Terzo Tempo per i vivi e i morti: un’installazione di MOMEC

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ph Marina Carluccio

 

Il Fedro di Platone articola, tra le varie cose, una critica alla scrittura e alla recitazione, attraverso un paragone mitico. Il personaggio di Socrate assimila scrittori e attori ai sacerdoti del culto di Adone. Ragazzo bellissimo amato da Afrodite, egli morì prematuramente per l’attacco di un cinghiale, a sua volta inviato dal dio Marte che era geloso del giovane rivale. In memoria di questo evento luttuoso, i sacerdoti di Adone allestiscono un giardino simbolico, dove vengono piantati semi che fanno crescere fiori destinati a morire nello spazio di una settimana. L’arco di tempo rispecchia la vita di Adone: bellissima e tuttavia effimera, stroncata anzitempo. Ora, Platone rilegge il mito con un intento polemico. Scrittori e attori sono sacerdoti laici di Adone, nel senso che piantano con le loro opere delle nozioni, emozioni o informazioni destinate a sfiorire (= a essere dimenticate) in un arco di tempo limitato. A questi agenti, Platone oppone il giardino del dialettico, che elabora la dottrina forte dell’esistenza di idee o archetipi separati dal mondo sensibile, la insegna a un interlocutore e la pianta nella memoria altri con tale intensità da impedirle di svanire, se non con la morte dell’individuo. Questo filosofo metafisico continua poi a scrivere e a recitare i suoi scritti giusto per rievocare alla mente i principi dottrinari fondamentali, ossia interpreta i suoi testi o le sue performances come una sorta di promemoria a un sapere che già conosce e padroneggia.

Da questo punto di vista, il Fedro presenta il teatro come un creatore di simulacri transitori, o un operatore di oblio. Il suo effetto principale è del resto la dimenticanza e l’esperienza di un momento estetico magari vivissimo, ma che scompare presto.

Questo pensiero di Platone è tuttavia critica dall’installazione Terzo Tempo del collettivo MOMEC, che ha debuttato in prima nazionale nella sedicesima edizione del Festival Opera Prima di Rovigo. Il lavoro mostrerebbe, a mio avviso, come anche il teatro può piantare nella memoria semi di fiori che hanno la medesima durevolezza e intensità delle piante seminate dal dialettico, o forse persino un valore aggiunto. Quest’arte ha in più la capacità di mettere il soggetto in contatto con gli individui concreti che non ci sono più, non solo con l’algida e astratta (dunque probabilmente falsa) dottrina metafisica delle idee.

 

ph Loris Slaviero

 

L’accostamento di Terzo Tempo con un giardino è anzitutto motivato dalla circostanza in cui viene accolto lo spettatore. Questi entra in una piccola serra, in mezzo alla quale si trova un tavolino bianco con sopra un bicchiere di vino, un po’ di pane e una lettera ancora da scrivere. Lo spettatore viene poi solleticato con tutti i suoi sensi. La vista è stimolata da fiori, da fotografie e da oggetti sparsi per l’ambiente; l’olfatto dagli aromi sparsi nell’aria; il gusto dal cibo e dalla bevanda; il tatto dalla penna e dal foglio intonso; l’udito dalla registrazione di alcune voci di sottofondo. Come in un giardino colmo di fiori, frutta e versi di animali, lo spettatore si trova così catapultato in un contesto in cui ogni sua facoltà vitale è stimolata e avvolta in una soffusa condizione di piacere.

Fin qui, però, ci troveremmo solo ad un accostamento del tutto formale, che potrebbe anzi dare ragione alla critica del Fedro di Platone. I piaceri che lo spettatore prova sono dimenticati all’uscita dell’installazione. Lo stesso autore di questo intervento non ricorda più nessuna delle sensazioni avute in quell’esperienza. Se dunque Terzo Tempo si limitasse al principio di piacere sensibile, Platone avrebbe ragione. Il teatro sarebbe un giardino artificiale che nasconde la morte, o il cadavere di un Adone, dentro le piante dolci, rigogliose e profumate della serra.

