Io sono mia moglie. Intervista a Michele Di Giacomo

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Io sono mia moglie – ph © Matteo Toni

 

Il tuo ultimo spettacolo, che ha appena debuttato a Cesena, è tratto da un testo del drammaturgo americano Dough Wright che ha vinto il premio Pulitzer nel 2004. In quale occasione ti ci sei imbattuto e perché lo hai scelto?

Il testo mi è stato regalato da una cara amica che l’aveva visto in scena al Fringe di Edimburgo nel 2017. Ebbe un’intuizione, pensò a me, prese l’edizione in inglese e me la regalò. Da quel momento I am my own wife è rimasto sul mio comodino. L’ho tradotto, letto periodicamente, immaginato. Ho imparato a conoscere Charlotte e sono rimasto invischiato nella sua storia, così come Doug Wright. Quella di Charlotte è una storia epica, eccezionale ma controversa. Charlotte è una personalità sfuggente, non si riesce a coglierla, a tirarne le somme. Credo che lo stesso valga per il testo. Inizia con un meccanismo da one man show all’americana poi scivola in pieghe più complesse, drammatiche, senza cadere mai in psicologismi, tenendo sempre attivo il gioco della rappresentazione. Così come la protagonista, anche il testo è difficile da inquadrare, mette assieme più stili e per questo l’ho trovato una sfida stimolante sia da regista che da attore.

Ne hai curato la traduzione in italiano. Quali accortezze linguistiche ha richiesto, tale funzione?

La traduzione è avvenuta nel tempo, a più riprese. Un confronto importante è stato quello con Silvia Masotti, l’amica responsabile di tutto. Ma nonostante la traduzione si sia diluita nel tempo, non è stato un percorso semplice. Innanzitutto perché nel testo è presente un’altra lingua che non conosco: il tedesco. In questo caso è stato importante il supporto di Iacopo Gardelli, il mio assistente. Poi perché i personaggi sono molti, circa trenta, ed ognuno, anche se rappresentato da una sola frase, usa una sua lingua, o per la provenienza geografica o per lo status sociale. Per queste sfumature linguistiche in alcuni casi è stato fondamentale il palcoscenico. Inoltre il testo originale è scritto in inglese americano e in quella lingua i verbi e gli aggettivi non hanno maschili e femminili, il genere si coglie dal contesto. Ma in un testo che racconta di una signora transgender, decidere che genere usare è fondamentale. Ho dovuto operare scelte a volte in base al contesto, a volte in base alla mia sensibilità. Per esempio, quando Charlotte parla di sé prima che indossi l’abito da donna con cui decide di cambiare identità sociale, le faccio raccontare di sé al maschile.

 

Io sono mia moglie – ph © Matteo Toni

 

In Io sono mia moglie sei anche regista e unico interprete. Cosa hai raccolto e cosa tralasciato, di precedenti allestimenti di questo testo che immagino tu abbia visionato?

Ho visionato spezzoni di moltissime messe in scena, per capire come fosse stato affrontato da altri registi. Inoltre il testo edito è già un copione, riporta parte delle didascalie della prima messa in scena fatta nel 2003 da Moisés Kaufman. Tutte queste visioni e letture sono state parte del processo di creazione ma non per questo mi sono omologato ad esse. Se della versione di Kaufman e del Seattle Rep ho mantenuto i passaggi da un personaggio all’altro e da una situazione all’altra tramite un cambio repentino di pose, sguardi e voci, sfruttando la convenzione teatrale, altre versioni sono state fonte di ispirazione per gli abiti o la creazione del personaggio, però la mia regia ha preso una strada che non ho mai visto nelle mie ricerche. Il testo inizia con Charlotte che fa al pubblico una lezione sul fonografo. È lei la protagonista, appare come primo personaggio all’interno del suo museo. La mia regia mette invece al centro l’indagine di Doug Wright, il drammaturgo che, riascoltando i nastri delle registrazioni avvenute con Charlotte dal 1993, cerca di capire come scrivere il suo testo teatrale. Ma la sua indagine è già il testo teatrale. E un’indagine non dà giudizi, è così com’è. Il mio protagonista è dunque Doug. È lui che appare per primo. La lezione sul fonografo di Charlotte diventa nella mia messa in scena uno dei tanti nastri registrati da Doug. Questo cambio di prospettiva ha aperto nuove possibilità. Ecco che lo spettacolo non si svolge al Gründerzeit Museum ma avviene in una scatola della rappresentazione, forse luogo della mente, forse la soffitta di Doug, forse reale, forse no, ma piena di scatole da scarpe colme di nastri. Il Gründerzeit Museum diventa una miniatura, un plastico. Charlotte appare dopo e tramite una vestizione che non lascia spazio a confusioni, a sottolineare che noi conosciamo Charlotte solo tramite la rappresentazione che lei stessa fa di sé a Doug durante le interviste.

