Incontri ravvicinati del 3.0 tipo

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Ogni giorno alla mail della mia galleria, come in quelle di tutte le altre, arrivano decine di curriculum e portfolio di artist* (o presunti tali) che vorrebbero iniziare una collaborazione o che necessitano di un consiglio per iniziare la loro carriera. In generale le gallerie non rispondono mai, io cerco invece di rispondere a tutt*, ma non sempre purtroppo ci riesco, colpevole il poco tempo, gli impegni continui e, a volte, la totale mancanza di voglia. Sì, a volte non rispondo intenzionalmente, quando, per esempio, la mail inizia con “Egregio direttore” dando per scontato che a dirigere la galleria ci sia un uomo; o quando arriva un allegato privo di testo nella mail; oppure quando il testo è talmente pretenzioso e le opere fanno talmente schifo che, di primo acchito, risponderei solo “cambia lavoro”, poi penso che forse non ne vale la pena e lascio perdere. Insomma, arrivano le mail più disparate, da quell* che esordiscono con “Salve, sono un artista” (che ci fa subito arricciare il naso), a quell* che raccontano la storia della loro vita in una mail che più che una mail diventa un memoir. Una volta una ha scritto tutta la pappardella nell’oggetto invece che nel corpo mail e un altro mi ha chiesto prima di collaborare e poi mi ha mandato a cagare ancora prima che gli rispondessi.

Succede però che in questo marasma di corrispondenza online qualcun* attiri la mia attenzione e allora metto un contrassegno colorato in modo da rispondere non appena possibile. Ed è proprio il caso di questo artista che, invece della solita mail formale di presentazione, mi manda un lungo testo, dove dice che le cose vanno bene, che vende molto, che ha molta visibilità nella sua città, ma che vorrebbe qualcosa di più stabile, che cerca un cambiamento. Guardo le opere, il sito e il suo Instagram e qualcosa mi piace qualcosa no, ma nel complesso lo trovo interessante, metto il mio contrassegno, gli risponderò.

E gli rispondo, dopo quasi due settimane: “In questo momento non apriamo nuove collaborazioni perché non riusciremmo a seguirle in modo appropriato. Comunque il tuo lavoro mi piace, se passi di qua ci conosciamo”. Sembrerebbe una risposta predefinita ma invece è la verità. Di solito a questo tipo di mail o non rispondono, oppure ritorna un classico “grazie, a risentirci”. Ma questa volta no, questa volta arriva un’altra lunga mail dove l’artista mi spiega che lui non vuole aprire una collaborazione con la galleria, ma che cerca un professionista che lo aiuti ad entrare nel mondo dell’arte, che lo faccia accettare da quest’ultimo. Una richiesta bizzarra. Perché mai un artista che vende bene attraverso i social, che dice di aver creato un forte legame con il suo pubblico e che non cerca ricchezza, vuole entrare nel mondo (canonico) dell’arte? E visto che la cosa mi intriga, oltre a pensarlo glielo scrivo proprio. La mia mail recita testualmente: “Perché vuoi essere accettato dal mondo dell’arte? Perché vuoi entrare in un circuito marcio, ipocrita e provinciale (perché lo è), pieno di stronz*? Se le cose ti vanno così bene, se hai creato questo legame con le persone e le vendite non mancano, che cazzo te ne frega del famigerato mondo dell’arte? E, poi, qual è il mondo dell’arte che ti immagini? Perché hai bisogno di farne parte? In realtà, nel tuo piccolo, ne fai già parte. Vuoi arrivare alle grandi gallerie, alle fiere, ai curatori? In modo che snaturino il tuo lavoro? Io se fossi in te (e lo dico contro ogni mio interesse) ne starei allegramente fuori e anzi, lo beffeggerei anche un po’!”.

Gli rispondo così, chiara e diretta, senza giri di parole, come se lo conoscessi di persona. Penso che forse ho esagerato, ma alla fine concludo che sono stata solo molto sincera e che questo è sempre un bene, se poi la prenderà male, pazienza.

La conversazione prosegue e la sua risposta è pressoché immediata: dice di dipendere completamente dai social network e che il mondo di internet sta mutando e che magari fra 10 anni non sarà più in grado di rimanere al passo coi tempi e che quindi necessita di una persona che lo possa rappresentare, ma fuori dal circuito classico delle gallerie. Più come un art dealer indipendente con competenze di marketing pubblicitario. E poi dice una cosa che in Italia, da un artista, si fatica a sentire e cioè che bisogna smettere di trattare l’opera d’arte come qualcosa per pochi e cominciare invece a trattarla per quello che è, un prodotto, e che l’artista è un’azienda che deve crescere.

E ha ragione, eccome se ce l’ha!

Solo che purtroppo qui siamo indietro come le nespole, e mentre scrivo la mia risposta, sento un po’ di amarezza che mi sale, quell’amarezza che conosco bene e con la quale ormai convivo da tempo: “Sono d’accordo con te. Il problema è che in Italia il mondo dell’arte è vecchio e conservatore, anche se finge di non esserlo. Per quello noi siamo costretti ancora a fare le mostre con i quadri attaccati alle pareti, le stupidissime fiere e tutte le stronzate del vecchio ordinamento. In Italia comandano ancora quei 3/4 galleristi che pensano che gli anni ’80 non siano mai finiti, oppure quei commercianti che trattano le opere come degli aspirapolveri. Io non vedo rinnovamento, o comunque il processo è enormemente lento. Non credo di poter essere la persona che cerchi, la mia rivoluzione professionale cerco di attuarla da dentro, di scardinare quei meccanismi farraginosi di cui tutti si lamentano ma dai quali tutti mangiamo. E non faccio altro che scontrarmi continuamente con dei portoni di cemento armato”.

Lui capisce, mi scrive, e aggiunge che lui continuerà a combattere le sue battaglie come io le mie e che adesso, che ci conosciamo un po’ di più, potremo parlare del nostro lavoro reciproco ad altri, che ne parleranno ad altri ancora e così via.

E questa volta, quella che risponde “Grazie, a risentirci” sono proprio io.

 

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