Scolpire il Tempo: conversazione con Carlos Casas

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Carlos Casas - ph Ya Ting Kee - courtesy the artist

Al celebre filmmaker e artista visivo spagnolo sarà dedicata l’edizione 2021 della rassegna invernale di Ibrida Festival a cura di Davide Mastrangelo e Francesca Leoni. L’abbiamo intervistato.

Il tuo lavoro è un crossover tra film documentari, cinema, arti visive e musica. Da dove nasce questa necessità di ibridazione? Detto altrimenti: perché una sola disciplina non basta?

Diventa sempre più difficile lavorare in una sola disciplina, soprattutto perché il contesto di produzione e concettuale cambia sempre e diventa impossibile fare film senza fare suono, fare documentari senza fare finzione, fare film e non presentarli in contesti artistici, fare arte e non presentarla in festival di cinema e in altri spazi. Viviamo un tempo di ibridazione totale, è anche in qualche modo un periodo molto interessante, dove la creazione è diventata molto più democratica, ci sono più artisti, musicisti, creatori in generale, il mondo cammina verso un punto dove il concetto rinascimentale di artista totale diventerà una normalità. Stiamo vivendo una nuova ibridazione che prevede la connessione con altre discipline: archeologia, geologia e genetica, ad esempio, sono sempre più collegate alle pratiche artistiche.

Nel tuo lavoro, per registrare audio e video sul campo hai frequentato ambienti estremi (geograficamente, psicologicamente o socialmente) del Pianeta.

La parte più importante del mio lavoro è il lavoro di campo, l’idea che il mio corpo deve interagire con gli altri: altre culture, altri luoghi. È sempre importante cercare di trasportarsi in luoghi dove non si è comodi, che non è possibile raggiungere facilmente: posti, persone e culture che richiedono un sforzo, una crescita, un’evoluzione del concetto di essere umano. Questi luoghi, queste persone, questi animali mi rendono migliore e fanno che io possa cercare di rendere migliori le persone che vengono a vedere i miei film. Per questo alcune volte uno deve rischiare la vita vicino a vulcani in eruzione, seguendo la caccia alle balene, o in deserti lontani e giungle piene di pericoli.

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Carlos Casas, Cemetery (still) – courtesy of the artist

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Tuoi film sono stati proiettati e premiati in Festival in tutto il mondo, tra cui il Festival del Cinema di Venezia, il Festival Internazionale del Cinema di Rotterdam, il Festival Internazionale del Cinema di Buenos Aires, il Festival Internazionale del Cinema di Messico e FID Marseille. Il suo lavoro è stato esposto e realizzato in istituzioni d’arte internazionali, gallerie e contesti interdisciplinari tra cui Tate Modern Londra, Fondazione Cartier, Palais de Tokyo, Centre Pompidou Parigi, Hangarbicocca Milano, CCCB Barcellona, GAM Torino, Bozar Bruxelles, Netmage Bologna. Quali elementi del tuo lavoro sono particolarmente apprezzati, secondo te?

È una domanda difficile da auto-rispondere. Credo che il mio lavoro si connetta con alcune persone che riescono a darsi al suo tempo, che si lasciano portare: è una sorta di collaborazione. I miei film non sono facili o commerciali nel senso dell’intrattenimento, sono più legati a tentativi di comunione con lo spettatore, è qualcosa che deve essere fatta assieme.

Quali differenze percepisci, tra Paese e Paese, nella ricezione delle tue opere?

Credo che il mio lavoro sia più transnazionale: non ha un’origine precisa, a parte il luogo dove è filmato. Per questo motivo cerco sempre di filmare lontano da dove sono nato, il più lontano possibile.

A Forlì quest’anno Scolpire il Tempo, rassegna invernale di Ibrida Festival, sarà dedicata a te. Il 2 dicembre presenterai il tuo film Cemetery, che il New York Times ha definito «un inno alla tradizione e un lamento per la distruzione delle specie in corso». Sei d’accordo con queste parole? Se sì: di quale tradizione si tratta?

L’idea di tradizione nell’accezione più ampia, credo: cultura che trasgredisce il tempo. Nel film c’è il mito del cimitero degli elefanti, ma anche la tradizione dei mahout, gli accompagnatori degli elefanti, una tradizione antica che continua ancora in qualche luogo del sudest asiatico, come in Sri Lanka, india, Thailandia. Il lamento per la distruzione della specie credo sia la questione più importante: cosa stiamo facendo, come specie, ai nostri vicini e al nostro ospite, la natura?

Cemetery è un viaggio cinematografico e sensoriale nel mitico cimitero degli elefanti che ibrida documentario naturalistico, cinema vintage e sperimentale fornendo agli spettatori «la libertà di perdersi in una totale fantasmagoria», come è stato scritto sulle pagine di Libération. Con quale attitudine è bene accostarsi a questo tuo film?

Credo sia importante lasciarsi trasportare, essere aperti a un linguaggio largo, sensoriale, che dà prevalenza al suono e a un’idea di cinema in cui il viaggio è intrapreso dallo spettatore, che può proiettare il suo proprio film nell’oscurità della sala, in quell’universo di ombre… quasi come ritornare nelle caverne, a quel tipo di esperienza.

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Carlos Casas, Cemetery (still) – courtesy of the artist

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Il giorno dopo, venerdì 3 dicembre, guiderai una masterclass della durata di due ore e mezzo. Cosa ti proponi di trasmettere ai partecipanti, in un tempo così circoscritto?

Presenterò il processo di creazione del film e anche gli elementi che hanno fatto parte del viaggio di produzione, i contesti e soprattutto tutto l’universo che trascende il film in quanto tale: il libro di ricerca pubblicato da Humboldt, gli Archive works e altri lavori di archivio, i progetti sonori come Mutia, disco editato da Matière Mémoire e altri elementi come la circuitazione in diversi contesti come musei e esposizioni alla Tate, alla Fondation Cartier, al Kunsten etc.

In generale cosa distingue un buon film da un cattivo film, secondo te?

Gli occhi e la testa dello spettatore che lo guarda. Credo che in realtà non esiste il cattivo o buon film, ci sono film e ci sono opinioni sui film, per me quello che conta è l’intenzione, se il film è fatto con consapevolezza, con purezza, con amore per quello che si fa e con rispetto per gli altri e per il mondo.

Grazie, ci vediamo a Forlì.

MICHELE PASCARELLA

Info: http://www.carloscasas.net/, http://ibridafestival.it/prenotazioni e iscrizioni: ibridafestival@gmail.com.

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