La Segnatrice, l’esordio letterario di Elena Magnani

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Garfagnana, 1944. Una squadra di nazisti si è insediata in Piazza al Serchio e un gruppo di giovani partigiani nascosti tra le colline cerca in tutti i modi di sabotarli. Ma nulla sarebbe possibile senza l’aiuto di Anna, una giovane donna intraprendente che, unitasi alla resistenza, ha accettato di infiltrarsi nel comando tedesco locale per ingraziarsi il tenente Matthias Von Bauer. Anna però non è solo una partigiana, ma anche una Segnatrice che possiede il dono di guarire corpi e anime attraverso speciali gesti e preghiere. La Segnatrice è l’esordio letterario di Elena Magnani: un romanzo storico che affonda le radici nelle antiche tradizioni di un territorio, evidenziando il grande valore di una donna che non perde la tenacia di lottare per quello in cui crede.

“Anni fa mi trasferii nella casa d’infanzia di mio marito nella cui soffitta trovai una vecchia sveglia militare tedesca”, queste le parole dell’autrice sull’origine della sua ispirazione. “Mi raccontarono che fu lasciata dai tedeschi nell’abitazione dei nonni, requisita durante la guerra per farne uno dei tanti comandi locali. Mia suocera mi fece vedere il canterale che era stato utilizzato per tagliare la carne, sul piano di marmo ci sono ancora i segni delle baionette. Questi racconti mi incuriosirono e da lì nacque l’idea di scrivere una storia ambientata in Garfagnana durante la seconda guerra mondiale”.

In quanto romanzo storico, sicuramente è stato necessario un lungo lavoro di documentazione. Come si è svolto questo processo?

“Sono stata fortunata perché la maggior parte del lavoro l’ho potuto svolgere sul territorio chiedendo direttamente alla gente del posto che ricordava quel terribile periodo o alle persone a cui erano stati raccontati i fatti dai genitori. Poi ho integrato con ricerche online. Il lavoro più difficile è stato scegliere tra le tante informazioni. In alcuni punti la storia è al servizio della narrazione e in altri ho messo la narrazione al servizio della storia”.

Il suo romanzo ha la particolarità di intrecciare questi fatti storici con tradizioni e antiche conoscenze. Da dove deriva la scelta e la necessità di raccontare la realtà delle segnatrici?

“La realtà delle segnatrici è ancora molto radicata in Garfagnana. È la normalità. Sotto casa mia vivono due segnatori e ancora oggi molti si affidano a loro. Ho cercato di farlo nella maniera giusta, cioè con rispetto e senza giudizio, lasciando al lettore la facoltà di decidere se credere o meno. L’arte della segnatura è un insieme di sacro e profano. Sacre sono le preghiere che mai devono essere rivelate, almeno fin quando non si trovi una persona degna a cui fare il lascito. E profani sono i gesti, le croci, i cerchi o la stella a cinque punte simbolo di protezione, che vengono eseguiti con oggetti d’oro o d’argento su persone, animali, case, campi. Pochi giorni fa mi è stato raccontato che un tempo, all’Isola del Giglio, venivano segnate anche le trombe d’aria. Il rito della segnatura è ancora radicato in molte parti d’Italia”.

I fatti e le realtà storiche si intrecciano nel romanzo con la storia d’amore impossibile tra una partigiana e un nazista. Al di là dell’espediente narrativo, dietro questa scelta si cela un particolare messaggio?

“Mentre facevo ricerche trovai alcune storie d’amore tra ragazze italiane e soldati tedeschi. Alcune finirono in modo tragico. Di altri non si seppe più nulla. La domanda che mi porsi era: si può amare l’invasore della propria terra? Io credo di sì, se si vede in lui la persona che si cela dietro la divisa. Non tutti i tedeschi che sono stati in Garfagnana si sono comportati male, alcuni hanno aiutato delle famiglie portando cibo, latte in polvere e medicinali. Molti erano solo ragazzi costretti a fare una guerra in cui non credevano. È dunque questo il mio messaggio: spesso il bene, l’amore, si trova anche dove si crede ci sia solo il male”.

La protagonista Anna racchiude in sé qualcosa di autobiografico?

“Di sicuro nella protagonista c’è la mia tenacia e quella sensazione di magia e di meraviglia che provo a contatto con la natura. Riguardo al mondo delle segnature, lo conosco molto bene perché mia nonna, messinese, quando ero ragazzina, in una notte di Natale, mi fece un lascito per riequilibrare le forze del bene. Quindi potenzialmente potrei anch’io definirmi una segnatrice. Anche se tale denominazione viene utilizzata solo in alcune parti della Garfagnana e della Lunigiana, in altri posti vengono chiamati streghi, guaritori, o non hanno alcun nome”.

La Garfagnana non è solo il teatro delle vicende, ma anche una sorta di protagonista del romanzo. Quali sono le ragioni, storiche e personali, che hanno portato a questa scelta?

“La Garfagnana è sicuramente protagonista di questa storia. Nel romanzo c’è l’essenza di una terra magica che mi ha accolta facendomi sentire a casa. In questi luoghi si respira un passato di minestra lasciata sobbollire nel paiolo sulla stufa a legna, di cinguettii festosi e di tintinnare di rami nel vento. Ci si può perdere a contare le svariate sfumature di verde dei campi e dei monti. Sin da bambina venivo in Garfagnana in vacanza e ben presto scoprii che questo luogo era la mia dimensione. Un posto dove sentirsi felici e protetti. Dove si ha l’impressione di avere più tempo a disposizione per fare ciò che si ama”.

Quali sono i suoi riferimenti letterari?

“Da sempre sono affascinata da Alexandre Dumas e dal suo Conte di Montecristo. Amo le trame complesse e, nel mio piccolo, con questo romanzo, ho tentato di comporre una storia a incastro che portasse il lettore fino all’ultima pagina. Altri autori che amo sono Baricco, Cognetti, Pirandello e Allende”.

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