Simone Azzoni su Enrico Fedrigoli: lezioni di vastità

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Enrico Fedrigoli, Francesca Proia, La tigre assenza, 2002

Lo storico dell’arte, a partire dal rapporto tra l’appartato fotografo e il teatro contemporaneo, propone una densa riflessione sulla natura dell’immagine e dell’atto di immaginare.

«L’opera d’arte è quella che si guarda almeno due volte, e quella che conta è la seconda»: Simone Azzoni cita il filosofo dell’arte Bertrand Rougé poco dopo la metà del denso volumetto che ha appena dedicato al lavoro ri-creativo che da alcuni decenni il costruttore di immagini fotografiche Enrico Fedrigoli realizza in dialogo con alcuni fra gli ensemble più rigorosi e visionari di quel panorama proteiforme e liminale che si usa definire teatro contemporaneo: Fanny & Alexander, Masque, Teatro delle Albe, Motus, Teatrino Clandestino.

Noi lo abbiamo letto. Appena terminato abbiamo girato il libro. E ricominciato.

Come tutte le opere (d’arte o dell’ingegno, ammesso che ci sia differenza) che mettono alla prova il nostro pensiero, il secondo incontro ha riservato nuovi significati, connessioni sfuggite in precedenza, inedite domande.

Simone Azzoni, con attitudine da rigoroso storico dell’arte quale è, inserisce il fatto artistico di cui si occupa (la ricerca di Enrico Fedrigoli tramite il banco ottico) in un panorama molto più vasto, a comprendere in un unico orizzonte la storia (dell’arte del Novecento e non solo, della fotografia e non solo, della filosofia e non solo) e il presente, la letteratura e il cinema, il teatro e la danza.

Ciò non faccia pensare a una ridda di confusi riferimenti o, peggio, a uno sfoggio di cultura fine a sé stesso: al contrario, il sapere di cui l’autore è portatore viene messo a stimolare lo sguardo del lettore come un prisma atto a sezionare in precisi campi semantici (materia, luce, tempo, ritratto, natura morta e un allargamento sulle possibilità del classico) quella che altrove potrebbe essere ridotta alla spiegazione tanto motivata quanto soggettiva del perché una tale immagine sia ritenuta bella o brutta (quanti danni ha fatto e continua a fare, la critica di gusto).

In una società in cui ciò che è facile vince su ciò che non lo è, ciò che è veloce su ciò che richiede tempo, ciò che allevia la fatica su ciò che la pretende, questo studio -così rispettosamente in sintonia con l’oggetto di cui si occupa- andrebbe proposto come metodo di indagine oltre che caso di specie in ogni Università o corso che si occupi d’Arte.

 

 

Al poderoso saggio di Azzoni segue una netta conversazione con Fedrigoli (domande e risposte affatto concrete, sembrano costruite come un vecchio falegname farebbe con una sedia o un armadio destinato a durare) e con alcuni artisti con cui il fotografo ha collaborato negli anni, nonché alcune testimonianze ed altri sguardi sul suo lavoro, che ne rivelano il fare maieutico.

Cose antiche, che sanno di buono.

 

MICHELE PASCARELLA

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Simone Azzoni, Teatro e fotografia. Conversazioni con Enrico Fedrigoli, Mimesis, 2021, pp. 112, € 10 – info: http://mimesisedizioni.it/teatro-e-fotografia.html, https://simoneazzoni.com/, http://www.enricofedrigoli.it/

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