Teatro Patalò: l’arte del quasi

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Teatro Patalò, Tell Tale - foto di Dorin Mihai

Uno scienziato alla vigilia di una conferenza pensata per dare speranza alle nuove generazioni, ossessionato dalla ricerca di una possibile soluzione al cambiamento climatico, prova e riprova il suo discorso davanti a una platea immaginaria. Dopo notti di studio incessante, la mancanza di sonno porta i pensieri e le nozioni ad abitare il suo corpo, mentre le parole sempre più vengono a mancare. La sua assistente e compagna di scena lo invita a giocare con la scatola magica e le prodigiose parole del teatro per aiutarlo ad attraversare la notte, che si rivela ricca di sorprese.
Tell Tale è un lavoro di teatro fisico costruito su una partitura coinvolgente e onirica, in cui suggestioni scientifiche e il Sogno di una notte di mezza estate si incontrano in una rarefatta scrittura per la scena. Lo spettacolo indaga la responsabilità dell’artista nello stare sul crinale tra disincanto e canto, tra la capacità di guardare in faccia il disastro che ci circonda e la volontà di contrastarlo con i propri mezzi. Per farlo procede in stretto rapporto con la musica e il silenzio, creando un ritmo che lascia spazio alla capacità di sorprendersi e aderire alle cose di cui solo l’infanzia è maestra.

[dal programma di sala di Tell Tale]

Vien da pensare a quel geniaccio romantico di Félix González-Torres, accingendosi a scrivere qualche breve nota sul nuovo lavoro di Isadora Angelini e Luca Serrani (+ figli).

Leggi Teatro Patalò.

Leggi una famiglia d’arte nel senso più antico e pieno: amore e volontà, misura e allenamento, concretezza e visioni.

Vien da pensare all’immenso artista cubano, dicevamo, morto a neanche quarant’anni.

Di AIDS, nel 1996.

A una delle sue opere più note, quella degli orologi.

Untitled (Perfect Lovers), si chiama.

È un’installazione del 1991.

Sta al MoMA Museum of Modern Art di New York.

Due orologi, di quelli che si potrebbero comprare all’IKEA.

Vicini. Attaccati. A formare con i propri contorni un 8 rovesciato, a saperlo vedere: il simbolo dell’infinito.

Vicini. Infiniti. Infiniti perché vicini?

Segnano la stessa ora, gli orologi di quel geniaccio.

O meglio (o peggio): quasi.

Quasi la stessa ora.

Quasi, ma non del tutto.

Per sempre (o almeno finché le batterie non si esauriscono).

Come se un vero sincrono fosse impossibile.

Come se un vero insieme non fosse dato.

Un vero dire.

Un vero compiere.

Non per noi.

Eppure.

Eppure si sta vicini, attaccati, a formar l’infinito, a volerlo vedere.

È quello che Isadora Angelini e Luca Serrani fanno, in Tell Tale.

C’è solido lavoro d’attore, usato come trampolino.

E fondo pensiero, in questo inesorabile, reiterato approssimarsi a possibili significazioni senza mai giungere a pieno compimento.

Quasi.

 

Teatro Patalò, Tell Tale – foto di Dorin Mihai

 

Angelini e Serrani (e la loro prole) formano una sorta di (doppio) giano bifronte. Passato e futuro. Vicini. Uniti. In uno spazio-tempo che non finisce: Tell Tale potrebbe durare come uno sguardo (un po’ come al MoMA ci si può trovare di fronte agli orologi di González-Torres e passar oltre) oppure non finire più: un’arte temporale quale è quella del teatro che trascende (dunque etimologicamente, scavalca) uno dei suoi elementi costitutivi – la durata. Una curiosa rivoluzione, a volerla vedere.

Soliloquio a due.

Vocalizzi e sproloqui, italiano e inglese, Sogno e visioni, afasia e ragli, atmosfere dark e suoni avvolgenti, balbettii e (oppure contro?) l’ineludibile silenzio.

Umani indaffarati quasi a dire, quasi a significare.

Insieme.

Insieme?

Una volta in teatro lo si sarebbe chiamato “pezzo di bravura”: un solo folgorante in cui Luca Serrani compone una precisissima partitura fisica e vocalica di auto-inciampi, contrasti interni, brontolamenti filosofici soffocati sul nascere, scatti e morbidezze, repentini cambi di direzione e ritorni.

Perfetto, in questo caso, perché sposta l’accento -nella percezione dello spettatore- non tanto e non solo sulla maestria dell’interprete quanto su ciò che manca. Su quello che non è possibile vedere.

Tell Tale spettacolo di fantasmi?

Come in scultura: liberare la forma.

Qui: l’animalità attraverso la precisione del dispositivo.

Tell Tale procede per associazioni, o meglio: evocazioni.

Ha un andamento rizomatico, non lineare né tanto meno univocamente o prevedibilmente narrativo.

Inutile e forse errato, dunque, tentare di restituirne alcuni frammenti o linee di significazione mediante una scrittura troppo (pre)ordinata.

Ecco dunque venire in soccorso la poesia (che poi il teatro o è di poesia o non è – e il resto è cronaca, didattica o catechismo).

Ricopiamo qui per intero, perché perfetta trasduzione verbale di questo spettacolo evocante e invocante e delle istanze che lo attraversano, Al mondo di Andrea Zanzotto, dalla raccolta La beltà, 1968:

Mondo, sii, e buono;
esisti buonamente,
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso.

Io pensavo che il mondo così concepito
con questo super-cadere super-morire

il mondo così fatturato
fosse soltanto un io male sbozzolato
fossi io indigesto male fantasticante
male fantasticato mal pagato
e non tu, bello, non tu «santo» e «santificato»
un po’ più in là, da lato, da lato.

Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance,
fa’ buonamente un po’;
il congegno abbia gioco.
Su, bello, su.

        Su, Münchhausen.

 

Felix Gonzales-Torres, Untitled (Perfetct Lovers), 1991

 

Dire grazie agli artisti, qualunque disciplina essi frequentino.

Perché rendono più indicibile, indomabile e al contempo più esigente di vita, la vita di ciascuno.

MICHELE PASCARELLA

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Visto nella Sala Pamphili del Teatro degli Atti di Rimini il 15 ottobre 2021 – info: http://www.teatropatalo.it/.

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