Savana Funk: arriva Tindouf, il quarto album

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I Savana Funk con Jovanotti al Jova Beach Party - Foto di Michele Lugaresi
I Savana Funk con Jovanotti al Jova Beach Party - Foto di Michele Lugaresi

Ci sono un berbero con l’accento romagnolo, un veneto con la Sicilia nel sangue, un londinese di origini ghanesi e italiane e un ravennate con un cognome friulano. Non è una barzelletta, sono i Savana Funk, band strumentale che il 12 giugno pubblicherà il quarto disco, Tindouf. I Savana Funk sono Aldo Betto (chitarra), Youssef Ait Bouazza (batteria), Blake C.S. Franchetto (basso) e Nicola Peruch (tastiere): nati nel 2015, hanno avuto un’evoluzione che li ha portati a partecipare al Jova Beach Party, il tour tra le spiagge organizzato da Lorenzo Cherubini nell’estate del 2019, a suonare durante la trasmissione Propaganda Live su La7 e a ottenere un contratto con la casa discografica Garrincha Dischi.

Ogni componente della band ha una personale storia musicale, Blake ha studiato pianoforte classico ma a cinque anni ballava sulle note di James Brown, lo stile di Aldo Betto ha un’impronta blues e Youssef ha il tocco africano. Proprio per questo, nonostante il nome, è difficile collocare lo stile dei Savana in una cornice di genere, caratteristica che è diventata il loro biglietto da visita: «Quando parliamo di generi, c’è sempre il rischio di cadere nell’esercizio di stile – dice Aldo – con i ragazzi, invece, questi linguaggi confluiscono in qualcosa di unico». Ascoltando i loro brani si ha la sensazione che ognuno sia riuscito a ritagliarsi il proprio spazio senza prevaricare gli altri, anzi, valorizzandoli.

In che modo ognuno di voi riesce a portare la propria personalità nei pezzi che scrivete?

Aldo: «Un brano può nascere da una jam session, ma anche durante il soundcheck. Inoltre, noi ci registriamo molto, magari ascoltiamo la trance di un’improvvisazione che ci piace e da lì parte l’idea. L’altra possibilità è che qualcuno da casa porti un’idea, che poi sviluppiamo insieme».

E dopo la risposta secca e un po’ didascalica, si lasciano andare a commenti un po’ più romantici:

«Quando ho iniziato a suonare con Youssef, nei miei ascolti c’erano soprattutto jazz e hip hop, ma stando insieme ognuno di noi risveglia delle componenti nell’altro» racconta Blake, a cui fa eco Youssef: «Io ho iniziato a suonare musica africana solo dopo aver conosciuto Aldo». Infine, interviene di nuovo il chitarrista: «Suonare insieme ci ha permesso di andare più in profondità nella ricerca del suono. Guardando il loro, ho capito meglio chi sono».

A fare da collante fra le diverse sonorità fin dal primo album, sebbene sia entrato ufficialmente nel gruppo solo nel 2019, è Nicola. I colori pop del tastierista, che a 15 anni era già in tour con Grazia di Michele e ha accompagnato molti artisti italiani (Zucchero in primis), hanno completato il vivace quadro del gruppo. Il risultato della loro complementarietà (che si nota anche dal vivo: l’esuberanza di Aldo viene equilibrata dalla staticità di Blake, che sprigiona groove solo molleggiandosi sulle ginocchia) è un sound energico, moderno e originale.

I Savana sono tutti professionisti con importanti collaborazioni: le chitarre di Aldo si trovano nel disco Le Migliori Mina Celentano, Youssef ha suonato con il trombettista Massimo Greco e il polistrumentista Francesco Bearzatti, mentre Blake partecipa al progetto Cosmic Renaissance del trombonista Gianluca Petrella. Detto questo, solo Peruch ha solcato grandi palchi e un conto è vivere la musica dentro lo studio, o davanti a una nicchia di intenditori, altra cosa è condividere concerti del calibro del Jova Beach Party: cosa vi ha insegnato, dal punto di vista musicale, questa esperienza?

