Questo signore qua: su Virgilio Sieni a Periferico

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ph Davide Piferi De Simoni

«Questo signore qua», ripete più volte l’ex falegname Angelo Canali parlando con Oliviero Ponte Di Pino di Virgilio Sieni, seduto lì a fianco, nell’incontro post performance Di fronte agli occhi degli altri che ha chiuso l’edizione 2021 di Periferico Festival, significativamente intitolata Area pubblica.

Angelo Canali è una delle dieci persone di diverse età che insieme a Sieni hanno danzato, in un ex capannone del Villaggio Artigiano nella prima periferia di Modena.

Parla di Sieni con concretezza, quasi sorpreso da ciò che lo ha portato a fare.

Lo dice senza piaggeria.

Senza soggezione dell’artigiano per l’artista.

Non è cosa da poco, pensando alle asfittiche dinamiche della società dello spettacolo in cui siamo immersi, in cui ad esempio chiamare per nome alcuni artisti à la page (Virgilio, appunto, ma anche Romeo, Ermanna, Mariangela, Emma, Daria, eccetera) un po’ fa figo, un po’ fa sentire parte di un club (esclusivo? escludente?). Tant’è.

Angelo Canali, azzardiamo, forse neanche ricorda come si chiama, «questo signore qua» che poco prima lo ha fatto inaspettatamente, sorprendentemente danzare.

Per quanto ci riguarda basterebbe questo, a dire che han già vinto, tutti e tre.

Sieni, per essersi guadagnato sul campo -e non per l’allure conquistata in tanti anni- il rispetto e soprattutto il coinvolgimento di un falegname portato a fare cose affatto altre rispetto a ciò che, presumibilmente, ha sempre fatto.

Angelo Canali, per la sfrontatezza inaudita del suo darsi allo sguardo di qualche decina di sconosciuti attraversando un campo a lui ignoto.

E, soprattutto, la Direzione di Amigdala, per la lungimirante visionarietà che da molti anni guida una radicale azione estetica, dunque letteralmente conoscitiva, mettendo in inaudita risonanza periferie, persone e arti del presente.

L’accezione pienamente contemporanea del lavoro culturale di questo Collettivo -di cui Periferico è una sfolgorante, ma non l’unica, manifestazione- pertiene all’arte come qualche cosa che tende a rendere la vita manifesta, percepibile, più che ritratta in una rappresentazione.

Detto altrimenti: arte come funzione e non (più) come imitazione (né, tantomeno, come imitazione del bello).

Amigdala ha anche in questa edizione del Festival -che purtroppo a causa di concomitanti impegni lavorativi abbiamo potuto seguire solo nel suo epilogo- proposto una quantità di proteiformi occasioni di attivazione: affissione di manifesti ed esperimenti poetici tra gli alberi, workshop e assemblee, installazioni e performance itineranti, concerti e presentazioni di riviste. Molti modi per raggiungere i molti, si potrebbe sintetizzare con un puerile gioco di parole per indicare un’idea -e una pratica- di azione culturale utile, larga. Nel tempo e fuori dal tempo. E, a suo modo, rivoluzionaria.

Vien da pensare a Joseph Beuys, esponente di punta di quella che alcuni storici hanno chiamato Process Art: artista non tanto (o non prioritariamente) come depositario di una téchne che lo distingue dal non artista, piuttosto catalizzatore, attraverso la perizia che gli è propria, di energie tese al cambiamento o, meglio, al ri-conoscimento.

Della nostra umanità. Leggi: del nostro essere umani. Tanti ii, direbbe Sanguineti.

Perché quando uno dice «Io» – appunto – che cosa ti pensi che pensa, in fondo? – Nemmeno lo sa, quello che pensa, veramente. – E invece, dice queste cose qui, proprio, prima di tutto – perché dice i piedi dice tante dita – e poi dice la fronte, le cosce, l’ombelico – non so – dice le ginocchia, le ascelle – no?

In questi suoi celebri versi (in Storie naturali, 1971) si rifrange, forse, il punto d’incontro tra Sieni e i cittadini in cui si imbatte, in un progetto che trova plausibilità -se e quando accade- unicamente nella pratica di un’attenzione sottile a ciò che è altro da sé: biografie incarnate, prima e al di là di ogni tecnica, espressione, sentimentalismo.

Sul lavoro del celebre e celebrato coreografo e danzatore pare pleonastico soffermarsi. Segnaliamo solamente, per chi fosse interessato, un’ampia e interessante intervista -proprio su Di fronte agli occhi degli altri– contenuta in un denso volume recentemente pubblicato (Il segno di Ustica, a cura di Andrea Mochi Sismondi, Cue Press, 2021) che dà conto del contesto in cui esso ha avuto origine e della stratificazione delle sue molte evoluzioni.

L’area «grande e aperta» -come dicono nell’introduzione al programma di questa tredicesima edizione Federica Rocchi e Serena Terranova- a cui Amigdala dà corpo e che il Festival fa risuonare pare costituirsi di e per salvifica molteplicità di lingue, di ii.

Beuys, Sanguineti, il brulicante lavorio attorno al mistero irrisolto di Ustica hanno trovato spazio, in questi pensieri piccoli attorno a un progetto grande.

Si potrebbe nominare, infine, a proposito di grandi (meglio: giganti) don Lorenzo Milani, il suo avvertire mediante lettere infuocate gli intellettuali che fossero saliti a Barbiana che li si sarebbero messi sulla graticola: niente fronzoli, solo servire ai figli dei montanari a cui lui faceva scuola per conoscere altri pezzi di mondo, non certo per compiacere la loro vanità.

Sideralmente distanti dal vuoto che caratterizza oggidì (gran) parte della proposta culturale -tra indomite spinte pop e l’attitudine tutta americana per cui the easier the better, costi quel che costi- a Periferico si esercitano con cura e lievità il pensiero critico, l’arte dell’ascolto e dell’incontro, la presa di parola e di spazio, la possibilità di praticare un noi, di «rendere visibile il terreno comune».

Di essere, etimologicamente, compagni: persone che condividono il pane (leggi: nutrimento).

Cose antiche, che sanno di buono.

MICHELE PASCARELLA

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Info: http://www.perifericofestival.it/, http://collettivoamigdala.com/, http://www.virgiliosieni.it/

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