Marina Cvetaeva, mi sfogo solo – poi resto muta

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Mare smeriglio, mola di mare!
Mammuth, farfalla – tutto tritura.
Non spetta a noi, scoria si spoglie –
riguardo al mare – mulinare!

Quando il mondo é inondato di follia, le percezioni sensoriali si riducono al necessario. In questo mese e mezzo mi sono dovuta inerpicare su una montagna per trovare l’incantesimo  – trovate parole che mi incantino: credo soltanto agli incantesimi – e accendere la scintilla del leggere una poeta appénna ammattita e scriverne. Ho scelto l’indiscussa maestra d’amore, la maga dal cuore infranto, l’irripetibile Marina Cvetaeva che mi ha insegnato a non serbare l’anello con chiunque la Vita mi sposasse. É lei dopotutto che a quel genio poetico di Arsenij Tarkosvskij ha scritto Trovatele (amatele) – e le parole vi verranno.

Su di lei hanno scritto in tanti e tante, a lei hanno scritto in tante e tanti; lei ha dischiuso la sua anima in epistolari a destinatari celebri, addirittura celeberrimi. Marina Ivanovna Cvetaeva, l’intellettuale, la musicista, la russa, l’esule, la madre, la poeta, la passionale, la cerebrale, la raffinata, l’esule, l’amazzone, la solitaria, l’amante, Zar-fanciulla, la principessa guerriera, Eva tra più Adami, Esperide e vagabonda, la negromante, la vampira che si fa manoscritto. Potrei andare avanti all’infinito, scavando nei suoi versi la restituzione che Marina Cvetaeva ha dato di sé, lasciandola incompleta, fino alla fine. Poco prima di uscire volontariamente di scena, scegliendo di impiccarsi, traduceva infatti per mantenersi – perché per le traduzioni mi pagano, e per le mie cose – no – si offriva come lavapiatti, perché i suoi versi stonavano in quella sfera in cui viveva l’uomo sovietico; le sue poesie venivano da un altro mondo. E continuano a suonare eternamente aliene.

La lettura di Marina é immersione e fuga. Da sola la vivo come una sfida, che  raccolgo da giocatrice distratta di scacchi, pensandola e dimenticandola

Solo non stare così tetro,
la testa chinata sul petto.
Con leggerezza pensami,
con leggerezza dimenticami

Più spesso ho bisogno di una guida e la mia preferita é Serena Vitale. Imprescindibile sono le sue chiavi di lettura per arrivare all’anima della poeta russa, dalla quale carpisce i segreti e ne restituisce timbro e scontro tra vita e letterarietà: “le dilatazioni e contrazioni dell’elemento erotico-poetico (diastole di tenero abbandono e slancio, sistole di rinuncia e anatema) segnano il ritmo segreto dei suoi versi; privata dell’amore, la sua opera — lirica, narrativa, saggistica, epistolare — perde motivi e conflitti cruciali, i cardini stessi di una visione-versione del mondo fra le più tragiche del Novecento”.

 

 

Non ci provo neanche per un momento a privare d’amore la sua opera, anzi lascio che quelle poesie necessarie forse addirittura come il pane inondino ogni angolo di queste giornate abbruttite dalla catastrofe della guerra così vicina a noi e alla poeta, portando la primavera e condividendo una tragica consapevolezza

So bene che una dolce primavera
agli occhi dell’Eterno – è un niente.
Ma sono un uccello, non te la prendere
se è leggera la legge che mi governa.

