Bach, Chopin, Ravel e il piano bar

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Ivo Pogorelić - foto Bernard Martinez

 

Emilia Romagna Festival ha ospitato uno dei più grandi pianisti viventi, Ivo Pogorelić, la cui esibizione si è grandemente intrecciata con una ridda di suoni altri, intorno. Alcuni pensieri sparsi, in forma di domanda.

Breve premessa necessaria.

Una serata-evento come quella organizzata dall’Emilia Romagna Festival nel ventennale di autorevole attività, con Ivo Pogorelić a eseguire composizioni di Bach, Chopin e Ravel, in tutta evidenza pone una domanda per così dire ontologica alla pratica critica: non si tratta, ça va sans dire, né di giudicare la qualità degli autori (in questo caso i tre compositori e l’interprete, che con la propria esecuzione in qualche modo riscrive i brani) né di fungere da connessione tra detti autori e il pubblico, essendo i primi del tutto storicizzati e gli spettatori/ascoltatori del Festival emiliano-romagnolo affatto alfabetizzati.

Qual è dunque lo scopo di queste poche righe?

Porre semplici domande, interrogando il pensiero e l’intelligenza dell’eventuale lettore.

Fine della breve premessa necessaria.

Punto di partenza, o meglio occasione di questa scrittura, è un fatto del tutto incidentale ancorché decisamente caratterizzante l’esecuzione forlivese: la grande quantità di suoni altri presenti nello spazio sonoro -dunque fisico- del concerto.

Rombi di motociclette, grida di bimbi, sirene di autoambulanze e, come basso continuo, un entusiasta musicista di piano bar, nei dintorni, ad augurare buon compleanno a qualche presente e ad eseguire numerose hit.

Accadimenti acustici che se -forse- in una condizione di percezione ordinaria sarebbero passati quasi inosservati, nell’attenzione allertata e dilatata che il concerto ha magistralmente prodotto si sono manifestati come ben ingombranti evidenze, provocando in molte persone un esplicito fastidio.

Ivo Pogorelić, da professionista quale è, non ha lasciato trapelare nulla: minimo sindacale di muti saluti, nessun bis, ma un’ora abbondante di relazione intima e al contempo pubblica con quelle partiture. Più le incursioni acustiche esterne si manifestavano, più pareva stringersi il legame tra l’esecutore e quegli spartiti: arte come zattera, come torre d’avorio, si potrebbe romanticamente azzardare.

 

Ivo Pogorelić

 

Come per incanto i suoni del mondo si son quasi dileguati nel chirurgico incedere, ritmico e cristallino, delle danze componenti la Suite inglese n. 3 di Johann Sebastian Bach così come nelle cascate di note delle appassionate e dolenti Barcarolle e Prélude di Chopin.

Al contrario l’andamento sincopato e le grandi variazioni dinamiche di Gaspard de la nuit di Maurice Ravel -con i numerosi pianissimo, le vibranti sospensioni e le apparenti dissonanze- hanno posto in massima evidenza la non serena compresenza tra la musica in programma e i molti elementi diversi che hanno occupato l’udito dei presenti.

Al di là che tali invadenze siano o meno eliminabili (non è questo l’oggetto del presente articolo), crediamo di qualche interesse nominare una questione che tale moltitudine di suoni ha posto, o può porre, al soggetto guardante/ascoltante.

Lo facciamo a partire da un capolavoro delle arti visive di tutti i tempi: Giove pittore di farfalle, Mercurio e la Virtù, olio su tela di Dosso Dossi del 1523-1524.

 

Dosso Dossi, Giove pittore di farfalle, Mercurio e la Virtù, 1523-1524

 

Senza addentrarci nelle questioni stilistiche e formali, che meriterebbero ben altra trattazione, ai fini del nostro piccolo discorso è sufficiente notare l’elemento tematico: sulla sinistra Giove è intento a creare un’opera (dipingere farfalle) mentre al centro Mercurio si assicura che l’amorino sulla destra faccia silenzio. Non disturbare l’artista al lavoro, pare dirgli: un’idea di arte che per accadere non deve sopportare l’intralcio del mondo.

All’esatto opposto, e tornando d’un lampo nell’alveo delle arti sonore, 4’33’’ di John Cage (1951): spartiti vuoti, per un accadimento acustico dal sapore zen che si costituisce unicamente di ciò che di occasionale può risuonare in un qui e ora (colpo di tosse, sedia spostata o aereo di passaggio che sia).

 

John Cage, 4’33”, 1952

 

Tra queste due polarità, opposte e forse complementari, a  quale idea di arte è più prossima l’aspettativa che ci guida ad incontrare un fatto culturale?

E, più in generale, quale disponibilità abbiamo nell’accogliere il mondo quale esso è e non secondo le pre-ordinate categorie ed etichette che vorremmo attribuire ad ogni fenomeno?

 

MICHELE PASCARELLA

 

Ascoltato all’Arena San Domenico di Forlì il 22 agosto 2020 – info: https://www.emiliaromagnafestival.it/2020/08/20/il-pianoforte-di-ivo-pogorelich-tra-viaggi-miti-e-leggende/, https://ivopogorelich.com/

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