Creare immaginari. Di cosa parliamo, quando si dice “normale”?

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Robert Latou Dickinson e Abram Belskie, Norma and Norman, 1943

 

OPS!

Il sentimento della vergogna è protettivo: è talmente sgradevole da farci mettere in atto strategie per evitare di riprovarlo. Ha a che fare con la popolarità e l’immagine di noi stessi che abbiamo faticosamente costruito, e con la riprovazione sociale che rischia di distruggerla. Addentriamoci quindi nei processi che formano gli immaginari a partire da un’onta che ancora mi perseguita. Quando la mente torna a quel momento percepisco una fitta, il bisogno di deglutire; sento di meritarmi un piccolo flagello per aver pronunciato con tanta leggerezza quella parolina che mi si strozza in gola, in grado di bloccarmi l’eloquio. Questa è la mia lettera scarlatta, ma la parola, a differenza dell’umano, nasce senza colpa.

Ero a Bologna, fresca novella single. Dal mio Paesone – troppo piccolo per me – mi spingevo nella Capitale convinta di poter trovare persone ed esperienze che rispecchiassero l’apertura del mio pensiero, le letture sensibili e colte con le quali mi ero formata. Prima di scoprire che genere sessuale, identità di genere e orientamento sessuale possono essere mutevoli e fluidi, mi muovevo completamente immersa nell’inconsapevole torpore dei miei bias, dei miei stereotipi e pregiudizi. In fin dei conti ero stata nutrita in luculliane tavolate di riconferma dei ruoli di genere, binarismo ed educazione cattolica.

Decido quindi di passare la serata in un circolo Arcigay. La musica migliore, la compagnia migliore, i racconti più trasgressivi per il giorno dopo. Certo ero animata da sano desiderio di scoperta, ma le avventure esotiche che avrei potuto riportare al Paesone non erano motivazione da sottovalutare. Vestita giusta giusta e con una certa sicumera mi dirigo in cassa. La persona all’ingresso mi chiede se ho la tessera Arcigay. Con disinvoltura rispondo: “No”. E fin qui tutto bene, ok, è la prima volta in un locale gay. Ma poi aggiungo:

“Però ho la tessera Arci NORMALE”.

Eh sì.

L’ho detto.

La terza puntata di Fuori posto potrebbe finire qui (mentre vado a nascondermi) ma la vergogna è utile quando decidiamo di accoglierla e sentire cosa ha da insegnarci. Così non mi soffermerò sulle contumelie che mi sono presa dopo quella esternazione, ma su come quella N scarlatta, pulsando sul mio petto e sulla mia fronte come una bruciatura, mi ha insegnato a porre attenzione al fuoco mettendomi in ascolto e ridimensionando la portata del mio egocentrismo.

 

Placca dei Pioneer, 1971-1972

 

 NATURA/CULTURA

Il dibattimento su quanto natura e cultura influiscano sullo sviluppo e sulla costruzione dell’identità è acceso. Su un ipotetico continuum, il genere sessuale si potrebbe situare sul punto di partenza NATURA, mentre il ruolo di genere potrebbe trovarsi alla linea di arrivo CULTURA. In mezzo si colloca la costruzione dell’identità di genere.

NATURA. Le cose sono ben meno lineari di come le ho descritte. Pensiamo a qualcosa di così apparentemente facile da categorizzare come l’essere anatomicamente maschi o femmine: anche in un costrutto così osservabile come il genere sessuale (determinato dalle coppie di cromosomi sessuali XX per il sesso femminile e XY per il sesso maschile) può accadere che l’aspetto dei genitali esterni non sia così facilmente definibile, o che siano presenti atipicità da un punto di vista genetico (come la presenza di una tripletta di cromosomi sessuali invece che di una coppia). Quando una persona si colloca fuori dai due generi più diffusi e/o manifesta le caratteristiche di tutti e due vive una condizione intersessuale, o intesex, in realtà non così rara. Nella popolazione umana ha più o meno la stessa incidenza dei caratteri “occhi verdi” o “ capelli rossi”. Certo ne conosceremo di persone con occhi verdi, ma quanti individui intersessuali? Nessuno? Potrebbe essere utile sapere che le persone intersessuali alla nascita sono spesso sottoposte a chirurgia estetica “riparativa” o terapia ormonale, in modo da chiarire (senza chiedere il consenso) l’appartenenza ad uno solo dei due sessi che costituiscono il sistema binario.

CULTURA. Quando veniamo al mondo, oltre ad avere una attribuzione di genere sessuale definita dall’aspetto dei nostri genitali esterni o da un esame genetico, andiamo a riempire un sogno. Il sogno dei nostri genitori, se siamo fortunati, in generale quello più ampio delle ingiunzioni sociali normalizzanti. Ogni società elenca per filo e per segno quello che si attende da uomini e donne determinando i contorni e le caratteristiche dei ruoli di genere, costruzioni culturali propinate come “naturali”. A partire dal colore del fiocco appeso fuori dalla porta, iniziamo a essere investiti di aspettative implicite in merito a quello che dovremo essere e fare in quanto maschi (prima di tutto non essere una femminuccia, e poi: macchinine, costruzioni, giochi violenti, calcio, non piangere, studi scientifici, carriera) o femmine (naturalmente non fare il maschiaccio, e poi: bambole, pentolini, aiutare nelle faccende domestiche, vestiti, trucchi, danza, non rispondere e chiedere il permesso, maternità). Per avere un immediato riscontro di quando questo sistema di comportamenti non abbia nulla di innato e divenga sempre più pervasivo e sistemico con la crescita, agendo al di fuori della nostra consapevolezza, consiglio di guardare uno spot uscito alcuni anni fa: #likeagirl.

