Meet the Docs, il film festival che dialoga con il reale

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MTD21_ph Simone Pelatti2021

Ci troviamo a Forlì, alla quinta edizione di Meet the Docs! Film Fest dove incontriamo ‘il dietro le quinte’ di questa singolare rassegna internazionale dedicata al cinema documentario: un gruppo affiatato, una compagine eterogenea di professionisti con la passione per il cinema del reale che grazie ad un lavoro corale ha saputo coinvolgere i più diversi operatori culturali del territorio e del panorama nazionale in un’ottica di dialogo e di costruzione di una rete di prossimità.

Dialoga con noi Matteo Lolletti, docente universitario, regista e direttore artistico dell’evento.

Matteo Lolletti_ ph Juan Martin Baigorria_BV_ritratti_2016_JMB-14

Meet the Docs è il festival dedicato al cinema del reale, cosa significa?
«La riflessione è questa, il documentario è una forma di narrazione, in realtà è una forma di rappresentazione del reale. Per chi come me fa il documentarista è facile capire che non si può essere oggettivi, cioè la documentazione della realtà presuppone sempre un punto di vista, in particolare quello di chi decide di rappresentare quella data realtà che scevra dai crismi dell’oggettività vuole essere sicuramente sincera, e quindi diventa un cinema del reale. Si inventano storie vere, in sostanza, che alla base della propria narrazione e della propria rappresentazione hanno il reale. Il cinema del reale – prosegue – ha delle costruzioni drammaturgiche e narrative che non possono prescindere dal dialogo, dall’attinenza e dall’ingombranza che il reale porta con sè. Perché la realtà è sempre traumatica, dialogare e rapportarsi con il reale ti cambia e lo fa ogni volta che ti capita di farlo, così come raccontare le storie degli altri e raccontare anche la propria storia attraverso la prossimità con le storie degli altri è sempre una forma di viaggio, il più delle volte è una forma traumatica di viaggio. Ma è quel trauma che porta con sè la verità, che è poi la forza del documentario, quella di gettare un ponte con chi guarda e stabilire un dialogo, una forma di empatia. Assistere ad un documentario ci fa mettere in gioco e talvolta immedesimare facendoci ragionare con un punto di vista altro e capace di far pensare come possibile qualcosa di diverso da sé».

‘Le storie dell’altro mondo’ è il titolo della V edizione del festival. Storie che vengono da posti diversi, viaggiano, attraversano il tempo e si interrogano sul futuro prossimo. Ma come si narra qualcosa che non esiste più o che ancora non esiste o che con il tempo si trasforma?
«C’è un elemento fondamentale che è quello di lasciarsi sorprendere dal reale sempre e comunque. Nel momento in cui si parte con una tesi precostituita e si cerca di adattare il reale alla propria tesi precostituita non si racconta niente e non si fa un servizio alla realtà e alla storia che si cerca di raccontare e si viene meno al ruolo di documentarista o di divulgatore del cinema del reale. Alla base di questo ragionamento sta il fatto che il reale non è controllabile, è ingestibile. Bisogna avere il coraggio, pur sapendo qual è la propria strada, di essere pronti a disarmarsi e a farsi sorprendere dalla realtà e dal reale. E il reale non è soltanto il nostro contemporaneo, è anche il passato. A ben guardare – prosegue Lolletti – la pandemia ha cambiato il reale e quindi anche il modo di raccontarlo e di pensare anche alla nostra prossimità emotiva, il modo di abitare gli stessi spazi e il modo di attraversare lo stesso tempo. Personalmente credo che, allo stato attuale delle cose, sia impossibile capire quale sarà l’esito finale. Quello che sò è che bisogna avere il coraggio del reale, qualsiasi cosa questo significhi, anche se è qualcosa che non ci piace e con cui non ci troviamo d’accordo, e sapere che non si può prenotare il futuro e sopratutto non lo si può fare a livello narrativo. Se le cose cambiano, cambiamo anche noi senza necessariamente snaturarci, significa semplicemente essere in grado di comprendere ciò che sta accadendo e come si sta modificando, in questo senso il documentario deve avere il coraggio di portare il trauma della realtà».

