Dietro (dentro) il reale. Quattro casi

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Diane Arbus, Untitled (49), 1970-71

 

Daniela Piccari su Nino Pedretti, Fanny & Alexander, Teatro dell’Argine e Alessandro Bergonzoni: quattro visioni emiliano-romagnole di questi giorni offrono l’occasione per qualche breve nota sul rapporto dialettico che (da sempre, a onor del vero) l’arte instaura con la realtà.

Tema smisurato e oltremodo scivoloso, va da sé. Non vi è in queste poche righe estive, ovviamente, alcuna pretesa di giustezza, né tanto meno di esaustività: è solo un modo per condividere qualche pensiero e per ringraziare gli artisti citati per aver fatto altrettanto, nelle loro opere.

Un tratto che sembra accomunare le quattro diversissime proposizioni da noi incontrate è l’attitudine a porsi come microstorici, termine qui usato pensando a Carlo Ginzburg e con lui all’attitudine a valorizzare le culture regionali, o comunque locali, non considerate nella “grande narrazione” trionfalistica della genesi e dello sviluppo della civiltà occidentale moderna.

 

Daniela Piccari

 

Ciò sembra valere per il nuovo attraversamento di Daniela Piccari dei testi poetici (e non solo) di Nino Pedretti. Da oltre due decenni la cantante e attrice è impegnata a dar voce, con terrigna raffinatezza, a quanto raccontato dal poeta santarcangiolese.

Come in molte altre occasioni accompagnata da Dimitri Sillato al pianoforte e da Andrea Alessi al contrabbasso, in questo nuovo allestimento Piccari compone una sorta di bestiario fantastico à la Borges: come il grande argentino, accompagna il pubblico e poi lo fa perdere in un labirinto in cui il reale e ciò che vi sta a lato senza posa si scambiano di posto, Pedretti viene sorprendentemente messo in relazione con la nota studiosa americana con sindrome di Asperger Temple Grandin e le distanze tra arte e scienza, prosa e poesia, parola detta e parola cantata, suono e voce si accorciano fin quasi ad annullarsi, secondo una concezione larga di arte che tutto (o comunque molto) include e traduce.

Uno spettacolo che, con la sapienza e la lievità che Piccari ha costruito in decenni di artigianato scenico, abbiamo incontrato alla Fabbrica delle Candele di Forlì, nell’ambito della programmazione curata (anche) da Accademia Perduta Romagna Teatri.

 

Fanny & Alexander, Sylvie e Bruno – ph Zani-Casadio

 

Esercizi di fantasia si potrebbe forse sottotitolare, in omaggio al Maestro Rodari, il nuovo spettacolo di Fanny & Alexander, visto alle Artificerie Alamngià di Ravenna al debutto, all’interno del programma del Ravenna Festival 2021.

Fantasia, qui, è termine da intendersi a metà strada tra la fuga nell’immaginario e la problematizzazione del reale. Punto di partenza (o, meglio, trampolino di lancio per questo ennesimo salto nell’ignoto) è Sylvie e Bruno di Lewis Carrol, autore amato e lungamente attraversato dalla colta Compagnia ravennate.

Il segno / colore iniziale dà il là a tutta la creazione: un profondo blu che rimanda a quello, celeberrimo, di Yves Klein, a suggerire una analoga immersione nel vuoto e in una dimensione onirica e al contempo realistica dell’esperienza umana.

Sylvie e Bruno appare, ai nostri occhi, opera della piena maturità innanzi tutto di Luigi De Angelis (regia, scene, luci).

Un’attitudine scultorea, in sottrazione, mette in relazione significante e straniante i corpi (fisici, sonori, luminosi, materici, verbali), e chiama lo spettatore, grazie a un sapiente montaggio che giustappone materiali scenici minimali, a comporre nella propria mente immagini e immaginari.

Esercizi di fantasia, si diceva: anche nei molti giochi presentati e rappresentati dagli interpreti («facciamo che questo teatro adesso è una piazza»).

Composizione, si diceva: anche alternando narrazione e interpretazione, soliloqui e cori ritmici, entità vocaliche e semantiche, toni colloquiali e recitati intonati, silenzi e fragore di tumulti e scioperi di piazza.

