Stragedia. Nino Migliori racconta il dramma di Ustica

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Nel quarantesimo anniversario della Strage di Ustica è stata presentata nell’Ex Chiesa di San Mattia, a Bologna, la mostra “Nino Migliori. Stragedia”, a cura di Lorenzo Balbi, che propone in una grande installazione immersiva che unisce video e suono, per la prima volta al pubblico le 81 immagini che nel 2007 Nino Migliori ha scattato per rendere omaggio alle vittime della strage, sull’onda emotiva dell’arrivo nel capoluogo emiliano dei resti del Douglas DC9 Itavia abbattuto da un missile durante un’azione di guerra sui cieli del Mediterraneo. Per l’occasione, incontriamo il grande fotografo bolognese che ci racconta la genesi di questo importante progetto, realizzato in collaborazione con Aurelio Zarrelli, Elide Blind, Simone Tacconelli.

Che ricordo ha di quel 27 giugno del 1980?
«Devo dire che non ho un ricordo preciso. Le notizie si riferivano ad una grave sciagura aerea e si innescarono tristezza, maggior consapevolezza di precarietà e coinvolgimento dovuto al affatto che l’aereo era partito da Bologna, ma subito non provai l’orrore che scatena una strage».

Nella sua ricerca la sperimentazione tecnica ha sempre avuto un ruolo determinante, spingendo spesso la macchina fotografica oltre i suoi limiti tecnici. Quale è il suo rapporto con il mezzo fotografico?
«Ho un buon rapporto e la fotografia è il linguaggio che mi è più congeniale. È il modo in cui rappresento la realtà, è un’espressione del tutto personale perché la fotografia è interpretazione, è lettura soggettiva infatti il fotografo sceglie una porzione del reale e ogni scatto è il suo “punto di vista”. E’ narrazione, è racconto e, come sostengo da tanti anni, pur essendo ovviamente associata alle arti visuali, ritengo che sia più legata alla letteratura, può essere un epigramma che si risolve quindi in pochissime immagini, può essere un romanzo di largo respiro e può appartenere a stili e generi diversi».

Nino Migliori, Stragedia, 2007-2020 © Fondazione Nino Migliori

In questa occasione il suo lavoro si presenta in una installazione site-specific che coinvolge video e suono.  Ha mai provato a sperimentare linguaggi diversi dalla fotografia?
«Finita la guerra il desiderio di comunicare con gli altri, la condizione riconquistata di potersi esprimere liberamente mi aveva spinto a praticare i più diversi linguaggi dalla pittura, alla scultura, all’assemblaggio. Ero anche sollecitato dalla curiosità che mi portava a verificare, in archivio ho ancora alcuni lavori, ma da subito capii che la fotografia sarebbe stata la mia compagna di vita. Ogni tanto mi capita che si accende un interesse su un materiale e mi piace sperimentare. Così per esempio in tempi recenti è accaduto con l’installazione Orantes del 2011-12 costituita da 200 bronzetti realizzati con la tecnica della cera persa derivanti però da bottiglie di plastica, oppure con il lavoro Marmografie : glass writing del 2004 quando ad autori di diverse espressioni linguistiche era stato proposto dall’ Assessorato alla Cultura di Massa Carrara da un’idea di Marisa Vescovo di interpretare una lastra di marmo di metri 2×1.5».

Lei ha iniziato questo lavoro sui frammenti del DC 9 nel 2007, in concomitanza con la decisione di affidare a Christian Boltanski il compito dell’installazione che rendere omaggio alle 81 vittime della strage di Ustica. C’è mai stato un incontro e un confronto tra voi al riguardo?
«Non ebbi mai occasione di confrontarmi con Boltanski. Provai una forte emozione quando seppi che sarebbe giunto a Bologna il relitto da Pratica di Mare. Da tempo si sapeva che era stata una strage e sentii la necessità di fare un omaggio alle 81 vittime. Era un desiderio personale e chiesi al Comune di poter fare delle fotografie a lume di candela. Mi diedero la chiave dell’edificio, mancavano ancora tutti gli impianti e i frammenti dell’aereo erano sparsi per terra, non ri-assemblati. Con la mia assistente e mia moglie frequentammo quello spazio così carico di pathos per 4 notti. Un’esperienza veramente coinvolgente e drammatica».

