Il corpo-teatro di Giulio Petrucci e Jari Boldrini, a Anghiari Dance Hub online

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Alcune notarelle notturne, più per gratitudine che per analisi.

Accade che il Presidente del Consiglio nel presentare i provvedimenti dell’ennesimo dpcm per emergenza sanitaria non nomini nulla che abbia a che fare con l’arte (chiusura o meno di teatri, cinema, musei, …).

Accade che la solerte giornalista invece di chiedergliene conto gli domandi in merito ai comportamenti della di lui compagna.

Accade che il giorno seguente in Toscana, in provincia di Arezzo, ad Anghiari, nel teatro nel centro del paese debutti Evento, di e con Giulio Petrucci e Jari Boldrini, nell’ambito di un meritorio progetto di sostegno alla danza contemporanea  che si chiama Anghiari Dance Hub, che nell’anno del Covid si è trasdotto online.

Accade che, in linea di principio, la danza -come accadimento del corpo artistico in scena- o è in presenza o non è.

E invece: accade che la giocosa e rigorosa vivezza di questi due corpi-teatro, per dirla con Jean-Luc Nancy, travalichi la freddezza del medium e la stanchezza delle molte ore già passate davanti allo schermo.

Teatro: luogo dello sguardo e della visione.

Corpi-teatro, s’è detto, che si offrono ai guardanti con la nudità (quelli che parlan bene forse direbbero: la datità) di enti che valgono (consistono) in quanto tali.

Senza narrazione.

Senza psicologia.

Senza interpretazione.

Senza fronzoli.

Spazio scenico nudo, abiti quotidiani (o almeno sembra), un impasto elettronico da cui emergono atomi del paesaggio sonoro che si immagina il borgo toscano possa offrire, in un giorno qualsiasi.

Presentazione vs rappresentazione: i cavalli di Kounellis ci insegnano.

E di quelle bestie i due interpreti hanno la sfrontata oggettività, la prontezza di tendini e muscoli, l’istinto al gioco.

L’istinto.

Una partitura di rimbalzi e colpi a terra, gesti reiterati e guizzi improvvisi, stati cinetici che -naturalmente- muovono da uno all’altro: come mero esercizio di ascolto dato a vedere nel suo farsi.

Naturalmente, si diceva.

Per paradosso.

Si sa, non vi è nulla di naturale in qualsivoglia fatto d’arte scenica: un ontologico sbilanciamento tra chi guarda e chi è guardato rende impossibile ogni spontaneità.

Per fortuna, vien da aggiungere.

Evento, titolo oggettivo ai limiti dell’anonimato (come non pensare a certe creazioni degli anni Settanta, che ben poco concedevano alla romantica fuga in mondi altri?), non ha nulla di spontaneo, o almeno così pare: propone piuttosto una fenomenologica fiducia nelle possibilità del corpo nello spazio. Leve e ralentì, direzioni diverse, micro-sincroni che affiorano per subito diventare altro, in un’amicizia dei corpi che fa della complementarietà un significante, ancor prima che un significato.

Amicizia, sia chiaro, è termine qui usato non tanto in senso biografico (è faccenda che non ci riguarda), quanto in possibilità di accordo e autonomia.

In sintesi e conclusione: Evento, questa sera presentato in prima nazionale, è uno spettacolo bellissimo.

O, meglio, rincuorante: fa tornare fiducia nei corpi in quanto tali.

Nell’arte che se è tale lo è anche attraverso uno schermo di computer.

Nella possibilità di creare sul niente.

O, meglio, su quel che c’è.

 

Una cosa è contenta d’essere guardata dalle altre cose solo quando è convinta di significare se stessa e nient’altro, in mezzo alle cose che significano se stesse e nient’altro.

Italo Calvino, Palomar, 1983

 

 

MICHELE PASCARELLA

 

Visto online il 4 dicembre 2020 – info: https://anghiaridancehub.eu/

 

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