Il senso del partecipare. Note su Trasparenze Festival 2021

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Abitare la terra - foto di Davide Mari

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Due giorni sull’Appenino modenese, alla nona edizione del Festival curato dal Teatro dei Venti con ATER Fondazione. Alcuni pensieri, tra conferme e sorprese.

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Utopie.

Presidio.

Manifesto.

Ma anche comunità, cooperazione, trasformazione: se è vero, come ricordava Nanni Moretti, che «le parole sono importanti», appaiono affatto significative alcune di quelle scelte per presentare la nona edizione di Trasparenze, a cui abbiamo partecipato per due giorni nella sezione del Festival realizzata a Gombola, sull’Appenino modenese.

Qui, nel 2019, il Teatro dei Venti ha vinto il bando indetto dal Comune di Polinago (MO) per la gestione dell’Ostello Podesteria, dando il via alla progettazione e realizzazione di «un centro artistico-culturale aperto alla ricerca e alla riflessione, alle sperimentazioni e alla produzione artistica, un luogo di residenza per artisti, studiosi e pubblico», come si legge nel sito della Compagnia.

Prima evidenza: i termini militanti a cui si è accennato si traducono in una immersione in questo borgo, considerato non tanto e non solo per l’indubbia bellezza -come sorta di sfondo o fondale scenografico atto a decorare le proposte artistiche, com’era in uso nel teatro rinascimentale- quanto come occasione di relazioni con una comunità vivente (prova ne è una Passione -sorta di Sacra Rappresentazione Popolare- allestita con molte decine di abitanti di ogni età e in scena proprio nei giorni in cui scriviamo, da altrove, queste note).

Dell’attitudine sociale, comunitaria e dunque politica di Trasparenze Festival abbiamo iniziato a ragionare in occasione dell’edizione 2019 (chi fosse interessato/a legga qui).

Proseguiamo con qualche riflessione sulle proposizioni, tra quelle in cui ci siamo imbattuti, che più esplicitamente problematizzano e allargano queste questioni.

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Abitare la terra – foto di Davide Mari

La nostra presenza al Festival si è aperta con il commovente Abitare la terra di e con Silvio Castiglioni, accompagnato con cura da Georgia Galanti.

Si tratta di un percorso di un paio d’ore nel bosco attorno a Gombola (partenza di fronte al locale minuscolo cimitero): camminare in silenzio, fermarsi, ascoltare testi liberamente ispirati a L’instabile di Nino Pedretti, a un frammento di Gurdjieff, al celebre Manifesto del Terzo paesaggio di Gilles Clément, a Canto degli alberi di Antonio Moresco, a Sentieri nel ghiaccio di Werner Herzog e a Campo santo di W.G. Sebald per concludersi di nuovo davanti al cimitero con Conversazione con una pietra di Wisława Szymborska (un cui verso ha dato il titolo a queste note).

È certo mirabile, in un panorama sempre più affollato di esili sbruffoni, il rigore con cui Silvio Castiglioni si mette al servizio di questi testi, la sua disponibilità a farsi veicolo di immaginifiche (poiché precise, poiché ben dette) parole.

Ogni stazione, aperta e chiusa dal suono limpido di una piccola campana -sorta di minimale quanto netto sipario sonoro- ha spalancato immaginari su mondi altri: dai meditabondi brontolamenti della figura descritta dal grande santarcangiolese Pedretti all’incoraggiamento fenomenologico di Clément, dall’esortante voce del regno vegetale evocata da Moresco al memorabile racconto autobiografico di Herzog di un lunghissimo viaggio a piedi intrapreso per contrapporsi a una morte imminente, da una stazione in cui è stata offerta la possibilità di guardare e ascoltare il paesaggio senza l’aggiunta di parole a un racconto corso sul rapporto con la morte, fino alla poesia oracolare e misteriosa di Szymborska.

Commovente, si diceva di questo spettacolo, intendendo il termine in senso etimologico: qualcosa che fa muovere assieme. Certo per l’innegabile materialità del fatto che è una proposta itinerante. Ma anche -e soprattutto- per il minimale rigore con cui Castiglioni svolge la propria funzione, ponendosi non tanto come oggetto di ammirazione (chi frequenta i teatri sa bene quanto comuni e impestanti siano gli attori e le attrici che fanno compiaciuta mostra di sé) quanto come strumento di comune attenzione verso l’ambiente circostante, et ultra.

In tal senso pare appropriata la quota di letterarietà (salvificamente filtrante, efficacemente distanziante) dei testi presentati, a smussare l’attitudine pungolante, finanche predicatoria di una drammaturgia impostata in questo modo e scavalcando a pie’ pari il rischio di realizzare uno spettacolo “a tesi” (che come sappiamo è cosa ben diversa -e ben più annichilente sia per l’artista che per gli spettatori- di uno spettacolo “a tema”).

Prima sorpresa di Trasparenze 2021, per noi: esserci imbattuti in questo vivificante filone (itinerante ed ecologico, nel senso dell’occuparsi di relazioni tra viventi) del lavoro da artigiano/artista di Silvio Castiglioni.