La serie LUMEN ha avuto come soggetto di ricerca grandi capolavori della storia dell’arte e oggi la riscopriamo applicata a frammenti di un relitto aereo: la tragedia può avere quindi anche una valenza iconica?
«Nel 2006, Ivo Iori, preside dalla facoltà di Architettura dell’Università di Parma, mi propose di realizzare un lavoro sul Battistero dell’Antelami per la sua collana “Opere inedite di cultura”. Mi posi il problema di come realizzarlo e così pensai di fare un ipotetico viaggio nel tempo e verificare come potessero essere fruite le opere d’arte quando calava il sole, visto che le uniche fonti luminose potevano essere, candele, ceri, fiaccole. Da ciò iniziò la serie Lumen. In Stragedia il significato è diverso, il lavoro non ha come scopo portante un valore estetico. Fin dall’antichità oltre che illuminare la fiamma di una candela ha anche un significato di protezione, ha valore votivo, in questo caso è anche una luce palpitante contro le tenebre in senso lato».

Nino Migliori, Stragedia, 2007-2020 © Fondazione Nino Migliori

Esporre oggi il suo lavoro non al Museo per la Memoria di Ustica ma in un luogo quale l’Ex Chiesa di San Mattia fortemente caratterizzato, è una scelta dettata da una particolare intenzione?
«Al di là che al Museo non c’è spazio ed è presente la toccante e intima installazione di Boltanski, proprio per quello che dicevo precedentemente ritengo che una ex-chiesa, dove per secoli la luce delle candele ha continuato a vibrare, sia il luogo più adeguato per una preghiera laica. Inoltre sono legato a San Mattia per vari motivi, proprio lì accanto c’è la scuola elementare che ho frequentato … pochi anni fa…. e nell’ambito delle manifestazioni per Bologna 2000 capitale europea della cultura l’avevo già scelta per un altro mio progetto, la video installazione Bologna s’immagina che presentava immagini realizzate dai cittadini e dai frequentatori della città».

Se è vero che Nemo propheta in patria, lei invece ha intessuto un rapporto saldo con la sua Bologna che in più di un’occasione ha avuto modo di renderle omaggio. Che influenza ha avuto nella sua ricerca il rapporto con la sua città natale?
«È vero ho un ottimo rapporto con la città di Bologna, anche se è molto cambiata, e con i bolognesi. Continuo a starci bene anche con i suoi limiti. È stata la mia palestra fotografica. Finita la guerra ho assaporato la libertà di camminare, muovermi, rivedere e conoscere persone con il piacere degli incontri e dei rapporti che mi erano stati negati durante la guerra. È a Bologna che inizio le serie “Gente dell’Emilia” e “Muri”, camminavo per la città affamato di visioni e contatti, il gesto di una persona, la superficie sgretolata di una parete, lo sguardo di un bambino, i brandelli di  un manifesto strappato».

In chiusura le chiedo, quale consiglio darebbe a un giovane che oggi intraprende la carriera di fotografo?  
«Conoscere, leggere, studiare, ascoltare musica, andare al cinema, visitare mostre, in poche parole farsi una cultura e poi dimenticare, quello che rimarrà sarà la sua chiave di interpretazione della realtà. Non lasciarsi ingabbiare dalle mode e dal mercato, non aver paura di sbagliare, essere fedeli a se stessi».

 

 

Dal 27 giugno 2020 al 7 febbraio 2021

Nino Migliori. Stragedia

Bologna, Ex Chiesa di San Mattia, via Sant’Isaia 14/a
Orari: venerdì, sabato h 20.00 – 22.00 | domenica h 18.00 – 20.00
Ingresso libero, con prenotazione tel. +39 051 6496611 – https://ticket.midaticket.it/museicivicibologna/Event/36/Dates

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