Inventing Anna, la storia di Anna Delvey vista da Shonda Rhimes

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Inventing Anna

Al trentesimo minuto della prima puntata di Inventing Anna mi chiedo se Shonda Rhimes abbia mai letto Balzac. Lo scrittore francese del XIX secolo è stato un maestro nel raccontare le storie di chi sceglie di trasferirsi dalla provincia a Parigi per inseguire le proprie ambizioni e tentare la scalata sociale: dietro il fascino della capitale francese si nascondono però meccanismi per i quali i parvenu conoscono un feroce percorso di ascesa e declino. Anche Inventing Anna (Netflix) narra un tentativo di questo tipo, basandosi su una storia vera: è il 2016, siamo a New York e Anna Delvey, una sconosciuta appena arrivata dalla Germania e apparentemente piena di soldi, cerca di farsi strada nell’élite culturale americana con lo scopo di istituire una fondazione artistica in uno dei palazzi più costosi della città. Fin da subito, però, si capisce che l’esistenza di un fondo fiduciario a suo nome è quantomeno sospetta e che il suo vero nome è in realtà Anna Sorokin.

La narrazione parte dalla fine, quando Anna è già stata arrestata e in attesa di processo. Addentrandosi nella storia, la sua figura viene raccontata attraverso i diversi sguardi dei personaggi che incontra, tanto che la verità su di lei diventa un grande punto interrogativo. Infatti, emergono così tanti punti di vista da trovarsi di fronte a una sorta di ritratto cubista nel quale non si riconoscono i lineamenti della persona cui l’autore si è ispirato. La riflessione, dunque, non è tanto su quale sia la sua storia (che ovviamente resta l’argomento principale) ma su quale sia l’essenza di Anna e il motore che la muove a giocare d’azzardo con la sua vita, scommettendo su un prestito bancario che può arrivare solo dopo aver ingannato uno dei gruppi d’investimenti americani più importanti, il Fortress Group. Conta di più il fatto che i soldi non ci siano? O che Anna Delvey sia riuscita a costruirsi un personaggio così credibile da darla a bere a persone che, per il loro ruolo, dovrebbero essere piuttosto abili a distinguere il fumo dall’arrosto? Insomma: abbiamo di fronte una pazza mitomane, che come tutte le mitomani che si rispettino a un certo punto minaccia il suicidio per uscire da situazioni scomode, o una geniale artista del sé? Oppure in fondo le due identità coincidono in un io che non può essere definito una volta per tutte, restando un enigma insoluto? Già Novalis, poeta di fine Settecento, notava che «l’io dev’essere costruito… l’io non è un prodotto naturale, non è natura, non è un ente storico, bensì anarchico, è arte, un’opera d’arte»: conta di più l’io storico di Anna Delvey o l’invenzione che ella fa di sé stessa? La risposta viene lasciata al singolo spettatore. Che questa storia parli del nostro tempo è piuttosto evidente: quando parliamo della Ferragni, di cosa fanno lei e i suoi figli che chiamiamo con i nomignoli con cui li apostrofa la madre manco fossero i figli della dirimpettaia, siamo davvero consapevoli che stiamo parlando di persone di cui in fondo non sappiamo nulla? O il gioco dell’illusione è talmente forte da farci pensare di conoscere davvero loro e le loro vite? Certo, Anna si spinge a un livello ulteriore, portando questa costruzione nella vita reale e usandola per scopi truffaldini, ma il meccanismo di fondo è molto simile, tant’è che la costruzione del suo alter ego parte proprio usando i social.

Un altro aspetto che ricorre nella serie, anch’esso tipico dei romanzi di Balzac, è la dimostrazione di come i diversi sistemi che compongono la società siano collegati tra di loro: moda, finanza, giornalismo e arte sono gli anelli di una catena in cui tutto si tiene e, per diventarne un anello, Anna capisce con grande intelligenza quanto sia fondamentale raggirare personalità importanti in tutti e quattro gli ambiti. E non a caso tocca proprio a Vivian Kent, appartenente alla stessa catena ma finita ai suoi margini, trovare il punto di contatto tra Anna Delvey e Anna Sorokin. Vivian è una giornalista del magazine Manhattan, che inizia a indagare dopo essere finita nel dimenticatoio, a causa di uno scandalo di cui si scopriranno i dettagli un po’ alla volta. Ad aiutarla altri tre giornalisti anziani, anche loro relegati nella zona di redazione chiamata Scriberia, dove si mandano «i vecchi a morire». La ricerca della verità rappresenta per Viviane un riscatto come giornalista, portato avanti in un periodo ben preciso: la gravidanza. Anche per Viviane quindi si ripropone il tema della costruzione dell’identità con il suo tentativo di far convivere la condizione di quasi mamma con quella di giornalista.

Viviane ricostruisce effettivamente il punto da cui il piano di Anna è partito, senza però rispondere a tutte le domande nate nel corso di questa lunga narrazione. Con nove episodi dalla durata variabile ma di almeno un’ora ciascuno, la serie non è adatta a quel perverso sistema bulimico che è il binge watching, poiché si prende il tempo di analizzare a fondo un sistema complesso e stratificato, approfondendo i vari personaggi e donandoceli nelle loro diverse sfaccettature. Viene spontaneo chiedersi se questa modalità sia stata concessa da Netflix a Shonda Rhimes in quanto regina indiscussa di sceneggiature di successo (Grey’s anatomy, Scandal, Bridgerton, Le regole del delitto perfetto), o se sia, finalmente, un’inversione di tendenza dalle serie tv striminzite di sei puntate da quarantacinque minuti su cui le case di produzione hanno tanto scommesso e proliferato, a discapito, sovente, della qualità.

Inventing Anna è una serie poliedrica, ricca di spunti sul presente, capace di alternare il thriller alle scene comiche di redazione che fanno da trait d’union tra i diversi flashback. È lì a ricordarci che la vita è teatro e che dietro a una maschera si nasconde sempre un volto, di cui, a volte, si riescono a scorgere solo alcuni lineamenti.

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