Proprio assecondando il moto leggero che Cvetaeva imprime per non lasciare tracce mi sono imbattuta in Paola Ferretti che si propone invece di tracciare una Storia di Marina per Poemi. Il libro edito da Einaudi, che consiglio a chi vuole trovare istanti di intensa compenetrazione tra corpo e mente –  é davvero una lettura fisica che richiede concentrazione e allenamento per sostenere la spezzatura di involucro e contenuto – é del 2019 ed é intitolato Sette poemi. Scelgo tra i sette il terzo Dal mare, mai tradotto fino al lavoro di Ferretti, per sbaragliare la concorrenza con le altre sue stesse opere, con quei carteggi d’amorosi sensi e virtuose triangolazioni con Rilke e Pasternak

Ti appaio in sogno. Nitida?
Levigata? Più netta
che da sotto le maglie
del timbro? Valgo –
la carta da lettera? Valgo –
il francobollo? Ti piaccio?
Io – non missiva,
parola d’onore! 

 

 

Nell’aprile 1926 – Rilke non c’è più, A-rivederci! A-riconoscersi!, è il dedicatario del sesto geniale dei sette poemi Per l’Anno nuovo –  Pasternak da Parigi le scriveva di un sogno ‘E in effetti, con un vestito da viaggio, immersa nella foschia di una risolutezza non improvvisa, ma alata e planante, c’eri tu, esattamente come io stavo correndo verso di te. Chi eri?’ (Da Il Settimo sogno (lettere 1926), Editori riuniti, 1994) E Marina non si rivela, ma

Tragitto – di fortuna,
veloce, saettante:
dal mio nel tuo sogno
salto precipitando.

In Dal mare, dopotutto, scritto in Vandea nel maggio dello stesso anno in effetti, affiora l’inafferabile marea dell’amore, che l’oceano ingloba, smussa e smeriglia, mentre la risacca restituisce solo inservibili scorie, in realtà universali, così scrive Marina, che finalmente rivela la sua identità di marea

… Fin d’ora mi scuso:
io di lordura t’ho inondato,
d’oltremarine mirabilia
da alta marea depositate.
Solo lascia, non vuol esser presa.
Questo invece – lo porta il reflusso,
detrito in palma, come un dono.

 

 

E un poco distanziandoci dalla secca di mare, da anafore ed ellissi, di detrito in detrito, di trattino in trattino, in precario equilibrio troviamo con Marina Cvetaeva di nuovo la vita e il dono in quella opera di amore e di rispecchiamenti, intitolata Sonečka, il diminutivo di Sof’ja Evgen’evna Gollide,

Fin da subito trattai Sonecka come un oggetto amato, un dono. Un dono che gioisce di me e io di lui.

La piccola attrice dostoevskiana ha amato ed é stata amata dalla poeta nel 1919. A distanza di anni, nel 1937, è divenuta protagonista di questa emersione vivida di memorie cvetaeviane. Sonečka é già morta e l’amante/amatissima di allora ne fa un dono prezioso per la posterità – Io più i coralli = felicità, dice ricevendo un regalo Sonečka – di invenzione e realtà, sangue e corallo, suggellata da una consapevolezza:

… ti amerò per tutta l’estate è più lungo di tutta la vita. Ed è qualcosa di molto netto e perenne che riguarda me e se non mi riguarda vorrei che mi riguardasse.

Vorremmo che ci riguardasse.

 

 

Per concludere, in sintonia con la sua biografia e bibliografia ritroviamo tra i suoi ultimissimi scritti il numero sette caro e ricorrente; lasciamo a lei riconoscersi questa volta commensale indesiderata e antitetica, portatrice di vita, come la morte al banchetto nuziale.

Mansueta come un ladro
senza dare fastidio a nessuno
al posto non apparecchiato
mi siedo settima, indesiderata…
Come la morte al banchetto nuziale:
 io – la vita che viene a cena.

*

Nota: Le citazioni in corsivo tutte di Marina Cvetaeva, tratte dalle sue poesie, rintracciabili in varie pubblicazioni. In particolare per il testo i riferimenti bibliografici sono Marina Cvetaeva, Sette poemi, a cura di Paola Ferretti, Giulio Einaudi Editore, 2019; Marina Cvetaeva, Sonečka, a cura di Serena Vitale, Adelphi 2019.

 

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