‘Il reale è anche il passato’, un esempio?
«Con i miei studenti abbiamo parlato di Genova 2001, dell’evento conoscono soltanto la dimensione della repressione di quella che fu definita la ‘macelleria messicana’. Quando gli ho raccontato quelli che erano i contenuti che venivano portati in piazza al netto della repressione da parte delle forze dell’ordine gli si è aperto un universo che sino a quel momento non erano riusciti neanche ad intravedere. Questo perchè le narrazioni su Genova 2001 si erano sempre concentrate sulla parte della gestione dell’ordine pubblico, nel momento in cui ho proposto una narrazione diversa su quei giorni, per loro è stata un’epifania, un riscrivere i propri ricordi su quel poco che avevano saputo dell’accaduto. In questo modo hanno riscritto anche la loro storia personale, la loro relazione con l’evento storico. Questo è un modo secondo me per riuscire a raccontare o raccontare nuovamente qualcosa che non esiste più».

Il vostro è un lavoro di reinterpretazione, offrite una chiave nuova di lettura su temi già conosciuti alle cronache. Tra i tanti in programmazione ‘In campo nemico’ – di Fabio Bianchini Pepegna – racconta la complicata storia dei processi relativi al G8. Un approccio come il vostro crede possa riaprire il dibattito su argomenti sensibili e scuotere certezze ad oggi ritenute incrollabili?
«Nello specifico abbiamo portato questo docufilm non solo perchè cadono i vent’anni di Genova ma anche, in generale, per ripensare alle narrazioni storiche, e di fatto tutta la struttura che diamo al festival segue questa linea. Noi prendiamo i documentari tra i migliori usciti negli ultimi anni e più interessanti a livello internazionale e che per il nostro modo di intendere meglio rappresentano il cinema del reale, dopodiché per ogni singola proiezione facciamo un approfondimento con i registi o con gli esperti di quell’argomento specifico proprio per fornire ulteriori chiavi. Il documentario deve essere traumatico, deve essere in grado di scuotere, e lo deve fare nel momento in cui ti fornisco un punto di vista che non conoscevi o che non hai preso in considerazione o che hai legittimamente ma deliberamente deciso di omettere dal tuo panorama cognitivo, per riuscire in qualche modo ad incidere sul tempo e sullo spazio che intercetta».

Il documentario come forma di arte critica?
«Si, senza che sia programmatica, senza che sia necessariamente militante, ma che apra un dialogo, perché per me il documentario stesso, il raccontare storie è l’esercizio più rivoluzionario della contemporaneità, perché le storie sono in sè legate al reale e sono in grado di modificare equilibri, pregiudizi e stereotipi. Credo che fare un documentario sia di per sè un atto di coraggio e deve avere la funzione di non lasciare indifferenti, di riaprire e rielaborare dialoghi, ma anche conflitti pacifici rispetto ai temi di cui si fa portatore. E il festival è un’occasione per il confronto e per parlare di contenuti».

MTD21_ph Simone Pelatti2021

Non solo festival. Workshop, MasterClass, incontri, musica e convivialità
«Noi intendiamo il festival come un luogo aperto e permanente in cui le professionalità ed i personaggi dell’ambiente e non solo trovano le condizioni per potersi confrontare e poter dialogare. È il contesto da festival che favorisce questo tipo di incroci e di sviluppo, e attraverso gli incontri speciali ci occupiamo del cinema del reale in maniera indiretta, ovvero, noi crediamo che il dialogo con il reale, il rapporto con le storie che ci stanno attorno con la nostra contemporaneità ma anche con la nostra storia, passi anche attraverso altre discipline. La relazione con la realtà e con il reale non è necessariamente declinata attraverso il cinema, ma prende le vie più diverse e a noi interessa esplorare questa contaminazione, interessa ibridare le narrazioni documentaristiche. Ed è li che troviamo degli stimoli inaspettati, che sia in un musicista o nella ricerca di uno storico; è nel momento in cui si riesce a concertare tutte queste relazioni, sempre in rapporto con la realtà, che emergono delle contaminazioni eccezionali».

Cinema e inclusione
«È un argomento a cui teniamo molto, l’accessibilità e l’inclusività sotto ogni punto di vista e natura per noi è fondamentale. Il panel sul cinema accessibile ci sta particolarmente a cuore perché quando abbiamo prodotto il nostro primo lungometraggio di finzione, nel fare l’audiodescrizione – come prevede la legge cinema per la fruizione cinematografica a tutti indipendentemente dalle proprie disabilità – ci siamo accorti delle difficoltà della concreta applicazione della normativa. E nel chiederci i motivi di questo ostacolo abbiamo organizzato un confronto con tutti gli operatori coinvolti, dagli esercenti cinematografici ai distributori, dalle associazioni legate alle disabilità ai produttori, per cercare di capire dove si inceppa il meccanismo, quali sono le criticità che non riusciamo a risolvere e i passaggi che dobbiamo fare per risolvere il problema affinchè il cinema sia accessibile a tutti».

