Mi cercarono l’anima a forza di botte: su Non lasciare tracce di Jan P. Matuszyński

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“Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte…”: quello di Grzegorz Przemyk è uno dei crimini più famosi dell’apparato di sicurezza della Repubblica popolare in Polonia. Lungometraggio nella sezione fuori concorso al Trieste Film Festival di quest’anno, oltre ad aver ricevuto il Leone d’argento al 46° Gdynia Film Festival ed essere stato presentato in concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, è stato il candidato per la Polonia agli Oscar per il “Miglior film internazionale”. Żeby nie było śladów è un’opera potente, quasi kafkiana, cruda, che oltre a catturare in 160 minuti fa uscire dalla sala con il cuore in gola, perché penetra nelle pieghe più profonde dell’animo. Il regista Jan P. Matuszyński non sceglie solo di affacciarsi al dramma, ma decide di raccontare la vicenda di tutte le persone vicine al protagonista che hanno dovuto subire le angherie del sistema giudiziario polacco.

Un pugno allo stomaco dove i ricordi infangati bloccano lo spettatore, non dà la forza per emettere un suono, per pensare, si può solo piangere e pensare che l’opera appena vista sia lo specchio vergognoso della realtà odierna e, anche se è ambientato in Polonia, precisamente il 12 maggio 1983, è attuale più che mai. La macchina da presa narra la terribile vicenda di Grzegorz Przemyk, studente liceale all’ultimo anno e promettente poeta con il desiderio di iscriversi all’Università in Letteratura, picchiato a morte con un manganello, e non solo, dai funzionari della Milicja Obywatelska (Milizia Civica). Perché? Anche se la legge marziale era sospesa ma non ancora ufficialmente abrogata, decide di difendere la sua libertà non mostrando il documento di riconoscimento. Ispirato ad una storia vera, il film ripercorre la storia del suo amico Jurek Popiel (interpretato da Tomasz Ziętek), unico testimone del pestaggio, che sente i vagiti di dolore e percepisce i calci sulla pancia – in quella zona non lasciano traccia – sferrati al suo compagno di scuola. Vengono entrambi pestati a sangue, con gomitate, pugni alle spalle, sui fianchi…

 

 

Isolando spesso il soggetto dal resto dell’inquadratura – grazie ad un uso intelligente del fuori fuoco – il regista riesce a dare voce a un mondo che si è visto rubare il futuro, ma che non ha mai ricevuto la giustizia che meritava, restando troppo spesso nell’ombra, senza lasciare tracce. Potremmo collegare il film diretto da Jan P. Matuszyński – con tutte le differenze del caso – al pestaggio di Stefano Cucchi, vicenda narrata nella pellicola Sulla mia pelle di Alessio Cremonini. Grzegorz Przemyk non era, suo malgrado, un qualsiasi liceale ma il figlio di una modesta poetessa e vivace attivista dei movimenti di opposizione, Barbara Sadowska (interpretata da Sandra Korzeniak), una donna che si ritrova madre senza averne bene coscienza, una donna piena fino al collo di umani difetti e incapacità sociali che non viene messa in secondo piano, perché questa Polonia non ha bisogno di martiri impeccabili, ma di verità storica sì.

Rimangono in mente alcune sue frasi, come: “Non è tuo figlio, è facile parlare”, “Avremo giustizia solo se sopravvivi”, “Mio figlio è morto e nessuno lo riporterà in vita”, “Io non ce la faccio più, vorrei solo morire e trovare la pace. Quando morirò sarò di nuovo con lui”. Prima dei tragici eventi, lei stessa è stata picchiata da agenti in borghese, perché il suo appartamento era stato luogo di incontro con artisti riluttanti al dominio comunista. Questa tragica vicenda è stata al centro degli eventi anche nello spettacolo teatrale Non ci siano tracce messo in scena da Piotr Ratajczak al Teatr Polonia (Warszawa) nel 2018, basato sul romanzo Żeby nie było śladów di Cezary Łazarewicz insignito del Premio Letterario “Nike” nel 2017 (il premio letterario più importante in Polonia).

 

 

“Ogni singolo gesto di libertà, il benché minimo gesto, ogni atto di dissenso con ciò che stava accadendo era per noi un modo di attestare che la dignità umana era dalla nostra parte. Non erano necessari atteggiamenti smisurati o eroici. Qualsiasi cosa poteva essere la libertà: dal negare di esibire i documenti in strada ad un poliziotto, a uscire di notte a camminare da soli in un quartiere isolato fino al fondare una rivista quasi segreta…” (Esilio & letteratura, Julio Cortázar e Liliana Heker, De Piante Editore). Jorge Luis Borges ha scritto: “Noi siamo la nostra memoria, noi siamo questo museo chimerico di forme incostanti, questo mucchio di specchi rotti…”

E proprio perché ci sentiamo rotti, tra depistaggi, condanne ingiuste, calunnie, corruzione di prove, solo mantenendo viva la memoria, possiamo sperare che ciò non accada di nuovo. Grzegorz Przemyk in qualche modo è sopravvissuto alla propria morte e la sua storia è ancora aperta, perché adesso è dentro di noi.

 

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Da quando ne ho memoria, questi sono i miei più grandi amori: canto, teatro, lettura e cinema. Sono una Studentessa del Corso di laurea DAMS presso l’Università degli Studi di Messina. Appassionata di storia dell’arte, letteratura, storia, musica, fotografia e di mummie, il palcoscenico ha fatto parte della mia vita dall'età di 6 anni e da allora non l’ho più lasciato, in qualsiasi veste. Allieva Regista per la Summer School alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano, amo scrivere, in particolar modo poesie e racconti. Pratico volontariato dall’età di 10 anni e Gagarin è la mia prima collaborazione di scrittura come aspirante critica cinematografica.

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