Restare confusi. Conversazione con Francesca Sarteanesi

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ph Gabriele Acerboni

Il Festival Terreni Creativi di Albenga (SV) nel 2021 ha dedicato all’artista toscana una piccola personale. L’abbiamo intervistata.

Due domande a favore di chi non conosce il tuo percorso. La prima: ci racconti il tuo primo incontro significativo con il teatro? 

Il primo incontro ravvicinato con il teatro è stato quando mia nonna mi portò per la prima volta a vedere un morto dentro una bara. Il primo incontro significativo è stato quando ad un saggio alle superiori cantai una canzone in francese senza sapere cosa stavo cantando e senza sapere il francese. In quel momento già mi si chiarirono delle cose che anche a distanza di anni ho vivide in testa quando salgo su un palco.

Ho iniziato confusa.

Devo dire che è un ottimo stato per cominciare. Perché sei attratto da qualcosa senza sapere esattamente perché. Mi ricordo che godevo nel tingere i vestiti di scena, godevo nel far funzionare parti di scenografia, godevo a studiare a memoria le battute, godevo a recitare impaurita senza salivazione. Ho iniziato con due registi incredibili. Uno diceva non ti dirò come dire la battuta. Devi trovare il tuo modo di dire le battute.  L’altro diceva vai sul palco e dici così. Questa battuta si dice così. Rimasi confusa da subito. Ancora è il mio stato. Che voglio preservare. Rimanere confusi è stata la prima lezione. La lezione più importante. E non ho mai cambiato stato e non mai cambiato idea.

Restare confusi. Restare senza salivazione.

La seconda: puoi nominare tre artisti che consideri tuoi Maestri e dirci in cosa li hai traditi?

Sembrerò spocchiosa in questa risposta. Forse lo sono. Mi attengo a quello che ho fatto e quello che ho vissuto fino a questo momento. Pare che tutti abbiano grandi maestri e punti di riferimenti e “bibbie” da aprire e consultare. Non ho tradito. Mi sarebbe piaciuto. Ma non l’ho fatto. Non sento di aver tradito nessuno purtroppo. Per tradire qualcuno o qualcosa bisogna amare anche fortemente quel qualcuno e quella cosa. Per ora non ho tradito forse perché non ho amato poi così a fondo nessun “maestro”. Mi dispiace molto ammettere questa cosa. Ma è la verità.

Ho incontrato invece tante genialità. Ne ho incontrate tantissime. Gli incontri più importanti sono sempre avvenuti sull’ora dei pasti. Da ogni incontro ho preso solo quello mi serviva. Quello che ritenevo utile. Ho preso egoisticamente tutto quello che sapevo mi sarebbe tornato comodo un giorno o l’altro. Solo le cose essenziali. Un maestro può essere un film, un libro, uno scarabocchio, un regista, un attore, un musicista, una voce, una persona qualsiasi. I maestri sono dappertutto volendo. Solo volendo. Credo che la fortuna o la sfortuna stia nel saperli riconoscere. E aggiungo al saperli riconoscere il riuscire a camminarci a fianco in silenzio. Maestri maestri no. Non ne conosco. Tranne quelli che insegnano alle scuole elementari. Mi ricordo sempre la maestra Capperi. Si chiamava così. Lei si me la ricordo. Una brava maestra.

Al Festival Terreni Creativi 2021 hai presentato i tuoi due più recenti spettacoli, il monologo Sergio e Bella Bestia, in cui sei in scena con Luisa Bosi. Dal punto di vista del lavoro di regista e di attrice quali elementi rimangono uguali e quali si differenziano? 

Ho scritto due spettacoli rigidi perché nella rigidità c’è più spazio di azione. Entrambi i lavori giocano sulla durezza, sulle regole. Ci sono regole da rispettare molto ferree dentro questi copioni. Questo credo che sia l’unico modo per ottenere l’esatto opposto. Rendere possibile e verosimile qualcosa che di per se è incredibile.  La libertà in scena credo sia la più grande conquista e la libertà la posso conquistare solo dando fiducia alle regole scritte.

In entrambi i lavori tutto è deciso prima a tavolino.

In Sergio la regia è la prima operazione, è la prima decisione. In Bella Bestia la regia è stata contrattata durante la scrittura delle scene. Contrattata nel senso di trattata in due, trattata provandola.

Dal punto di vista attoriale cambia evidentemente molto. Anche solo per il fatto di avere o non avere qualcuno in scena accanto a te. Sto per dire una cosa che potrebbe essere fraintesa. In questi due spettacoli non c’è pubblico. È la prima cosa.  Non esiste il pubblico. Sapere che non c’è il pubblico che invece è lì seduto a guardarti determina il modo di fare e stare in scena. Il mio modo.

 

ph Gabriele Acerboni

 

Alcuni grandi temi (il tempo che passa, le mancanze, i desideri) sono evocati attraverso il racconto di minuzie del vivere quotidiano e un’amara, dimessa ironia. Come hai scritto questi spettacoli e in base a quali principi hai aggiustato progressivamente i testi? 

