La Vera forza di una donna: i sogni, il mare

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Sono gli ultimi giorni di gennaio e il capoluogo friulano ospita per la 33esima edizione del Trieste Film Festival più di cento studenti di cinema, che si trovano lì come me. All’interno del Teatro Rossetti, lo spettatore si sente a casa: si spengono le luci, e il soffitto si illumina, con delle piccole stelle. L’emozione è davvero forte… E si parte!

Il primo lungometraggio della regista kosovara Kaltrina KrasniqiVera andrron detin (Vera sogna il mare) è un’opera sussurrata, di denuncia e veritiera, che lavora su vari livelli di linguaggio.
Un ritratto interiore, ma allo stesso tempo universale, già presentato in anteprima all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, e vincitore del Grand Prix all’ultimo Festival di Tokyo. Qui a Trieste rientra nella sezione “Fuori Concorso”.

Kaltrina Krasniqi

Dedicato alla madre Vera, la protagonista Teuta Ajdini, nel film porta il suo stesso nome. Vera è un’interprete della lingua dei segni che conduce una vita ben organizzata: moglie di un magistrato rinomato, madre e nonna amorevole. Questa serenità viene sconvolta però dal suicidio del marito, che nasconde dei segreti riguardo il gioco d’azzardo.
La regista lavora molto sui suoi ricordi personali: la madre aveva trentacinque anni quando divorziò dal padre. La donna, cresciuta nella Jugoslavia socialista, credeva nel sistema giudiziario. Per garantire ai figli l’eredità, si batté duramente in tribunale ma ne uscì sconfitta. Fu questa la prima volta in cui capì che quel tanto apprezzato sistema, invece, discriminava le donne su molte questioni a lei a cuore. Tra queste, ad esempio, il diritto alla proprietà, che costringeva per tutta la vita alla dipendenza economica dagli uomini.

Kaltrina Krasniqi parte da questo trauma familiare per descrivere le tensioni della sua giovane nazione, toccando molti aspetti della società kosovara e, in particolare la posizione femminile. Si palesa così un sistema fortemente incentrato sul patriarcato. Nel raccontare la storia di Vera la regista era consapevole che stava realizzando un film che potesse connettersi culturalmente, ed emotivamente, con il pubblico mondiale.
Un film visivamente stratificato che parla non solo al Kosovo, ma anche a un pubblico più ampio. La macchina da presa ci mostra molte sfaccettature di Prishtina e dei suoi sobborghi, in particolare la parte rurale. Questa vicenda serve anche a fare luce su una terra che, ancora oggi, fatica ad accettare per la donna un ruolo attivo nella società.
Nella sua sceneggiatura Doruntina Basha riesce a riunire i molti elementi diversi in una storia avvincente e drammatica, e il loro effetto cumulativo è molto più grande della somma delle loro parti. La società patriarcale, e il modo in cui essa controlla le donne, è presentata come una struttura secolare, capace di condizionare le leggi del nascente Paese, troppo giovane e culturalmente sottosviluppato, per competere. L’idea di una donna che è la voce di chi non ha voce in un ambiente del genere, funziona come una semplice, ma potente, metafora.

Vera sogna il mare

Allo stesso modo, i sogni del mare di Vera: anche quando sono davvero incubi, l’aiutano a fuggire dalla pressione dei giorni e della sua esistenza. Questi segmenti di distese blu scuro creano un gradito cuscinetto psichedelico tra gli avvenimenti realistici, rendendo 87 minuti di proiezione un puro incanto. Un’opera che rimane dentro il cuore.

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