Da per sé a per tutti. Su Eutopia di Trickster-p

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ph ® Giulia Lenzi

 

Habitat è, in biologia, l’insieme delle condizioni ambientali in cui vive una determinata specie di animali o di piante.

Cristina Galbiati e Ilija Luginbühl, anime di Trickster-p, hanno da poco creato Eutopia, un dispositivo estetico (dunque etimologicamente conoscitivo), da noi abitato nei sontuosi spazi del LAC (Lugano Arte e Cultura), in Svizzera.

“Habitat”, “abitato”: questi termini, appena utilizzati al posto di “spettacolo” e “visto”, richiedono forse una breve spiegazione a favore di chi si trovasse a legger qui e non conoscesse il lavoro di questo smarginante quanto rigoroso ensemble.

In Eutopia non vi sono, in apparenza, gli elementi solitamente riconducibili alla canonica fruizione teatrale: essi sono sostituiti, nella sostanza, da una tensione a far del teatro -etimologicamente, ancora- luogo di sguardi e di visioni.

Un’occasione di imprescindibile esperienza.

Detto altrimenti: se non si prende parte al gioco teatrale questo, letteralmente, non esiste.

 

ph ® Giulia Lenzi

 

To play (verbo che, com’è noto, nella lingua inglese racchiude in sé sia il campo semantico del gioco che quello del suonare e del recitare) è il prerequisito necessario affinché Eutopia abbia luogo.

Qui il primo minimale quanto radicale slittamento di senso che Cristina Galbiati e Ilija Luginbühl propongono: da utopia (nome, vale forse ricordarlo, coniato da Thomas More nel 1516 con le voci greche ū ‘non’ e tópos ‘luogo’, propriamente “luogo che non esiste”) a eutopia (buon luogo, luogo dell’umano) il passo è breve, ma al contempo smisurato.

Tanto quanto la distanza dal per sé al per tutti che abbiamo posto a mo’ di titolo di queste poche righe.

 

ph ® Giulia Lenzi

 

Cinque gruppetti di tre giocatori ciascuno attorno a un tavolo devono (o meglio: non possono non) collaborare affinché tutti gli elementi e le relazioni che danno vita all’habitat-mondo siano il più possibile in equilibrio, e dunque producano condizioni sostenibili alla vita di tutte le entità e le forze in campo.

La funzione degli artisti, qui, ben lungi dal porsi classicamente come oggetti di ammirazione in quanto detentori di una téchne che li distingue dai non artisti (io sono attore / musicista / pittore / eccetera perché so usare il corpo / la voce / gli strumenti musicali / i pennelli / eccetera come tu, non-artista, non sai fare) è, ça va sans dire, quella di attivatori.

Eutopia agisce un po’ come fece Franco Vaccari con Esposizione in tempo reale – Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio alla Biennale di Venezia nel 1972: una scritta a invitare il pubblico a una (rappresent)azione. In entrambi i casi la partecipazione è conditio sine qua non drammaturgicamente stimolata ma dagli esisti programmaticamente aperti. Nella proposta di Trickster-p, rispetto a quella veneziana, vi è il correttivo di una virata verso il simbolico, finanche verso l’allegoria.

 

ph ® Giulia Lenzi

 

Eutopia avrebbe potuto a ben diritto, se non vi fosse uno scarto temporale di sessant’anni, trovar posto in Opera aperta (1962), saggio nel quale Umberto Eco ragionava su come un’opera non sia che un insieme di potenzialità semantiche, intellettuali, emotive, diventando ipso facto reale nel momento in cui la si fruisce, la si interpreta, se ne fa esperienza.

Due celebri Brecht vengono in mente, partecipando a questo lieto al contempo tremendo esperimento socio-antropologico in forma di accadimento teatrale che andrebbe proposto a chiunque si occupi di educazione, di ambiente e, allargando, a chiunque abbia a che fare con altri esseri, umani et ultra: George e Bertolt, l’esponente di Fluxus con le sue attivanti opere-d’arte-in-forma-di-giocattoli e il drammaturgo e regista con la sua idea (e prassi) di arte come stimolazione di uno sguardo critico sul reale.

Nell’ora abbondante di Eutopia, se come in ogni efficace patto teatrale, anche il più tradizionale si sospende l’incredulità, in questo certo aiutati dall’avvolgente spazio sonoro a cura di Zeno Gabaglio a moltiplicare i livelli di fruizione dell’ammaliante liturgia messa in opera da Cristina Galbiati e Ilija Luginbühl, si vive l’esperienza -questa sì, anche convenzionalmente, teatrale- del dramma.

In senso letterale: dramma come azione. E rappresentazione. Dramma come tragedia che incombe.

In senso extra-artistico: il dramma della rinuncia alla pervasività dell’Io, finanche all’abdicazione del dominio del Sé sull’Altro da sé.

Da per sé a per tutti, appunto.

 

ph ® Giulia Lenzi

 

Vien da pensare a Gilles Deleuze, al suo saggio I mediatori del 1985: parla di sport, il filosofo, distinguendo quelli in cui ciò che importa risiede principalmente nell’atleta (es: il lancio del peso) da quelli in cui lo sportivo è chiamato ad accordarsi a una forza altra e più grande (es: il deltaplano).

Una concreta, pratica dell’attenzione. Della diminuzione e, al contempo, dell’allargamento.

Per vincere una gara, riflette Deleuze.

Per far sopravvivere un habitat, propone Eutopia.

Per permettere al mondo -anche a quello strambo della scena- di esistere.

Al luogo dell’umano, forse, di rivelarsi.

 

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