Sergio nasce in collaborazione con Tommaso Cheli. Tommaso è uno studioso. Un incontro che mi ha sempre incuriosito. Non è un attore. È un professore. Ama il teatro e si diletta a frequentare qualche corso ogni tanto. Studia molto, è molto intelligente senza farlo notare troppo. Poche cose mi fanno ridere e commuovere come le sue improvvisazioni. Sergio nasce così. Era da tanto tempo che mi girava in testa. Essere sola senza niente in scena per non essere sola e con la scena piena. Come fare? Le parole di Sergio sono le immagini uscite dalla testa di Tommaso. Improvvisazioni spesso guidate da me. Ma ho anche lasciato che Tommaso si sentisse libero totalmente. Ho ricevuto pezzi di Sergio la notte, la mattina. Sempre. Senza una regola precisa. Ho ascoltato, preso appunti e trascritto questi quadri che non erano altro che dei piccoli frammenti di vite immaginate. In Sergio niente doveva succedere. È stata la prima regola. Deve non accadere niente ma deve impercettibilmente succedere qualcosa. Il mio lavoro è stato scegliere la tonalità e poi cercare di rispettarla. Ho messo insieme, avvicinato frammenti cercando di non uscire mai dalla tonalità che mi ero prefissata. Sembra incredibile ma c’ho messo quasi un anno. Il primo studio di venti minuti era iniziato così come un gioco. Poi il gioco si è fatto più duro. Passare da uno studio ad un lavoro finito. Chiuderlo. Farlo tornare.  Ho avuto un po’ di paura ma poi ho capito che era l’ora di fidarmi di quello che avevo fatto. Su Sergio il mio è stato un intervento. Sono intervenuta su del materiale. Ho iniziato a intravedere quello che stavo facendo solo durante la scrittura. Poi ho capito quello che avevo fatto solo quando ho finito e l’ho messo in scena. Solo in quel momento.

Bella Bestia è stato scritto con quattro mani e due teste. Le mani sono state fortissime. Grazie alla mani, hanno fatto tanto. Quattro mani che hanno sostenuto le due teste. Perché erano due teste balorde. Ci siamo cucite un vestito addosso. Che sembra facile ma non lo è affatto. Perché non siamo sarte. Appunti, frasi sconnesse, immagini, interviste, perché, perché, perché. Una lunga lista di perché. Anche troppi perché. Ma sono serviti. Le risposte a quella valanga di perché sono diventati gli strumenti per cucire il testo.

Nel monologo Sergio la figura a cui ti rivolgi in scena a tratti sembra presente, a tratti un ricordo, a tratti un’invenzione. Quanto secondo te lo spettatore deve cogliere esattamente ciò che tu hai in mente?

Difficile questa domanda. Non me la sento ancora di espormi troppo.

Lo scenario è aperto e deve restare aperto. Anche per me che lo faccio. Io so cosa cosa sto vedendo e a cosa sto credendo in quel momento. Ma quello è il mio gioco con le mie regole. Chi sta seduto davanti ha il suo gioco da fare e non ha strumenti o regole da seguire. C’è uno spazio vuoto intorno a me. Ha capito immediatamente che per qualcuno poteva rimare vuoto per sempre e che per qualcun altro si sarebbe riempito da subito. Benissimo così. È l’unico lavoro che ho fatto fino a questo momento dove non sono nella posizione di scrivere e stabilire che connessione può nascere con lo spettatore. Hanno tutti più possibilità di interpretazione e tutte sono giuste o sbagliate. Restare confusi. Bene così.

In Bella Bestia è diverso. Lì sappiamo dove vogliamo andare e cosa vogliamo lasciare nell’aria. Per Sergio no. Non ancora. Aspettiamo ancora un po’.

E quanto spazio deve avere il non detto, in uno spettacolo?

Parole. In questi due lavori ci sono parole e poco altro. Il non detto è tutto quello che tiene in piedi il mio gioco. Se io dico quello che voglio dire è finito il gioco. Allora devo girare intorno al cuore per sentirne i battiti. Devo aggirarlo per farne capire il colore e la grandezza. Se descrivo il cuore non ho fatto nessuna operazione. Se parlo del cuore non ho compiuto nessun gesto. Ho imparato questa cosa dopo tanti anni di lavoro di interviste. Più o meno credo sia la stessa cosa. Ho intervistato tante persone, parlato e ascoltato di tutto. E ho capito che se avevo un interesse particolare, un cosa da sapere su quella persona e di quella persona non sarebbe servito a niente fare la domanda diretta. Se voglio sapere C non posso chiedere C. devo chiedere M. O forse B.

È nel silenzio e nel respiro che sta tra le frasi e tra le parole che si nasconde il gioco da compiere. Tutto ciò che viene esposto in maniera chiara e leggibile è tutto quello che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Il non detto è la parte di pensiero che sta sotto alle cose. Ed è la parte più potente. È lì che si scava. È lì che si studia. È lì che si ricerca. È lì. È lo strumento più difficile da usare per imparare a tacere tra le parole che non posso tacere. 

