Giornate di caccia

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anta interna/diario dell'armadio della cucina del Cuculo

 

Ando il nostro antropologo di casa è tornato dal Senegal, ad attenderlo c’è la solita nostra cucina storta come la stanza di Van Gogh. Sara ha preparato il pane, quello buono di pasta madre. Lara, 8 anni, mangia curiosa il baobab – bouye lo chiamano laggiù – e dice che è vero che sa un po’ di latte e limone. Il cane ispettore Kodi starnutisce sull’ibisco bianco caduto per terra. Cos’è un mese altrove? Sono centocinquantatre parole imparate dal piccolo Livio, il più giovane di tutti. Una ventina di conversazioni interessanti nel dopocena. Due concerti, un compleanno ed una guerra.

Ci sono mille e più modi per andare a caccia della realtà. Gustave Courbet, il pittore, dipinse L’origine del mondo nel 1866 e attrasse su di sé tanto disprezzo da parte dei suoi nemici politici da fargli desiderare di vederlo morire di stenti imprigionato in una gabbia appesa in piazza. Ecco, quel pittore lì aveva un suo pensiero preciso su come cacciare la realtà.

 

L’origine del mondo, Gustave Courbet 1866

 

A quell’epoca i modelli per i dipinti venivano ancora bagnati a lungo nell’acqua calda per togliergli tutte le rughe personali e riportarli ad una forma “pulita” e “adatta” ad essere ritratta. Nell’idea di scuola d’arte di Courbet, invece, si faceva una colletta, si acquistava una mucca e poi la si liberava in giro per il paese correndole dietro armati di carta e matita.  Tutto per rapire le espressioni, la realtà cruda dell’umano.
E vedere di nascosto l’effetto che fa, direbbe Jannacci.

Anche la forma “pulita” adatta ai ritratti, bella e priva di solchi, svuotata di impronte e ferite soggettive, anche questa è realtà, racconta di un paesaggio più che reale. Tanto forse quanto i filtri usati per le immagini di oggi.

In questo periodo stiamo incontrando alcuni dodicenni di Bertinoro per un percorso sull’arte pubblica. Alla domanda “se aveste il superpotere di fare arrivare tre messaggi a tutti, quali sarebbero i tre messaggi?” hanno risposto in varie forme. Alcuni hanno consegnato messaggi ben indirizzati al babbo o alla sorellina. Altri si sono rivolti al mondo con un’intenzione di pace e dialogo. Tanti – per noi inaspettatamente tanti – hanno parlato dell’importanza dell’accettarsi e del volersi bene come si è, senza bisogno di usare filtri nelle storie di instagram.

Messaggi realisti, alla Courbet, che parlano dell’accettazione di come si è e di una realtà che non ha bisogno di essere violentata per essere avvicinata alla forma pulita. Di un corpo fisico e di un pensiero che vanno bene così, che sono belli nel loro essere sporchi.

A Pasqua è venuta a trovarci Alina, 38 anni, che in realtà si chiamerebbe Galina, ma c’è un’ambiguità in cirillico tra H e G quindi si è deciso di chiamarla Alina. Viene dall’Ucraina, sta a Forlì da Ana, che è spagnola- polistrumentista-traduttrice e passa molto tempo con il nostro antropologo tornato dal Senegal. Alina parla con voce da uomo perché così ha deciso il traduttore vocale ucraino-italiano. Ascolta Imagine di John Lennon, la mattina, perché anche se non parla l’inglese, quella canzone lì la capiscono proprio tutti. Ha una valigia dove ha raccolto di fretta tutta la sua vita scappando in autobus da Leopoli mentre già arrivavano i missili.

Dentro la valigia: vestiti, qualche trucco, le scarpe e cinque oggetti:

 

 

1) Un elefantino di ceramica, che è delicato forte ma porta fortuna, dicono.
2/3) Una statua della Madonna di Fatima e un’icona della Madonna protettrice di Leopoli.
4) Un pupazzo volatile rosa un po’ sghembo, regalatole dalla bambina a cui faceva da babysitter.
E poi le posate. Sì, proprio quelle. Forchetta e cucchiai, con inciso il suo nome (Галина).

Quelle fanno correre un po’ un brivido sulla schiena.  Allora viene in mente che raccontare  la guerra  attraverso gli oggetti è un po’ come Imagine di John Lennon. Lo capiscono proprio tutti che non deve essere facile scegliere cosa portare in valigia, quando la guerra ci spazza via. Cinque cose in fretta e furia, tra i calzini, per ricordarci chi siamo. 

Per Andare a caccia della realtà c’è un esercizio proposto in un libro di Tlon che dice:

“Scegli cinque Valori su cui fondare la tua vita a partire da adesso”. “Il vero proprio diritto signorile È quello di creare valori” scriveva Nietzsche. E tu sei in grado di creare dei valori?

Scegli cinque valori che tu possa usare per passare al setaccio le tue giornate e capire alla sera se hai avuto cura della pianta che sei oppure no. Metti in dubbio questi valori ogni settimana: quale valore hai sopravvalutato e puoi sostituire? E qual è invece quello cruciale? Inserisci i valori nel tuo esame di coscienza quotidiano, e domandati: ho rispettato i miei valori? Ne ho scoperti di nuovi? Ho capito che alcuni valori non mi appartengono più, o non mi sono mai appartenuti?

Ecco, fare una lista delle proprie azioni quotidiane e andare a scoprire quali sono i valori che le hanno guidate potrebbe portare molte sorprese, è un po’ forse come lasciare una mucca libera in giro per il paese e correrle dietro con una matita e un foglio.

 

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La Casa del Cuculo è una porzione di paesaggio abitata, una casa fisica un po' dispersa tra alberi e colline tra Meldola e Fratta Terme in cui vivono attualmente 6 adulti e 5 bambini, o meglio due famiglie più due presenze vaganti, o meglio una cooperativa che si occupa di partecipazione e rigenerazione sociale, un cantautore, un artista, un antropologo, un’aspirante progettista sociale, un cane ispettore che porta il nome di Kodi. Qui vi si trovano pareti in sasso, in mattoni, intonaci a cemento, a calce, in terra e pareti in paglia, un sistema di recupero delle acque piovane, le biciclette, gli alberi, gli animali selvatici e la voglia di mettersi in gioco.

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