Pochi semplici sgabelli suggeriscono ambienti, le cinque figure in scena (tra cui una straordinaria Elisa Pol, che abbandona certe ridondanti sguaiatezze interpretative di precedenti produzioni per rivelare nuovi, ben più magnetici e precisi, colori) si offrono con dedizione a questo gioco ineffabile, a sua volta dato al nostro sguardo con un misto di fiducia e noncuranza.

 

Il Labirinto_riprese – ph Davide Saccà – Harperstudio

 

Il Labirinto e spettacolo post-teatrale in realtà virtuale sono titolo e sottotitolo dell’«esperienza immersiva, itinerante e interattiva» proposta dal Teatro dell’Argine: le aule di un Istituto superiore di Bologna, visori 3D e manopole, ogni fruitore accede singolarmente a un accadimento che pone alcune interessanti questioni.

Nell’itinerario che si compie ci si imbatte, da diversi punti di osservazione, in «quattordici storie di adolescenza dimenticata».

Reali o realistiche non importa: quel che conta è che sono presentate -ancorché virtualmente- come credibili.

Il Teatro dell’Argine non è nuovo alle grandi imprese comunitarie.

A siderale distanza dall’idea romantica di artista che se ne sta chiuso nella propria torre d’avorio a combattere con i propri fantasmi per addivenire alla realizzazione dell’opera, per questa Compagnia ogni progetto è concreta ibridazione con ciò che è altro da sé. Non tanto (o non solo) teatro con valore di recupero sociale, dunque, ma teatro che trova nutrimento attraverso il mondo.

Allo spettatore desideroso di farsi attraversare questo Labirinto offre più di una domanda.

La prima, più evidente: si può definire spettacolo una esperienza priva di attori (o simil) che in presenza e dal vivo si offrano ai guardanti?

Quanto questa categorizzazione è rilevante?

Cosa rende il contenuto di una storia vibrante, per chi la racconta e per chi la riceve? La drammaticità? La prossimità? La possibilità di rispecchiarvisi? L’eccezionalità?

Quanto siamo disponibili (o interessati) a ricevere un frammento di realtà che non sia drammatico né eccezionale, che non accada vicino a noi né ci rifletta?

Quanto, in definitiva, siamo aperti alla realtà per quale essa è, anche nei risvolti più ordinari, feriali, anonimi?

«La poesia è un dono fatto agli attenti» diceva Paul Celan, uomo saggio.

Il Labirinto del Teatro dell’Argine allena la nostra attenzione?

 

Alessandro Bergonzoni

 

Un’attenzione altra e alta (letteralmente, scenicamente) caratterizza Alessandro Bergonzoni in Trascendi e sali, visto al Teatro Diego Fabbri di Forlì nell’ambito della programmazione curata da Accademia Perduta Romagna Teatri.

Poliedrico: certo.

Istrionico: assolutamente.

Loquace: senza dubbio.

Nell’ambito di queste note pare utile sottolineare soprattutto un aspetto del suo lavoro: Bergonzoni incarna un’idea affatto contemporanea di artista come qualcuno non tanto e non solo che sa fare cose che il non artista non sa fare, quanto qualcuno che vede cose che il non artista non vede.

Dunque, tornando a qualche riga sopra, la poesia (l’arte) come frutto dell’attenzione.

Il campo di battaglia di Bergonzoni, si sa, sono le parole.

La sua attitudine: giocare con i multipli significati di termini ed espressioni che l’uso comune ha appiattito, per portarli alle orecchie e alla mente degli spettatori da una prospettiva altra.

Tutto questo, si sa, facendo anche ridere molto, che è sempre un bel regalo.

Con una capacità di gestire il ritmo e l’alternanza di pause e parole davvero magistrale.

Il mondo si affaccia, spuntano temi sociali e civili (dai femminicidi ai migranti, da Regeni a Cucchi), ma forse il dato più caratterizzante Trascendi e sali (così come i suoi precedenti spettacoli) è il lavoro richiesto allo spettatore seduto in platea: Bergonzoni attiva dal primo all’ultimo minuto un processo letteralmente estetico (dunque conoscitivo), senza posa pone e propone punti che vanno uniti per creare fili e figure di senso, dissenso, controsenso.

Chapeau.

 

MICHELE PASCARELLA

 

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