Corpo-linguaggio in OtellO di Kinkaleri

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Kinkaleri, OtellO - ph Luca Del Pia

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Perché quando uno dice «Io» – appunto – che cosa ti pensi che pensa, in fondo? – Nemmeno lo sa, quello che pensa, veramente. – E invece, dice queste cose qui, proprio, prima di tutto – perché dice i piedi dice tante dita – e poi dice la fronte, le cosce, l’ombelico – non so – dice le ginocchia, le ascelle – no?

Partire da questi celebri versi di Edoardo Sanguineti (in Storie naturali, 1971) per restituire qualche nota sulla nuova creazione di Kinkaleri, OtellO, esempio di teatro -termine da intendersi nell’accezione etimologica di luogo di sguardi e visoni- che pone una questione radicale e sostanziale: la verità del corpo vs la menzogna della parola.

Occorre precisare.

Verità è termine, qui, da non confondersi con naturalezza: già nel 1936 Marcell Mauss in Le tecniche del corpo rifletteva su quanto l’idea di un corpo naturale fosse, in fin dei conti, una (ancorché fascinosa) astrazione, essendo ogni persona fisiologicamente, ontologicamente e immediatamente condizionato dal sistema culturale in cui è inserita.

Verità nemmeno come ciò che accadeva, un secolo fa o giù di lì, a Monte Verità (si perdoni il gioco di parole): interrogazioni strabilianti -o, meglio, fondanti- ma sideralmente lontane da quelle di Massimo Conti, Marco Mazzoni, Gina Monaco in questo OtellO.

Verità, nel caso di Kinkaleri, può forse significare: possibilità di divenire / (pro)porsi come linguaggio.

Niente di più e niente di meno.

Ed è comunque questione smisurata, oggi più che mai, in un tempo in cui tutti siamo più o meno intrisi di quella che Baudrillard chiamava estasi della comunicazione, stante la vertiginosa possibilità che la tecnologia offre di soddisfare immediatamente ogni spinta comunicativa.

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Kinkaleri, OtellO – ph Luca Del Pia

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Menzogna della parola. O meglio, forse: impossibilità a significare, cioè a circondare quel vuoto che il lavoro di Kinkaleri da tempo cerca di sguardare.

In scena quattro performer, due donne e due uomini (Chiara Lucisano, Caterina Montanari, Daniele Palmeri, Michele Scappa).

Offrono allo sguardo una dinamica partitura di azioni fisiche e vocali a tratti apparentemente insensate, per smisurato dispendio energetico, per la ridda di suoni para verbali che introduce e accompagna frammenti del celebre testo shakespeariano.

Gli uomini dovrebbero essere quello che sembrano (citiamo a memoria, ma il senso è quello) dice una delle figure in scena: tragedia tutta esteriore, si potrebbe sintetizzare.

OtellO di Kinkaleri è, appunto, tragedia di tanti ii (Sanguineti, ancora), cioè corpi che si fanno linguaggio.

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Kinkaleri, OtellO – ph Luca Del Pia

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È in questo senso esemplare la cristallina sequenza in cui i quattro, nudi, compongono lentamente, lettera per lettera, posti di profilo rispetto alla platea, la frase IO NON SONO QUELLO CHE SONO.

In stampatello maiuscolo.

Organismi che divengono codice.

Come non pensare al mitico Paradise Now del Living Theatre?

A proposito di citazioni (o supposte tali): affiora anche il pasoliniano Che cosa sono le nuvole?, il cui brano finale è canticchiato dai performer con nonchalance dadaista.

La storia del film, si sa, è una rivisitazione dell’Otello recitato da un gruppo di marionette (Totò, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Ninetto Davoli, Laura Betti e Adriana Asti).

Da qui alle possibilità di significazione / verità del corpo in quanto artificio il passo, per Kinkaleri, è breve.

A lungo si potrebbe continuare con il gioco dei rimandi, veri o presunti che siano, fino al finale in cui i quattro posti in cerchio respirano, aprendosi e chiudendosi, sotto a un grande pannello obliquo che funziona come gli ambienti resi estetici ed erotici dalle macro-installazioni di Richard Serra, passando dalle Macchine celibi di Jean Tinguely e alle mastodontiche, celeberrime coperture di Christo e Jeanne-Claude: celare per creare nuovo sguardo.

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Kinkaleri, OtellO – ph Luca Del Pia

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Per concludere: ciò che questo OtellO pare attraversare è la questione dell’ineluttabilità, o meglio della datità, del corpo come unica possibilità di significazione (prima e al di là di ogni sentimentalismo, narrazione, comunicazione).

«Dire qualcosa è sempre fare qualcosa», ci insegna la Teoria degli Atti Linguistici (Austin, 1962). Kinkaleri sembra ribaltare la questione: fare qualcosa è l’unico modo per dire qualcosa.

– no?

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MICHELE PASCARELLA

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Visto al Teatro Fabbricone di Prato il 29 ottobre 2021 – info: https://www.metastasio.it/it/eventi/produzioni-tournee/otello.709

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