Il tuo lavoro attorale da sempre si caratterizza per una elegante misura. Come hai agito, dal punto di vista interpretativo, nella caratterizzazione dei molti personaggi che abitano questa vicenda per evitare il rischio di un troppo facile istrionismo?

Lo spettacolo ha già forte come tema quello del travestitismo e come dicevo, io ho voluto sottolineare ancora di più il meccanismo di rappresentazione che Charlotte mette in atto mentre si racconta. Ma nell’avvicendarsi dei personaggi e nelle loro caratterizzazioni il fine non è l’istrionismo. L’istrionismo è mosso dalla volontà dell’attore, è esterno. Il motore dei cambiamenti invece per me è sempre interno, diegetico, legato al personaggio. Faccio un esempio. Charlotte nella prima parte coinvolge il pubblico con piccole battute, ma in quel momento non sono io, Michele, l’attore, che vuole far ridere il pubblico, bensì agisco dall’interno un’azione del personaggio: Charlotte vuole affascinare l’ascoltatore, creando con lui una relazione empatica. I molti personaggi, inoltre, assumono il carattere che serve a Charlotte per la sua messa in scena: buono, cattivo, dolce, severo. Per questo tutti hanno una caratterizzazione semplice (un gesto, una posa) ma chiara per il pubblico. I personaggi non possono essere realistici perché lo spettacolo è un incastro di piani di rappresentazione, ma possono contenere una verità. Questo mi aiuta nel mantenere una misura tra rappresentazione e verità. L’unico personaggio reale è Doug ed infatti ha la mia voce, i mei abiti, parla sinceramente al pubblico, è l’unico nell’hic et nunc. Forse perché in fondo Doug sono io, anch’io mi sono innamorato di Charlotte e ho cercato di capire come metterla in scena e ogni sera la rappresento cercando di capirla un po’ di più.

 

Io sono mia moglie – ph © Matteo Toni

 

Dal 2020 fai parte della Compagnia permanente di ERT Fondazione, anche produttrice di questo spettacolo. Come è avvenuta e cosa comporta, tale stabile collaborazione?

L’essere parte della Compagnia permanente Ert è stata una proposta del precedente direttore di Ert, Claudio Longhi. Per questa stagione Ert aveva ideato un importate progetto di teatro partecipato per il Teatro Bonci e Longhi ha pensato di coinvolgermi, anche in quanto artista già attivo e in contatto con il territorio. È stato per me un anno importante, di lavoro intenso, capillare, di squadra, di begli incontri professionali e di progetti che hanno fatto sentire la presenza del teatro, nonostante la chiusura, alla comunità. Il mio legame con la città si è molto rafforzato. Le repliche di Io sono mia moglie concludono questa collaborazione nel migliore dei modi. Uno spettacolo prodotto al Teatro Bonci, con una compagnia per la maggior parte cesenate e mostrato al pubblico di Cesena.

Chi volesse seguire il tuo lavoro nei prossimi mesi quali occasioni avrà, in Emilia-Romagna et ultra?

Dopo un anno senza pubblico, questa estate sarà una ripartenza piena per me. Prima di tutto Io sono mia moglie farà molte repliche ed è per me una gioia incredibile. Fino al 20 giugno a Cesena, poi a Modena, al Teatro Tempio, dal 22 giugno al 4 luglio. Tra le repliche di Io sono mia moglie, lunedì 28 giugno, avrò un debutto nazionale al Festival Segnali con Il migliore dei mondi, uno spettacolo prodotto da Elsinor Teatro, scritto da Magdalena Barili, rivolto agli adolescenti, dove sono regista e interprete, che indaga i punti di contatto tra gaming e teatro. Poi dal 5 al 9 luglio sarò al Teatro Elfo Puccini col monologo Le Buone Maniere, della mia Compagnia Alchemico Tre, in cui interpreto Fabio Savi e che racconta le vicende della Banda della Uno Bianca. Ancora un monologo, ancora una biografia, ancora una cronaca, questa volta nera e senza spazio per i dubbi. A fine luglio mi dedicherò a organizzare la seconda edizione di FU ME Festival: un festival di drammaturgia contemporanea, incontri e concerti che si svolgerà a Cesena, a Villa Silvia Carducci, il 29, 30 e 31 luglio.

MICHELE PASCARELLA

Io sono mia moglie – Cinema San Biagio di Cesena fino al 20 giugno, Teatro Tempio di Modena dal 22 giugno al 4 luglio – info: https://emiliaromagnateatro.com/production/io-sono-mia-moglie/

 

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