus ha rappresentato in realtà un non evento, le conseguenze evidenti sono, il disagio derivante da problematiche sociali ed economiche, dal lutto e dalla perdita, le persone si sono trovate di fronte all’imprevedibilità, al non controllo, all’essere disancorate da tutti quelli che erano i loro orientamenti esistentivi, le loro credenze, le loro convinzioni. Questa pandemia ha rappresentato per certi aspetti ‘la perdita dell’evidenza naturale’ (come definita da W. Blankenburg), nonostante questo credo che molte persone non siano cambiate nel loro connaturato legame con il mondo passata l’ emergenza… il desiderio era ed è quello di tornare alla vita di prima, tornare all’antecedente, senza esaminare i modi, la pervasività dell’esperienza, hanno riprogettato il loro orizzonte di vita come prima, non diversamente”.

Il rapporto che abbiamo avuto in questi mesi con la tecnologia, lavorare, fare riunioni, incontrare gli amici sul Pc…può esistere una cultura europea, a maggior ragione mediterranea senza un agorà fisica, senza un contatto fisico?

“Purtroppo esiste e il virus in questo senso è stato in sintonia con una tendenza che è sempre più feroce: quella di virtualizzare le relazioni, quella di rinunciare all’incontro intercorporeo. Nella società attuale prevale un atteggiamento di porsi di fronte al mondo sotteso dalla difficoltà di ascolto, la pandemia è stata in sintonia con questa “obsolescenza delle relazioni umane”… c’è una scelta di interruzione, di sospensione che è in atto da diversi anni.. la comunicazione attraverso i media è diventata globalizzante, e porre su un paradigma diverso le relazioni implicherebbe un’intenzionalità all’intersoggettività altra”.

La scienza come dubbio…lei è medico e quindi persona di scienza , in questa fase la politica ma anche i media, hanno usato la medicina, i virologi, come una sorta di dogma… è come se si sia voluta nascondere la natura fragile della scienza …lei pensa che sia successa questa cosa? E perché è successa?

“Sì, è successo, fa parte della distorsione dell’informazione, la comunicazione di massa è costituita da slogan, da false certezze, concepita per fornire alle persone l’illusione del controllo ….la scienza in realtà non è mai stata né dogmatica né esatta per definizione, Galileo Galilei nei sui scritti diceva: “l’organismo umano è un mistero”… temo che i virologi contemporanei non riescano a sconfessarlo.

Il prevalere di forme di comunicazione che stabiliscono e ristabiliscono un rapporto intenzionale con gli altri attraverso il non ascolto e attraverso il modello delle certezze e dei significati è, in realtà, una perdita di confidenza con l’essere umano, una sorta di perdita della vicinanza. Si presume di sapere quello che le persone vogliono sentirsi dire…se dovessimo cogliere quello che è possibile intuire oltre il comportamento quindi l’implicito, il pensiero, l’immaginazione, la cultura i desideri …non è ovvio che gli individui aspirino a sentirsi protetti da questo tipo di comunicazione mediatica che mira alla rassicurazione ma al contempo anche alla destrutturazione della sicurezza”.

Molti si chiedono se dopo il Covid saremo migliori. A questa domanda mi ha già risposto, alloro le chiedo cosa vuole dire essere migliori?

“È una domanda complessa…credo che essere migliori potrebbe risiedere nella capacità di intravedere in quello che è successo un richiamo allusivo, un bagliore riflesso, una carenza di fondazione del nostro sé, una rivalutazione dei contenuti della nostra vita. Essere migliori significherebbe ritematizzare questa esperienza e ri-costituire il mondo… ri-costituirsi diversamente, una ri-esperienza delle cose, un’attenzione diversa, percettiva ed espressiva a ciò che ci circonda, riposizionandoci attingendo alla nostra disponibilità e possibilità di intervenire sugli accadimenti.

Sarebbe interessante che questa esperienza avesse elicitato nelle persone un fantasma di autogenerazione; aprirci al mondo in senso heideggeriano, altrimenti questa esperienza svanirà nel niente, non determinerà nessun cambiamento e si collocherà nella storia che non ha memoria di se stessa. Infine essere migliori significherebbe dare all’affettività un primato, darle un significato di presupposto del coesistere, avvalorare le modalità che affiorano nelle relazioni, la scaturigine delle possibilità. Solo così potrebbe essere stata un’esperienza penetrante, un evento, altrimenti è destinato appunto ad essere un non evento. E dove si colloca il limite della nostra libertà? Sempre in quella proporzione antropologica, chiaramente articolata da Ludwig Binswanger, tra ‘l’altezza dell’accadere e l’ampiezza del divenire’.

STEFANO DAMIANI

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