Do you? Brevi note su Théatron di Vincenzo Del Gaudio

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Haim Steinbach, You don’t see it, do you?, 1994

 

È nutriente e complesso, il nuovo libro di Vincenzo Del Gaudio, studioso di storia, sociologia e mediologia del teatro dell’Università degli Studi di Salerno.

L’oggetto di questo saggio, summa di anni di ricerche e visioni, è ben sintetizzato nelle domande proposte in copertina: «Quale posizione ricoprono il teatro e le arti performative all’interno del mediascape contemporaneo? In che modo si rapportano con i media digitali? Il teatro può essere considerato un medium? E se sì a quali condizioni?»

Materia ultra-specifica unicamente per addetti ai lavori, si potrà pensare.

E invece.

Stratificando e distillando saperi diversi, Del Gaudio propone un’accurata analisi che invita tutte e tutti, per dirla con Merleau-Ponty, a guardarsi guardare: il teatro, certo, soprattutto quello contemporaneo (per quanto frastagliato e multiforme sia, oggi più che mai, questo aggettivo) ma anche la produzione e fruizione di immagini -termine da intendersi qui in accezione quanto mai larga- del e sul mondo

Un primo elemento nutriente di Théatron è, appunto, la salvifica complessità che analizza e, con piglio esplicitamente didattico, presenta.

Il saggio adotta un «linguaggio a metà strada tra gesto e pensiero» -per dirla con la citazione artaudiana posta in esergo all’utile prefazione di Alfonso Amendola- come manifestazione di pragmatica speculazione o teoresi militante: nel dipanarsi del discorso l’immaginario cinematografico che nutre il progetto Artist = Zombie di Giacomo Verde si approssima e al contempo allontana dalla scrittura per immagini di Francesco Pititto | Lenz Fondazione, la radicale problematizzazione dell’idea «che lo spettacolo teatrale sia legato alla co-presenza di attore e spettatore» in alcune creazioni di Romeo Castellucci è giustapposta alla condizione di alone together che sia il teatro che i social media realizzano.

 

 

Come la diffusione di massa dei media digitali ha mutato il nostro modo di intendere il teatro e, per estensione, il mondo?

Come lo spazio fisico e quello della rete si ibridano, nella nostra esperienza quotidiana ed extra?

Del Gaudio puntella il proprio articolato percorso con numerose creazioni di artisti italiani e non, tracciando una mappa («una di quelle che possono essere smentire» direbbe lui) affascinante sia per chi già conosce ciò di cui si parla sia per chi, avendo in sorte il raro dono della curiosità intellettuale, desideri affacciarvisi.

Tecnoentusiasti o tecnoscettici che si sia (per usare due felici neologismi, ancora dall’introduzione), Théatron può essere utilizzato come strumento utile ad accorgersi un po’ di più e un po’ meglio di come ci rapportiamo con l’ormai ineludibile questione dell’immagine intesa come strumento di definizione, decifrazione e trasformazione del reale.

Dal teatro come forma di sperimentazione sociale invocato da Antonio Gramsci critico teatrale de L’Avanti all’interesse del sociologo tedesco Georg Simmel per l’arte in quanto «spazio privilegiato dentro cui studiare le dinamiche attraverso cui le società producono senso», dallo «shock percettivo» prodotto nello spettatore dal teatro epico brechtiano secondo la lettura dell’imprescindibile Benjamin ai media intesi da McLuhan come «estensioni, protesi tecnologiche delle facoltà umane», dall’indispensabile reazione dello spettatore per la produzione di senso in un dispositivo ludico (McLuhan, ancora) al teatro come oltremondo, secondo Ortega y Gasset, per la produzione di realtà extramondana.

A lungo si potrebbe continuare, ma questi pochi esempi sono forse sufficienti a ribadire come il discorso articolato da Del Gaudio (come ogni proposizione autenticamente culturale, d’altronde) travalichi l’angusto recinto della disciplina di appartenenza -anche se in questo caso il plurale è d’obbligo- e proponga salutari dubbi e larghe visioni a chiunque vi si approssimi.

Infine, e al contrario, molti elementi sono affatto interessanti per gli appassionati e i professionisti di questi specifici ambiti del sapere. In particolare il quarto e ultimo capitolo, Il corpo della luce: archeologia del video a teatro, propone un’inebriante cavalcata che a partire dalla luce nel teatro greco e alle molte rivoluzioni generate dall’illuminazione a gas prima ed elettrica poi passa dalla macchina scenica come proto-schermo e dagli screens di Gordon Craig nel mitologico allestimento dell’Amleto realizzato nel 1912 al Teatro delle Arti di Mosca assieme a Konstantin S. Stanislavskij per arrivare al videomapping come una delle possibilità di modificazione dello spazio scenico.

Il saggio è completato da una corposa bibliografia.

Dire grazie, almeno.

 

MICHELE PASCARELLA

 

Vincenzo Del Gaudio, Théatron. Verso una mediologia del teatro e della performance, Milano, Meltemi editore, 2020, 216 pp, € 18 – info: http://www.meltemieditore.it/catalogo/theatron/

 

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