Pillola rossa, pillola blu

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Matrix (1999), Lana e Lilly Wachowski
Matrix (1999), Lana e Lilly Wachowski

Me lo ricordo come se fosse ieri il giorno in cui mi sono innamorata del cinema. Era l’estate del 2002, avevo 7 anni e i miei genitori mi hanno portato in un cinema all’aperto di uno dei lidi ravennati a vedere Harry Potter e la pietra filosofale. Quello che è scattato dentro di me quella sera l’ho capito solo moltissimi anni dopo quando, da assidua frequentatrice della sala cinematografica, mi sono immersa appassionatamente nello studio della settima arte.

Perché allora intitolare questa rubrica Pillola rossa pillola blu, che nulla ha a che fare con Harry Potter ovviamente? Certo, avrei potuto anche chiamarla La Pietra Filosofale, concentrandomi sulla capacità del cinema di fungere da elisir di lunga vita per i personaggi di cui racconta le storie. Ma il focus su cui vorrei concentrarmi è un altro ed è legato ad una ragione, ancora una volta, profondamente personale. Ho iniziato a guardare e amare il cinema perché era capace di portarmi in un altro mondo, farmi vagare in una realtà alternativa a quella che vivevo e darmi l’occasione, per un’ora e mezza o più, di immaginarmi in un’altra vita. Poi, crescendo, mi sono accorta di un’altra cosa: i film non erano capaci solo di traghettarmi in un mondo altro ma anche di aprirmi gli occhi sul mio mondo.

Da qui Pillola rossa pillola blu. Come tutti saprete è una citazione tratta da Matrix (1999) di Lana e Lilly Wachowski, quando Morfeo offre a Neo la possibilità di scegliere: “pillola blu, fine della storia, domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie e vedrai quant’è profonda la tana del bianconiglio”. Un mantra poetico che ci invita a guardare oltre le apparenze: da un lato c’è la realtà, così come ci accontentiamo di conoscerla, e dall’altro lato c’è un mondo altro, a noi sconosciuto, in grado di spiegarci più a fondo il funzionamento del nostro. Una formula anche dal gusto metacinematografico che parla direttamente allo spettatore invitandolo a scegliere se vedere il film fino alla fine o interromperlo ponendo fine alla storia, per l’appunto.

Metropolis (1927), Fritz Lang
Metropolis (1927), Fritz Lang

Ecco perché ho deciso di dedicare questa rubrica a due tipi di film: due volte al mese condividerò con voi alcuni titoli che, a mio avviso, incarnano queste due qualità del cinema. Avrei potuto fare una distinzione per generi cinematografici o nazionalità, o distinguere tra novità e pietre miliari della storia del cinema, o ancora fare una discriminazione tra film mainstream e film ricercati. Ma la distinzione tra serie A e serie B non mi è mai piaciuta, in qualsiasi contesto, e l’essere onnivora è la mia principale caratteristica di spettatrice. Quello che farò sarà quindi proporvi di volta in volta film che riflettono sull’essere umano e sulla nostra realtà, prediligendo le forme di narrazione più complesse, e film che costruiscono dei veri e propri mondi alternativi, dando modo di scoprire quanto spesso anch’essi siano in qualche modo finestre aperte sul nostro mondo.

Agli inizi dei miei studi sono rimasta letteralmente folgorata da due affermazioni in particolare. La prima appartiene a Béla Balázs che, nel suo L’uomo visibile, descrive il cinema come la potente arma che sarà in grado di far “emergere nuovamente a immediata visibilità l’uomo sepolto sotto cumuli di concetti e parole”. La seconda è di Walter Benjamin che nel suo celebre L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica afferma che il cinema “con la dinamite dei decimi di secondo ha fatto saltare questo mondo simile a un carcere; così noi siamo ormai in grado di intraprendere tranquillamente avventurosi viaggi in mezzo alle sue sparse rovine”. Con queste parole negli anni Venti i due grandi teorici celebravano la rivoluzione visiva portata dal cinema nel mondo e penso che, ancora oggi, siano in grado di dirci tanto sulle incredibili qualità della settima arte alle quali è dedicata questa rubrica.

Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004), Michel Gondry
Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004), Michel Gondry

Ma non voglio che questa introduzione diventi troppo tecnica. Il mio desiderio è quello di trasmettervi un po’ della mia passione, consigliandovi titoli che possano allietare le vostre serate e, perché no, magari stimolare in voi una riflessione. Se c’è una cosa che ho imparato è che ogni film parla in modo diverso a ogni tipo di spettatore, perché nella sua lettura entra in gioco il vissuto personale di ognuno di noi. Non ho quindi la pretesa di dirvi perché dovreste apprezzare un film più di un altro o che cosa dovrebbe significare questo film per voi. Proverò a fornirvi un breve sguardo analitico e a dirvi quello che significa per me, il modo in cui mi ha parlato e le emozioni che mi ha trasmesso. Lascio infine a voi il compito di trarre le vostre personali conclusioni.

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