Malattia, malinconia, sesso, tradimenti, solitudine: sono alcuni dei temi di Bella Bestia. Quali limiti all’ostensione autobiografica vi siete date, nella creazione di questo spettacolo? E perché?

Nessun limite. Quando sei a rovistare dentro i fatti tuoi è tardi per darsi limiti. Se lo fai lo fai. Altrimenti bari. In uno spettacolo come Bella Bestia è stato necessario non darsi limiti. Non filtrare e modificare la realtà. Altrimenti non sarebbe stato possibile realizzare quello che abbiamo realizzato. Sapevamo di avere in mano due temi da trattare. Due temi trattati così tanto che l’idea di ritrattarli ci dava quasi la nausea. Invece abbiamo preso coraggio. C’era da farlo questo spettacolo. Era una voglia, non uno sfizio, non una nuova produzione ma una grande voglia. E allora ci siamo preparate come per partire per un lungo viaggio. Comprato le guide. Abbiamo letto tutti i posti consigliati. Anche quelli consigliatissimi e poi non ci siamo andate. Abbiamo buttato via le guide. Abbiamo iniziato a evitare i luoghi suggeriti. Siamo rimaste lì ferme su due sedie. Sue due piccole sdraio che ricordano proprio due sdraio da spiaggia. Ferme lì a districarsi tra ostacoli del già detto. Le parole hanno una forza impossibile da domare certe volte. Ma ci siamo prese tanto tempo per analizzarle tutte. Ci sono battute che hanno paura a uscire fuori. Forti. Non potrò mai dire questa battuta, è troppo forte. C’è voluta una grande coscienza per essere così liberamente incoscienti come siamo in Bella Bestia. 

 

ph Gabriele Acerboni

 

I tuoi spettacoli hanno anche una componente comica, mai sguaiata ma solidamente presente. Come la realizzi? Ti chiedo di provare a raccontarcelo con la precisione e la concretezza che utilizzerebbe un fornaio per spiegare come fa una torta.

La componente comica è un vero disastro da spiegare. Non si spiega. Si spiega male. Non è neanche una cosa che uno può migliorare. Anzi può solo peggiorare. Deve essere un bel casino voler provare a duellare con la comicità.

Ricetta torta:

Prendiamo carta e penna. Una serie di appunti. Una lunga lista di parole chiave.

Rileggiamo più e più volte le parole chiave.

Sicuramente noteremo che nella lista ce ne saranno forse troppe.

Quindi inizieremo a depennarne alcune.

Ti dispiacerà toglierle ma dovrai togliere.

Le toglierai.

Farai un po’ di fatica, lo so.

Esci, fai due passi, fuma una sigaretta, fai una merendina.

Risiediti e toglile.

Bene.

Resteranno un pugnetto. Cinque o sei parole non di più.

Ora sai che hai cinque parole o sei a disposizione. Non di più.

Perfetto.

Siamo a metà lavoro.

Accendi il forno per riscaldarti un po’.

Inizia a pensare che quelle cinque parole che hai scelto NON NON NON e ancora NON potranno mai.

Ci tengo a ripetere MAI.

Essere nominate, essere scritte.

Quelle cinque parole saranno vietate. Non utilizzabili.

Intorno a questo divieto possiamo inizare ora a costruire qualcosa.

Fine della ricetta.

Se vedete che la torta è bruciata è normale sia così.

La rigidità di alcune regole stimola qualcosa. È un qualcosa dato dalla tensione tra il desiderio di infrangere la regola autoimposta e dalla resistenza a non infrangerla.

Difficilissimo da spiegare. Più di così non ci riesco. Mi piacerebbe molto.

Un’anticipazione: prossimamente debutterai in una produzione di Kronoteatro, il gruppo teatrale che cura e realizza il Festival Terreni Creativi. Quali sorprese porta e quali difficoltà artistiche comporta, tale inedita collaborazione? 

Credo che uno dei regali che un attore debba concedersi ogni tanto è quella di farsi cogliere impreparato. Le sorprese sono state tante. Tanta preparazione fisica, tanto movimento. Per me è già una sorpresa quella.  Iniziare le prove muovendosi. Riscaldandosi. Ho avuto dei giorni dove sono stata a mio agio dentro le loro modalità e giorni più faticosi. Ma che dire? Mi sembra di dire cose ovvie, scontate e banali. Lo spettacolo è il loro spettacolo. Io mi sono messa lì a disposizione e mi sono sentita allo stesso tempo libera di dare e dire. Sicuramente ho faticato un po’. Non in questa occasione in particolare, ma sempre. Bene così credo. Se non si fatica nelle collaborazioni allora meglio stare a casa. So che ho tanti limiti e anche per loro non deve essere stato facilissimo maneggiarmi. Però è stato molto bello prenderci insieme le misure e stare.

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MICHELE PASCARELLA 

info: https://www.facebook.com/francesca.sarteanesi, https://www.terrenicreativi.it/, https://www.kronoteatro.it/

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