NEL MEZZO. Tra il sesso che ci viene attribuito a seconda di un sommario esame visivo e il ruolo che di conseguenza ci viene appiccicato addosso, possiamo provare a cercare ristoro nella piccola oasi di autodiscernimento che è la definizione della nostra l’identità, costrutto complesso e sfaccettato, senso interno e profondo della nostra differenza e autenticità, della continuità nel tempo e nello spazio di ciò che siamo. Solitamente non viene stabilita da un medico, e varia al variare delle condizioni personali, delle relazioni, del contesto socio-politico. Tra i vari livelli che la caratterizzano uno, l’identità di genere, determina il nostro collocarci in un punto specifico del continuum maschile-femminile in un particolare momento delle nostre vite. Possiamo così riconoscerci come persone cisgender quando sentiamo nostro il genere sessuale che ci è stato attribuito alla nascita, come persone transgender quando ci riconosciamo appartenenti a generi differenti da quello che ci è stato assegnato in origine, come persone agender se non ci identifichiamo in alcun genere, oppure soggettivizzarci come persone genderfluid in passaggio non definitivo tra la dimensione femminile, maschile e tutto ciò che ci sta fuori e in mezzo. La biodiversità riguarda le specie e molti altri tratti, e credere che il tutto possa ridursi ad una suddivisione binaria tra due categorie è quantomeno semplicistico. That’s reality.

 

Zackary Drucker e Rhys Ernst, The Longest Day of the Year (Relationship #23), 2008-2013

 

LESSICO VALORIALE

Mi permetto ora di riprendere quella parolina cercando di allargarne il campo semantico. Vergogna, vade retro.

L’origine della parola normalità viene dalla statistica: in una distribuzione di popolazione lungo quella che viene chiamata curva gaussiana o distribuzione normale la norma è il valore centrale, detto anche valore medio. L’unica cosa che questo ci dice è che c’è una probabilità maggiore che la maggior parte della popolazione presenti le caratteristiche che appartengono alla norma. Perché possa esistere la norma devono esistere scarti da essa. No differenze, no norma.

Distribuzione normale o gaussiana

 

Fino a che rimaniamo in ambito matematico, astrazione della realtà, nessun problema. Ma cosa succede se queste parole iniziano a diventare concrete e ad assumere una connotazione morale, relativa a valori desiderabili e ritenuti “migliori”? Se viene fatta una scrematura a priori della popolazione in modo da inserire nella distribuzione normale solo individui che possiedono alcune caratteristiche a discapito di altre? Accade che tutte le persone che assumono in sé quelle qualità verranno elette a rappresentanti della norma, e tutte le altre, sottorappresentate, saranno sempre più marginalizzate man mano che si allontanano dal centro. Questa normalità costruita smette di avere un significato statistico e assume un valore politico, in un contesto di dittatura della maggioranza. Diventa un costrutto culturale organizzato intorno ai tratti della classe dominante, che decide quali requisiti inserire e le definizioni stesse di questi attributi: corpo abile, mente abile, orientamento eterosessuale, genere sessuale maschile o femminile, pelle bianca.

Per cogliere quanto il concetto politico di normalità possa essere parziale e venire rimaneggiato nel tempo e nello spazio, proviamo a riguardare le immagini di questo scritto.

Siamo negli Stati Uniti. Nella prima, Norma e Norman, ci raccontano come nel 1943 due uomini, lo scultore Abram Belskie e il ricercatore Robert Latou Dickinson, utilizzarono le misure di quindicimila occidentali di età compresa tra i 21 e i 25 anni (non proprio la totalità della popolazione umana mondiale, per intenderci) al fine di individuare tipi “ideali”: uomini e donne bianchi, giovani, abili, cisgender.

Nella seconda, la Placca dei Pioneer, posizionata sulle sonde spaziali Pioneer nel 1972 e 1973, troviamo la raffigurazione di un uomo e una donna “modello”, che in caso di contatto con vita extraterreste avrebbero dovuto fornire informazioni sulle caratteristiche medie della vita sul pianeta Terra. Lui, abile e di probabile razza caucasica, saluta e mostra il pollice opponibile. Lei, priva di genitali come un angelo, attende passiva volgendo lo sguardo altrove. Manca qualcosa?

Nella terza vediamo due persone colte in un abbraccio. L’immagine appartiene alla serie fotografica Relationship, esposta nel 2014 alla Whitney Museum Biennale di New York. Il ciclo documenta la relazione affettiva, parallela al doppio percorso di transizione di genere, tra l’artista multimediale Zackary Drucker (persona transgender MtoF – male to female) e il regista Rhys Ernst (persona transgender FtoM – female to male). Relationship prova a raccontare l’atto rivoluzionario del porre le basi di una nuova normalità, che passa attraverso il diritto all’autorappresentazione e all’autodeterminazione, ovvero il parlare e decidere per sé senza che la propria narrazione esca dalle penne, dalle bocche e dalle misure ritenute appropriate dalla maggioranza.

Per liberarci dalla vergogna propongo quindi di sovvertire la statistica e riappropriarci con orgoglio della normalità. Possiamo abusare del potere di fare il mondo largo significando una nuova norma. Da oggi la normalità la attribuiremo a ognuno dei possibili punti di quella magnifica distribuzione di variabilità definita dalla convivenza delle differenze, anziché dal loro matematico annullamento. Con buona pace di tutte le mie tessere Arci.

Lettura:

Fabrizio Acanfora (2021), In altre parole. Dizionario minimo di diversità, effequ

Visioni:

  1. Robert Latou Dickinson e Abram Belskie (1943), Norma and Norman, Warren Anatomical Museum
  2. Placca dei Pioneer
  3. Zackary Drucker e Rhys Ernst (2008-2013), Relationship, Whitney Biennial 2014

 

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