C’è d’altro canto un elemento più profondo che l’installazione mette in gioco con questa esperienza sensoriale. Tutti gli oggetti presenti al suo interno solleticano i sensi per stimolare o rendere inquiete la mente e la memoria, o meglio le mettono in relazione con un altrove: quello degli amori passati e dei nostri cari morti. In particolare, sono le voci registrate a portare la sensazione oltre la soglia del piacere immediato. Queste persone raccontano del tempo trascorso con i genitori defunti, degli amanti che hanno avuto e spesso perso per strada, di amici che non si sa più dove siano andati dispersi da tempo e a cui pure mandano lettere al vecchio indirizzo di casa. Senza che se ne accorga fino in fondo, nella mente e nella memoria dello spettatore viene così piantato un piccolo grano di senape, che col tempo germoglierà in una pianta dagli effetti spirituali mastodontici. L’installazione usa insomma questi vari elementi sensibili per consentire allo spettatore vivo di entrare in rapporto con i morti altrui e propri. Con quelli altrui, perché egli entra in empatia con i protagonisti scomparsi dei racconti delle voci registrate e prova a farli rivivere nell’immaginazione. Si rapporta invece con i propri morti, grazie a un processo mentale e mnemonico di analogia. In fondo, anche i miei genitori, amanti o amici che ho perso nel corso della vita vivono ancora, come gli spettri di cui parlano le voci registrate. E posso allora anche prendere la lettera che è qui davanti a me, per lasciare loro un messaggio, nella certezza che lo leggeranno nel momento stesso in cui lascerò la serra, o addirittura che stanno proprio “qui e ora” accompagnando la mia mano per scrivere loro delle autentiche parole di amore e affetto.

Nulla è perciò perduto e si attua un rovesciamento della prospettiva platonica. Il giardino del teatro pianta semi di una crescita spirituale che consentono di resuscitare Adone, di restituirlo all’amore dello spettatore-Afrodite e di riprendere il percorso di vita insieme. Il momento performativo finale della scrittura della lettera da parte dello spettatore concreto costituisce pertanto un atto fisico che mette in contatto con le ombre dei morti – funge da ponte tra materia e spirito, tra realtà esteriore e memoria interiore.

A rinvigorire questa interpretazione, è del resto la stessa nozione di “terzo tempo” che fa da titolo dell’installazione di MOMEC. L’espressione designa il periodo in cui due squadre di rugby si trovano a festeggiare insieme, dopo essersi fronteggiati sul campo da gioco. Allo stesso modo, Terzo Tempo dischiude una temporalità di mezzo tra la vita e la morte: uno in cui la squadra dei vivi e quella dei morti si possono ritrovare/riconciliare, dopo gli eventi burrascosi del distacco e del lutto. Se ciò è vero, allora il teatro fa rievocare nei viventi il corpo e l’anima dei defunti, con la stessa intensità del filosofo platonico e dialettico che rammenta le forme eidetiche eterne che sfuggono alla realtà sensibile.

Il giardino del teatro è in conclusione uno spazio in cui si pianta nello spettatore il seme per un percorso di crescita a cavallo tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Questo individuo si addentra nell’esistenza senza appartenere del tutto all’uno, visto che riesce a far rivivere in sé i defunti propri e altri, né completamente all’altro, visto continua comunque a godere dei piaceri dei sensi. Lo spettatore di teatro si addentra nell’esistenza come in un grande giardino spirituale, dove i fiori gli sfiorano le guance e gli spettri del passato lo accolgono con un sorriso.

ENRICO PIERGIACOMI

 

visto al Festival Opera Prima di Rovigo l’11 settembre 2020 – info: https://www.festivaloperaprima.it/it/edizione-xvi/31-7-settembre/148-momec-terzo-tempo

 

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