Essere Umane: donne, mondo, fotografia

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ph Diane Arbus

 

Una mostra densa di illuminanti sorprese. Su queste ci soffermeremo, senza pretesa di esaustività: sono troppo ampi, difformi, stratificati (e in molti casi storicizzati) gli universi creativi delle autrici coinvolte nella mostra fotografica Essere Umane, vista ai Musei San Domenico di Forlì.

Diversissime per stili, epoche e orizzonti, queste artiste sono ordinate per scansioni temporali (anni ’30-’50, anni ’60-’80, dalla fine del Novecento ai giorni nostri) e accomunate da un’analoga propensione ad utilizzare il mezzo fotografico come motore della creazione.

Questi i nomi (in ordine alfabetico): Berenice Abbott, Claudia Andujar, Diane Arbus, Eve Arnold, Letizia Battaglia, Margaret Bourke- White, Silvia Camporesi, Cao Fei, Lisetta Carmi, Carla Cerati, Cristina de Middel, Gisèle Freund, Shadi Ghadirian, Jitka Hanzlová, Nanna Heitmann, Graciela Iturbide, Dorothea Lange, Annie Leibovitz, Paola Mattioli, Susan Meiselas, Lee Miller, Lisette Model, Tina Modotti, Inge Morath, Zanele Muholi, Ruth Orkin, Shobha, Dayanita Singh, Newsha Tavakolian e Gerda Taro.

Molte a noi sconosciute, alcune note e un nostro mito assoluto (Diane Arbus, della quale sono presenti tre scatti folgoranti).

Tra le numerose occasioni di stupore, alcune minime segnalazioni.

 

ph Tina Modotti

 

La sintesi dello e nello sguardo etico ed estetico di Tina Modotti. Un esempio fra molti: l’immagine di un dettaglio della macchina da scrivere del fondatore del Partito Comunista Cubano Julio Antonio Mella, sineddoche di una tensione poetica e politica che la porterà, dopo l’assassinio di lui, ad intensificare l’impegno in tal senso, abbandonando progressivamente la fotografia.

 

ph Lisette Model

 

L’ibridazione tra surreale e documentario nei frammenti di mondo riflessi nelle vetrine fotografate dalla viennese Lisette Model, in bilico tra restituzione del reale e creazione di immaginari, sintesi cristallina delle due principali tensioni che da sempre connotano il mezzo fotografico ed i suoi molti usi.

 

ph Lee Miller

 

Il celebre scatto del ’45 in cui la fotografa Lee Miller è ritratta nuda nella vasca da bagno di Hitler, in cui aveva fatto irruzione insieme alle truppe americane. Come non pensare all’Autoritratto in forma di annegato di Hippolyte Bayard (1840), antenato del filone concettuale e performativo dell’arte fotografica, con l’artista che è autore anche se abdica alla realizzazione materiale dell’opera e al contempo ne fa di sé stesso/a l’oggetto.

 

ph Inge Morath

 

A proposito di performatività: le immagini di Inge Morath in cui tutte le figure ritratte -in contesti casalinghi o comunque del tutto ordinari- hanno il volto coperto da maschere di carta, straniante nascondimento che le rende al contempo anonime ed universali, problematizzando l’idea romantica di arte come espressione o indagine del/nel vero, intimo sé.

 

ph Lisetta Carmi

 

I molti travestiti fotografati con rigorosa partecipazione, a partire da metà anni Sessanta, da Lisetta Carmi, frammento di una luminosa parabola accogliente delle diversità sessuali nei possibili domini dell’arte che arriva oggi fino a Nan Goldin, et ultra.

 

ph Dayanita Singh

 

Un percorso analogo, anche se culturalmente molto distante, è testimoniato dalla serie di opere dell’indiana Dayanita Singh, realizzata nel 1989 su incarico del Times per raccontare la vita degli eunuchi indiani e della comunità hijira, termine dispregiativo utilizzato in quelle zone del Pianeta per indicare le persone transgender o transessuali.

 

ph Jitka Hanzlová

 

Una normalità, al contrario, neutra e senza opinione è quella delle ordinarie figure ritratte da Jitka Hanzlová, secondo un’idea di arte accogliente del reale quale esso si presenta. È un’attitudine ascrivibile a una ricchissima genealogia, che fa del ready made la chiave di volta per invitare ad allargare la nostra idea di arte, di bellezza, finanche di valore. Duchamp centro del centro di tutto, ancora una volta.

 

ph Cristina de Middel

 

È, all’opposto, affatto straniante il progetto fotografico di Cristina de Middel, che rilegge un irrealizzato / utopico progetto di un insegnante di scienze zambiano che negli anni Sessanta mirava a competere con Stati Uniti e Unione Sovietica nella conquista dello spazio.

 

ph Cao Fei

 

Punta sullo slittamento di senso dato dalla delocazione (Duchamp, ancora) la cinese Cao Fei, che nei primi anni Duemila ha fotografato gruppi di operai, nei loro consueti luoghi di lavoro, impegnati in performance artistiche, parte di un articolato progetto teso a indagare bisogni, desideri e utopie.

 

ph Silvia Camporesi

 

Infine (ma con ben altra ampiezza e profondità si potrebbe continuare), la forlivese Silvia Camporesi presenta una serie di opere realizzate nel periodo di lockdown insieme alle figlie: piccoli mondi delicati e poetici danno corpo al ciclo forse più intimo, lirico, introspettivo, di Essere Umane.

 

L’invito, caloroso, è a perdersi in queste oltre trecento immagini-mondo, per costruire personali percorsi di senso, di visione, di ri-creazione.

 

MICHELE PASCARELLA

  

Visto ai Musei San Domenico di Forlì – la mostra è aperta fino al 30 gennaio 2022 – info https://essereumane.it/

 

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