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Rulli Frulli – foto di Davide Mari

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Seconda sorpresa: una Banda composta da molte decine di ragazze e ragazzi con diverse fragilità, parte di un ampio progetto coordinato dai Servizi Sociali del territorio.

Rulli Frulli, si chiamano.

Violini elettrici, chitarre e basso.

Tante percussioni.

Un gran ritmo.

E quelle facce.

Molta voglia di essere lì, molta bellezza.

Non riuscire a stare fermi, in quel sentire comune e vibrante. E non è certo per insopportabile pietismo, o peggio buonismo, che li si applaude forte.

È colpa del corpo che scappa.

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foto di Davide Mari

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Seconda evidenza: la comunicazione è un processo dinamico a due direzioni.

Lo ricorda, nei fatti, l’appuntamento indicato in programma come la presentazione del nuovo libro di Oliviero Ponte Di Pino Un teatro per il XXI secolo. Lo spettacolo dal vivo ai tempi del digitale.

Con intelligenza l’autore ha trasdotto le istanze alla base del suo più recente progetto editoriale in una conversazione, di cui si è fatto moderatore, tra il Direttore Artistico del Festival Stefano Tè e il Vice Sindaco di Modena (nonché ex Assessore alla Cultura) Gianpietro Cavazza sul senso e la condizione dello spettacolo dal vivo oggi.

Un momento che avrebbe facilmente potuto essere un vuoto “parlarsi addosso” si è al contrario trasformato, grazie all’intelligenza e alla disponibilità dei tre protagonisti, in un’affatto nutriente riflessione su come il teatro possa essere servizio per la comunità nel suo porsi come occasione per sperimentare possibili e divergenti modi di convivere, su quali indicatori siano utilizzabili per verificare precisamente l’efficacia sociale dei progetti artistici finanziati e realizzati e su un’idea di cultura come integrazione di saperi e pratiche differenti.

Pragma – foto di Davide Mari

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Teatro Akropolis ha presentato Pragma. Studio sul mito di Demetra, rigorosa creazione di cui abbiamo già scritto altrove (per questo motivo non ci dilunghiamo in questa sede su quest’opera, sottolineando però, ai fini del nostro piccolo discorso, il valore di inserire una proposizione complessa e oscura come questa in una programmazione che si vuole popolare).

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Fake Folk – foto di Davide Mari

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Ed è un universo popolare «riletto e frullato» nella sua manifestazione folcloristica quello posto al cuore del nuovo spettacolo di Andrea Cosentino Fake Folk.

Con sapienza e «con quella pacata amara indifferenza dell’attore che conosce i polli della sua platea», come direbbe Ennio Flaiano, Cosentino -in scena insieme a Alessandra De Luca, Lorenzo Lemme e Nexus- costruisce un dispositivo surreale e irresistibile.

Una banda di paese a far da introduzione.

L’auto-citazione di Telemomò, «disvelamento esilarante della povertà del linguaggio televisivo che viene mimato mediante la povertà materiale di un teatrino d’animazione artigianale» si legge nei materiali di presentazione di quello storico spettacolo «Un cavalletto sul quale è fissata la cornice bucata di un televisore, dentro cui si affacciano primi piani reali e bambole di plastica che “tribbolano” sbatacchiandosi, mezzibusti televisivi fatti di barbie senza gambe, e ancora parrucche, giocattoli, pezzi di corpo e brandelli di oggetti. Telemomò è anche il pulpito dal quale lanciare improbabili proclami politici e surreali analisi sociologiche» – parole che vale riportare diffusamente per l’affinità con questa nuova creazione.

Come nella migliore tradizione della comicità popolare prendere un elemento noto (qui una fantomatica quanto archetipica anziana donna di Gombola) e ironizzare su alcuni caratteri essenziali, o almeno evidenti.

Soprattutto: ritmo.

Ritmo.

Ritmo.

Immagini che appaiono e subito vengono gettate via: un mondo kitsch e surreale costruito davanti ai nostri occhi -o nella nostra mente, dirette qualcuno- con pochi poveri oggetti pop.

Mescolamento di significanti e significati, sempre sull’orlo del non-sense.

E invece.

In tutto questo l’iconoclasta Cosentino è un Maestro.

Fake Folk è costituito da una sequenza di scene legate da un esplicito fil rouge che funziona come gli allestimenti di fine Ottocento creati attorno al Grande attore, all’istrione che si andava a vedere al di là del titolo proposto e che costituiva il vero polo d’attrazione del fatto artistico.

La reazione ad alcuni espedienti atti a coinvolgere la platea rendono palpabile una terza evidenza: le persone vogliono dir la loro (con tutte le sfumature –e i rischi- che ciò implica).

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«People have the power» cantava Patti Smith, con la sua faccia bellissima.

A Trasparenze lo sanno.

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MICHELE PASCARELLA

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info: https://www.trasparenzefestival.it/, https://www.teatrodeiventi.it/

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