In programma ‘narrazioni tossiche’ e retrospettiva dedicata a Vittorio De Seta. Qual è il significato e la correlazione tra i due temi?
«Narrazioni tossiche è un termine di acquisizione recente, nel momento in cui, nella contemporaneità, prendiamo una storia collegata alla realtà e ne manipoliamo e ne falsifichiamo alcuni degli elementi facendo sì che venga percepita in un determinato modo e che si porti dietro anche un universo valoriale differente da quello originario della storia, allora abbiamo delle narrazioni tossiche. Un esempio sono le fake news e le manipolazioni storiografiche. Abbiamo inserito De Seta in questa giornata cercando una chiave suggestiva di lettura. Quando De seta, alla fine degli anni ’50 gira tra la Sicilia e la Sardegna una serie di cortometraggi, utilizza per la prima volta nella storia del documentario italiano una struttura narrativa e dei metodi di ripresa inediti: la presa diretta, sonora, non usa praticamente la musica perché la percepisce come una forma di falsificazione. Fa un lavoro assolutamente inedito per il periodo, poetico e crudo perché ha un dialogo diretto, quasi traumatico, e difatti si parla di uno dei primi esempi di documentario di osservazione. Ma la cosa che ci ha interessato – prosegue – è che l’Italia che raccontava in quegli anni era un’Italia che da lì a poco sarebbe scomparsa, spazzata via dal boom economico e dai cambiamenti di costume. E che cosa fa De Seta, ci da una testimonianza antropologica e poetica di saperi, di usanze, di riti che erano in procinto di sparire. È un viaggio nel tempo a tutti gli effetti e lo era già allora, perché era qualcosa che stava morendo e che lui racconta e lo fa in maniera autentica, e riesce ad essere e a collocarsi fuori da qualsiasi tipo di strumentalizzazione e di narrazione tossica. E per me De seta è forse il più grande documentarista italiano che abbiamo avuto, è riuscito, e continua ancora oggi a distanza di sessant’anni, ad essere un narratore fuori da ogni tossicità, con la sua sincerità, con il suo approccio antropologico e con la sua lingua da poeta. È per questo che lo abbiamo inserito in maniera suggestiva all’interno della giornata dedicata alle narrazioni tossiche».

MTD21_courtesy Meet the Docs 2021

La pandemia ha cambiato il paese e con esso le persone. A fronte di questo cambiamento la retrospettiva su De Seta vuole rievocare un’Italia che non c’è più oppure portare alla luce un’Italia che riemerge con i suoi ritmi?
«In realtà la scelta è stata molto personale perchè sono molto legato a De Seta e ho chiesto a gran voce che lo inserissimo nel programma. Parte della grandezza di De Seta sta anche nel fatto che lui non giudica quello che filma e che racconta, anche riguardo le storie terrificanti come le condizioni dei minatori della sulfarara. Lui mantiene sempre una prossimità non giudicante, probabilmente è una lezione particolarmente attuale anche oggi. Dal mio punto di vista, invece, quello che abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo è una rielaborazione del lutto. La pandemia è stato un lutto, è stato un trauma e il lutto ha le sue fasi, tra queste c’è anche la consapevolezza di quello che si è perso. Però c’è un passo ulteriore rispetto alla tua domanda, al ritorno a certi ritmi, che rapportato alla mia esperienza personale significa riuscire a rielaborare e ridare valore alle cose realmente importanti, alle prossimità affettive e dimenticare le cose urgenti. L’importante per me è non cercare in tutti i modi di tornare ad una normalità pre-pandemia, dobbiamo tornare ad una normalità ma sapendo che la normalità prima della pandemia era piena di errori e di problemi. Un modo per rielaborare forse queste criticità è volgere uno sguardo ad un mondo che magari non c’è più, e guardarlo senza nostalgia ma nei suoi elementi sani, costruttivi».

Perché Meet the Docs è diverso dagli altri festival?
«Noi facciamo una selezione dei documentari che proiettiamo, non c’è una parte competitiva come in altri festival proprio perché quello che ci piace svolgere è un discorso. Il fatto di accompagnare ad ogni proiezione un approfondimento, una possibilità di dialogo e punti di vista differenti, di poter praticare l’altro e l’alterità, non è una cosa unica nel panorama di tutti i festival però è un’identità nostra molto forte, come lo è tutto quello che ci abbiamo costruito attorno, dalle masterclass ai workshop, il tutto sempre in un ambiente estremamente informale e di continuo scambio. Non siamo un festival con una programmazione vasta, abbiamo 10-11 proiezioni con un percorso chiaro che si vive in prima persona».

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