Aldo: «Il suono sicuramente cambia. Già prima del Jova Beach Party ci stavamo affacciando a un pubblico sempre più ampio, ma a Viareggio è stata un’altra cosa. Quando sei davanti a così tanta gente, il tuo colpo o la tua pennata cambiano di intensità, devi aumentare il peso specifico e incanalare l’energia in maniera completamente diversa. Il tuo suono deve arrivare fino in fondo e non è così banale, non si tratta solo di alzare il volume».

Blake: «Io ho questo ricordo incredibile: quando abbiamo fatto il soundcheck, ho toccato la corda e mi è vibrato tutto intorno. È come passare da 200 a 800 cavalli».

La forte sintonia con il cantante – che li ha trovati per caso su internet e ha proposto alla band tre date – e la reazione del pubblico hanno convinto Jova a regalare loro una quarta tappa, la più grossa: Viareggio, 40 mila persone. Come è cambiata la percezione di voi stessi come gruppo?

Youssef: «È stato interessante confrontarsi con musicisti di quello spessore, la loro reazione ha reso più importante quello che facciamo, gli ha dato più valore».

Aldo: «Un’esperienza del genere ti rende più tranquillo nei confronti di te stesso. E qui c’è poco da fare: nella musica, come nello sport, se sei sicuro, fai meglio. Ci ha confortato il parere dei colleghi, ma anche la gente… Ci conosceva solo una minoranza, ma la gente saltava»!

Blake: «Fare musica strumentale e vedere una risposta così ampia è raro. Viverlo in prima persona ti fa dire “Ok, siamo sulla strada giusta”».

Tindouf si presenta più maturo dei dischi precedenti, sembra racchiudere una maggior sintonia, probabilmente raggiunta dall’intensa attività live e anche da una sana dose di ambizione comune: «Se pensavamo quando avremo fatto il salto? Dal primo giorno in cui ci siamo beccati abbiamo quell’obiettivo lì» dice Youssef. L’album uscirà per Garrincha GoGo, la sezione funk, afro, e world music dell’etichetta discografica Garrincha Dischi, quella di Lo Stato Sociale e degli Ex-Otago. Oggi la nuova label ha tre band sotto di sé, ma di fatto è nata dalla volontà di inserire i Savana nel pacchetto, iniziando un percorso che si discosta dalla musica indie. Altre novità sono la registrazione analogica presso lo studio di L’amor mio non muore, avvenuta tutta prima della pandemia, e la partecipazione di Gianluca Petrella. Una conferma di cui il gruppo è molto orgoglioso, invece, è la presenza, in quasi tutte le tracce, del percussionista Max Castlunger.

Se la contaminazione musicale è l’essenza del disco, non stupisce che il tema a cui gira attorno sia quello del multiculturalismo, anche nei suoi aspetti più problematici e spinosi: l’album prende il nome dalla città algerina Tindouf, che ospita un importante campo profughi Sahrawi. È vero che, per vostra stessa natura, non sorprende che siate sensibili all’argomento “immigrazione” (come già dimostrato in passato con il brano Calais Blues, che racconta il viaggio e le emozioni dei migranti), ma come si è sviluppato questo sentimento comune?

Aldo: «Sono cresciuto con un principio fondamentale: “Soprattutto siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo”. Io sono veneto, però la mia famiglia è di giù e ha vissuto in maniera forte certe dinamiche, lo so bene.  Noi non diciamo niente ai nostri concerti, basta la nostra presenza a testimoniare, nel nostro piccolo, che persone diverse possono fare cose diverse collaborando e stando bene insieme, senza porre l’accento su una questione razziale. E poi, io ho 15 anni più di Blake, c’è anche un’età diversa, ma perché porre confini, perché avere limiti? È come se la nostra società ci spingesse sempre più a incasellarci in sottoinsieme sempre più piccoli che tengono a escludere qualcosa, una fascia sociale, un colore, una cultura. Ecco, noi siamo inclusivi».

Tindouf è acquistabile qui in pre-order e sarà disponibile da sabato 12 giugno sullo stesso sito, su Spotify e ai loro concerti; nei negozi di musica arriva il 18 giugno. I Savana Funk sono attualmente in tour: venerdì 11 sera saranno al Pavaglione Cuore di Lugo e sabato 12 suoneranno a Bologna (entrambi i concerti sono a ingresso libero).

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