La moda del liscio, intervista a Alessandra Stefani

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Alessandra Stefani sul set del film

 

Il liscio è il Re della cultura musicale romagnola. Quando si pensa a questo genere, ovviamente, vengono in mente i nomi di Raul Casadei e della sua famiglia che, negli anni, hanno fatto scoprire questa musica nel mondo. Tuttavia oggi, dopo tanti anni, il liscio sopravvive ancora: una costellazione di artisti “minori” portano avanti la tradizione, facendo evolvere il genere per arrivare anche alle nuove generazioni. La moda del liscio, l’ultimo docufilm di Alessandra Stefani, regista e produttrice della Scarabeo Entertainment, racconta proprio la storia di questi musicisti del presente. Presentato alla 40esima edizione del Bellaria Film Festival, il film verrà proiettato domenica 15 maggio alle ore 18 al Cinema Smeraldo di Bellaria-Igea Marina, seguito da un incontro con la regista.

“Il mio primo lungometraggio era stato in giro per il mondo, toccando quattro continenti: un progetto internazionale, legato al mondo dell’architettura, da cui io provengo”, racconta la regista Alessandra Stefani. “In seguito a questo primo ambizioso progetto – per il quale ho intervistato 9 dei più grandi architetti di opere pubbliche e private nel mondo – ho deciso, da emiliana, di riraccontare una storia territoriale, che è più una mancanza culturale del territorio. Date le mie origini, mi sembrava anche doveroso ripercorrere questa storia. Tuttavia, ho deciso di farlo non con uno sguardo malinconico, bensì cercando di guardare soprattutto al futuro, verso i giovani e verso quelle stelle minori che non hanno segnato la storia del liscio come Raul Casadei. La volontà è quindi stata quella di raccontare il liscio attraverso una serie di costellazioni minori e di farlo in una chiave più divertita, piacevole. La moda del liscio racconta piccole gioie e soddisfazioni di questi musicisti: si tratta quindi di un progetto corale, non legato ad un solo protagonista o alla famiglia Casadei, ma anche a tutti quelli che hanno girato attorno al mondo del liscio e quindi le orchestre, le TV, i ballerini, i cantanti”.

In questa chiave più divertita c’è anche la volontà di parlare a pubblici diversi?

“Penso che il film possa coinvolgere anche un pubblico straniero, un pubblico del nord Europa ad esempio, dove il folklore italiano è molto apprezzato. Dare una nuova chiave al folklore italiano secondo me non è un’idea già vista. È una cosa che si poteva fare ancora. Quindi non ho voluto creare un prodotto già visto di archivio e didascalico come altri bellissimi che sono già stati fatti, ma ho voluto cercare di renderlo un po’ più fresco e diverso”.

Quali sono quindi i materiali utilizzati per comporre il film?

“I materiali che ho utilizzato per realizzare il film sono interviste e immagini di repertorio, tra cui vecchie VHS di Giacomo Gherardelli, che è stato un crooner della musica leggera. Ho utilizzato anche molto l’archivio Luce, l’archivio della Rai e l’archivio Home Movies, un archivio privato di Bologna. Nel film c’è dunque anche un’estetica che io amo molto e che, secondo me, si è mantenuta dall’inizio alla fine”.

 

 

Che ritratto ne emerge della Romagna del passato e di quella del presente? 

“Un popolo del fare, che non ha mai smesso di cantare e di ballare. Un popolo aperto, gioioso e che, anche davanti a sconfitte o a fine carriera, riesce sempre a donare un’energia autentica anche a chi non sa niente del liscio. Ne emerge un territorio ricco di persone e uomini del fare, persone aperte, persone goderecce anche, che sanno coinvolgere il loro pubblico, che sono trainanti anche a fine carriera. Non voglio dire fine carriera del liscio, ovviamente, tuttavia è innegabile che il genere si sia trasformato: si è avvicinato alla musica leggera, gli artisti fanno più concerti e in questo modo coinvolgono anche i più giovani. I nuovi interpreti del liscio – come Lambertini che abbiamo intervistato – riescono a coinvolgere i giovani anche perché reinterpretano il liscio in chiave leggera”.

Il film ha ricevuto la certificazione Green Film per l’attenzione alla sostenibilità ambientale durante le riprese. Come si è lavorato esattamente?

“All’inizio è stato un po’ difficile partire perché avevano degli standard e dei protocolli da rispettare: no carta e plastica sul set e gli spostamenti ridotti al minimo. Tutti copioni e le domande venivano lette sui pc o sugli smartphone – ma questo non è stato un grosso problema – e ci siamo dovuti organizzare con i pasti: non potevamo avere delle posate di plastica quindi ognuno aveva le proprie e dovevamo usare le borracce d’alluminio. Tutti noi ci siamo impegnati in queste settimane di riprese, mettendo in atto questi piccoli accorgimenti. Poi abbiamo avuto il certificatore sul set che viene una tantum senza preavviso e testimonia il rispetto delle norme”.

Si tratta di una vera e propria scelta di produzione della Scarabeo Entertainment, non solo relativa a questo set?

“Alla Scarabeo Entertainment teniamo molto a quello che oggi viene chiamato green, ma per me la sostenibilità è un’etica ambientale e anche nella nostra sede a Fiorano Modenese, che sarà presto Cineporto privato dell’Emilia Romagna, abbiamo ricostruito questo capannone tutto in classe energetica A+, quindi quasi impatto zero. Abbiamo quindi installato il fotovoltaico e utilizzato materiali quasi riciclabili, come il vetro, il gres porcellanato e il legno, e c’è il riscaldamento a pavimento. Abbiamo fatto quindi un investimento importante ma a fronte di un risparmio energetico e a una “economizzazione” futura”.

Green e film è dunque un connubio indissolubile per la Scarabeo Entertainment.  

“Questa è l’etica che la Scarabeo Entertainment cerca e vorrà seguire quasi in tutti i progetti. Non solo in termini di prodotto filmico, ma anche proprio all’interno degli ambienti di lavoro. Perché anche l’ambiente di lavoro è molto importante”.

 

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