Io è un altro. Note sul nuovo spettacolo del Teatro dell’Argine

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ph Davide Saccà

13 maggio 1871. Arthur Rimbaud scrive una lettera a Georges Izambard, suo professore al collège di Charleville: «È falso dire: Io penso. Si dovrebbe dire io sono pensato. Io è un altro». 

In queste poche, precise parole sono racchiuse alcune possibili linee di lettura del nuovo spettacolo del Teatro dell’Argine, La luce intorno.

Falso: la questione del rapporto del teatro con la realtà, si sa, è antica quanto il teatro stesso. A rigor di logica non vi può essere alcuna manifestazione di esistenza di alcunché senza una relazione con il reale, sia esso il fatto di cronaca a cui eventualmente ci si riferisce, il respiro di un attore che (lo) racconta, il calore di un faro acceso o il legno di un palcoscenico. È al contempo innegabile che il patto teatrale, per funzionare, in gran parte dei casi richieda quella che si usa chiamare sospensione dell’incredulità: ci si emoziona alla morte di un personaggio perché si decide di far finta di credere che la morte che sta avvenendo davanti ai nostri occhi non sia, appunto, falsa.

Nel caso de La luce intorno la questione parte da questo doppio binario, ma va oltre.

Il reale, la labirintica, borgesiana vicenda biografica di Sekou così come quella di colei che la racconta si ostendono come oggetto dell’accadimento scenico ma anche, al contempo, come condizione che rende plausibile (dunque non didattica, non moralistica, non predicatoria), o addirittura possibile, la narrazione.

Detto altrimenti: nel sentire comune, figlio di una idea settecentesca di bello come imitazione della natura, la stretta relazione figurale tra opera e mondo è considerata indice di artisticità, secondo un meccanismo (alcune volte consapevole, tante altre no), per il quale solitamente esclamiamo «Meraviglioso, sembra vero!» (o anche: «È come una fotografia!») di fronte a un disegno raffigurante, ad esempio, un albero.

È abbastanza condiviso percepire come di maggior valore un’opera che tratti, ad esempio, di razzismo o di pandemia, rispetto a un’altra che si occupi, per dire, di merletto a tombolo o di pittura astratta.

Lungi da noi entrare nel merito delle scale di valori di ciascuno, fatto sta che, come qualsiasi manuale ci insegna, nel rapporto artistico con il reale ciò che fa la differenza è il linguaggio – ragion per cui nei musei stanno i quadri astratti di Vasilij Vasil’evič Kandinskij e non i paesaggi marini dipinti da nostro zio, anche se con tanta partecipazione ed emozione: con buona pace di qualsivoglia spinta romantica, la storia dell’arte è storia del come, prima e più che del cosa.

Il come, in questo caso, è innanzi tutto dato da una scrittura drammaturgica vibrante e ritmata, intessuta di variazioni timbriche e strutturali, che procede per accumulo di immagini offerte a chi ascolta con un’attitudine massimamente estroflessa: sideralmente distante da autocompiaciute astruserie ombelicali, questo è un teatro che tiene ben presente l’altro da sé, che sia evocato sulla scena tra cornici e molte quasi-figure di legno o che sia seduto in platea (non è certo un caso, ma non ci addentriamo in questo discorso, che la Compagnia abbia pochi giorni fa vinto un importantissimo Premio, l’Ubu, per un visionario, monumentale progetto in cui l’altro da sé era il punctum, al servizio del quale gli artisti mettevano la loro competente attitudine maieutica).

Io è un altro, appunto.

ph Davide Saccà

Per sottile paradosso, la regia sceglie di dare carne e spazio a questa (doppia) vicenda di slittamenti, delocazioni, spaesamenti con un allestimento molto solido: legno in scena, si diceva, come è legnosa, quasi burattinesca a tratti, la recitazione dell’interprete (un’attrice, sia detto a scanso di equivoci, che negli anni abbiamo ammirato in diverse occasioni in mille prismatiche sfumature, che in questo caso in parte abbandona a favore dell’efficacia di un progetto scenico che sembra richiedere per contrapposizione e compensazione veemenza, univocità, nettezza, esito di un teatro che, vivaddio, pare interrogarsi senza posa ed eccessivi sofismi sulla propria pubblica funzione).

La luce intorno è un progetto al contempo interculturale e transculturale. Interculturale perché nasce dall’incontro-confronto di identità (personali, professionali, socio-antropologiche) profondamente differenti; transculturale perché «tende a superare i dati culturali di partenza e, se e in quanto produce esperienza reale, autentica, mette in questione le identità codificate, sia individuali che collettive», come ben spiega lo storico Marco De Marinis in apertura del suo Il teatro dell’altro (La Casa Usher, 2011).

Je est un autre. Io è un altro. Ancora.

Senza radici o alla perenne ricerca delle proprie radici, come i protagonisti complementari (nero e bianca, uomo e donna, proveniente da un Paese povero e proveniente da un Paese ricco, …) della doppia storia a cui lo spettacolo dà voce, qui ci si affaccia su una dissoluzione.

Uno sconvolgimento linguistico (linguistico-letterario nel caso di Rimbaud, linguistico-scenico nel caso del Teatro dell’Argine), che è traccia di uno sconquasso radicale, finanche ontologico, di fondo: la vicenda di Sekou riflessa in quella di Micaela pare ricordarci che ogni individualità è, in realtà, abitata da un’alterità, da un Altro che la perturba e la frammenta, da un abisso insondabile che assedia, tormenta, trasforma.

ph Davide Saccà

 

Azzardiamo: è da quest’idea, da questo decentramento e smarrimento di un soggetto che ha perso la sua identità che Rimbaud elabora la propria concezione di poesia e il Teatro dell’Argine di artigianato della scena che si fa, attraverso l’ostensione del sé, voce dell’Altro.

Così, dunque, la fonte primaria dell’ispirazione poetica (artistica, teatrale, ecc) non è più l’Io in quanto entità stabile e solida, tanto meno l’Io che esibisce la propria bellezza (o pienezza, o capacità), piuttosto un io (minuscolo) che si getta in un caos informe e magmatico (in questo senso sì, approssimandosi a una idea romantica di arte e di artista).

Infine -ma a lungo si potrebbe continuare- un altro interessante paradosso di questo doppio travestimento, per dirla con Sanguineti, è l’affacciarsi all’indicibile, al non nominabile, all’invisibile attraverso la materialità (dei corpi, del legno, dei fatti). D’altronde il verbo trascendere, vale forse ricordarlo, nell’etimo rimanda all’atto fisico dello scavalcare.

Sekou che si fa accompagnare nei suoi molti viaggi da Gueledé e Oshumaré, aiutanti magici, Micaela dalle molte vite a cui negli anni ha dato corpo e voce: il faut être voyant, direbbe Rimbaud, il poeta deve farsi veggente, «grande malato, grande criminale, grande maledetto» (come Sekou, appunto), per un’idea e una pratica di arte che persegue il contatto fatale con un altrove romanticamente sconosciuto.

Sguardando per l’ultima volta le molte figure di legno sul palcoscenico, mentre si esce dalla sala che da molti anni questa battagliera e accogliente Compagnia fa vibrare, come non pensare a Sul teatro di marionette, in cui Heinrich von Kleist mise in scena, attraverso una ridda di lucidi paradossi, il rapporto biunivoco tra Animato e Inanimato e, allargando, con ciò che non è dato a vedere?

MICHELE PASCARELLA

Visto all’ITC Teatro di San Lazzaro (BO) il 10 dicembre 2021 – info: https://www.teatrodellargine.org/

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