Nel campo con Donatello, Macbettu e Meredith Monk

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Meredith Monk

 

Cosa si potrà mai dire del David di Donatello, che non sia già stato detto?

A partire da questa finanche scontata domanda, che ci ha attraversato nelle affollatissime sale di Palazzo Strozzi a Firenze qualche giorno fa in occasione della nostra visita alla grande mostra Donatello. Il Rinascimento (in corso anche al Museo Nazionale del Bargello, fino al 31 luglio), desideriamo condividere alcuni pensieri che possono forse accomunare, provvisoriamente e paradossalmente, tre proposizioni culturali in cui ci siamo imbattuti nei giorni scorsi: la suddetta esposizione fiorentina, una replica del celebrato Macbettu di Alessandro Serra al Teatro Arena del Sole di Bologna e un incontro-dialogo con Meredith Monk al Teatro Rasi di Ravenna.

Ribaltando l’ovvia questione dell’incomparabile storicizzazione di queste tre forme e biografie artistiche – e consci dell’inutilità di aggiungere parole a quanto ben altre penne hanno scritto su ciascuna di esse – ci interessa, ora, collocarle in un campo.

Per far questo chiediamo aiuto a Pierre Bordieu.

Lo facciamo per almeno due motivi.

Il primo, generale: a un mondo sempre più teso verso la specializzazione e la settorializzazione (di pratiche, saperi… e consumi), il sociologo, antropologo e filosofo francese propone riflessioni frutto di un continuo attraversamento di differenti discipline, dando luogo a «concetti aperti», non isolabili dal sistema da cui scaturiscono.

Il secondo, specifico: la nozione di campo, da lui utilizzata per la prima volta in un articolo del 1966.

«Pensare in termini di campo – spiega Bourdieu – significa pensare in maniera relazionale. In termini analitici, un campo può essere definito come una rete o una configurazione di relazioni oggettive tra posizioni».

Tanto altro si potrebbe – e forse dovrebbe – dire sulle analisi di questo geniale intellettuale a proposito delle forze, dei condizionamenti e delle dinamiche di potere che queste relazioni comportano, ma ciò ci porterebbe (forse) fuori dal presente discorso.

Tornando dunque ai tre esempi presi in esame, pare di interesse rilevare come ciascuno non possa non manifestare la propria azione creativa come parte di un reticolo, di un sistema.

 

ph Ela Bialkowska

 

La mostra fiorentina, curata da Francesco Caglioti, professore ordinario di Storia dell’Arte medievale presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, ospita oltre 130 opere tra sculture, dipinti e disegni e mette a confronto le creazioni di Donatello con capolavori di artisti coevi come Brunelleschi, Masaccio, Andrea Mantegna, Giovanni Bellini e successivi come Raffaello e Michelangelo.

Al di là dei singoli nomi, al centro dell’esposizione è posta la relazione fra artisti e correnti, secondo un approccio rizomatico che evidenzia un fatto incontrovertibile: l’arte è sempre il risultato di proposte che raggiungono il proprio culmine solo quando sono fatte proprie da altri individui, che conferiscono loro nuovi e proteiformi significati.

Il pubblico è invitato a compiere un’azione cognitiva articolata: guardare non solamente alle singole opere, ma soprattutto alle relazioni (formali, tematiche, storiografiche) fra esse.

Nota a margine: l’ampia frequentazione dei luoghi di cultura è certo cosa apprezzabile, ma le folle rendono difficile una serena fruizione, tra cellulari fotografranti, sgomitate a diverse altezze e volumi della voce quanto meno brillanti… consigliamo una visita infrasettimanale.

 

ph Alessandro Serra

 

Il campo abitato e creato dal pluripremiato Macbettu si costituisce dall’agire tra coppie di opposti, al proprio interno: vigorosa carnalità e geometrico minimalismo, comicità clownesca e cupa tragedia, tema portante e variazioni, pietà e terrore, rappresentazione ed evocazione, maschile e femminile, fabula e mistero.

Rispetto all’altro da sé dello spettacolo, in primis certamente risuonano le assonanze tra la cultura sarda e quella elisabettiana, nel senso indicato da Gilles Deleuze là dove ragiona sul lavoro di Francis Bacon: «Nell’arte, in pittura come in musica, non si tratta di riprodurre o di inventare delle forme, bensì di captare delle forze. La celebre frase di Klee “non rendere il visibile, ma rendere visibile” non significa nient’altro».

Nota a margine: a un tale livello di straniante efficacia, tra gli spettacoli di Alessandro Serra, ricordiamo soprattutto il folgorante H+G. Che sarebbe tanto bello, finanche consolante, veder circuitare ancora.

 

 

Meredith Monk, ospite a Ravenna di Malagola – scuola di vocalità e centro studi sulla voce, nel dialogo con Bonnie Marranca ha tracciato le principali coordinate del suo mondo vocalico-poetico.

Una pratica, quella che ha raccontato, tesa a indagare attraverso i suoni e l’arte della scena, un campo di forze ineffabile e sottile.

Tra attenzione e curiosità.

Meditazione e fenomenologia: «Lavorare il più possibile con ciò che si ha davanti. Ascoltarlo e seguirlo».

L’approssimare «spazi segreti» e il porsi, buddisticamente, come principianti.

E la voglia, inesausta, di abitare territori liminali: «Lavorare tra le diverse discipline riflette la vita così com’è».

Note a margine: applausi per la giovane interprete Elena Caccin, che ha svolto con precisione e padronanza una funzione non certo semplice, data l’ampiezza e la specificità dei temi trattati. E peccato per la mancata esecuzione, ancorché annunciata, di alcuni “solo” dal vivo.

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Al di là degli oggetti e dei soggetti, dei piaceri o dispiaceri individuali, il grande merito di queste tre proposizioni è forse un altro: in un’epoca di semplificazioni annichilenti e brutali, nella quale il Make it easy pare porsi come valore assoluto e dirimente, ben vengano proposte che ci fanno un po’ faticare.

Perché forse non ci fa troppo bene sintetizzare sempre tutto ciò in cui ci imbattiamo con un mi piace, un cuore o una faccina.

 

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