Tragedia del linguaggio: su F-Aìda di Mana Chuma Teatro

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Mana Chuma Teatro, F-Aìda - ph Mariano Nieddu

 

Ad arrivare a Reggio Calabria, da Forlì, ci vogliono otto ore e sei mezzi di trasporto, oltre ai piedi: l’auto fino alla stazione, il treno fino a Bologna, la navetta fino all’aeroporto, l’aeroplano fino a Lamezia, un’altra navetta fino a Reggio Calabria, un’automobile dal punto di arrivo all’hotel.

E in mezzo molti passi, per andare da un posto all’altro.

E file.

E attese.

Ci vuole voglia.

E tempo.

Ed energia.

E pazienza (che l’Umanità è una meraviglia ma gli uomini sono/siamo spesso orrendi)

Caratteristiche che abbiamo ritrovato in F-Aìda di Mana Chuma Teatro, al cui debutto abbiamo assistito il 25 aprile scorso al Teatro Comunale Francesco Cilea.

Di Reggio Calabria, appunto.

A pochi metri da lì, lo Stretto.

Più in là, la Sicilia: qualcosa che vedi e senti ma che non puoi toccare.

Anche questo abbiamo ritrovato, in F-Aìda.

Ma andiamo con ordine.

Innanzi tutto: di chi stiamo parlando.

Leggiamo nel loro sito web: «Compagnia calabrese di teatro contemporaneo, diretta da Massimo Barilla e Salvatore Arena, impegnata nell’ambito della nuova drammaturgia e del teatro civile, vincitrice del Premio della Critica 2019 ANCT».

E ancora: «Ha collaborato con artisti quali Maria Maglietta, Luciano Nattino, Lucia Sardo, Marcello Chiarenza e coprodotto con importanti realtà del panorama nazionale quali Teatro delle Briciole di Parma, Casa degli Alfieri di Asti, AstiTeatro Festival».

Di cosa stiamo parlando.

Ancora, dalla pagina del loro sito dedicata a F-Aìda: «In un seminterrato dove si scannavano i maiali, nel buio di una segregazione attenuata solo da vecchi dischi d’opera, nel buio di una solitudine, Rocco-Aìda si confronta con il corpo del padre morto, in un narrare che è urgenza, è rottura di argini, è il non detto di una vita in un’ora sola. Con il meccanismo e l’incedere di una tragedia greca, si dipana un racconto arcaico di guerre fratricide, di lutti e fazzoletti, tra famiglie che alla stessa terra appartengono e alla terra ritorneranno. Per un odio che nulla salva e tutto divora. Eppure splende ancora nella sua voce un amore senza via d’uscita per un compagno di giochi travestito da nemico, per via di un’anima da femmina incastrata in un corpo da uomo, senza possibilità di fuga».

 

Mana Chuma Teatro, F-Aìda – ph Mariano Nieddu

 

L’alveo in cui si muove questo ensemble, gli artisti di riferimento, così come il sistema di segni messi in campo rimandano pienamente al teatro. Nonostante sembrino emergere senza posa, dall’interno, spinte linguistiche a travalicarne codici e stilemi (una su tutte, lampante: la spazializzazione del suono, a rendere immersiva, a mo’ di installazione, la fruizione di questo accadimento performativo) prevalgono modalità in cui il codice finzionale, così come la sospensione dell’incredulità, sono prerequisiti che il contratto palco-platea che viene tacitamente siglato istituisce e mai tradisce.

Il materiale testuale, oltre a contribuire allo sviluppo diegetico di questa tragedia degli opposti, sembra assolvere a diverse funzioni parallele, essendo qui utilizzato anche come elemento fonico, repertorio di tracce da decostruire e soprattutto motore del dramma dei diversi corpi (fisici, materici, luminosi, sonori) che abitano la scena.

L’evento spettacolare F-Aìda (torna il parallelo con le installazioni immersive accennato poco fa) pare funzionare come oggetto e soggetto connotato su cui agire e a cui reagire – liberamente, potremmo azzardare, nonostante la netta determinazione degli autori.

Pienamente teatrale, ancora, è l’esplicito riferirsi, come si è riportato dalla sinossi, alla tragedia greca e, dunque, all’invenzione stessa del teatro.

Vale forse ricordare che la tradizione rapsodica impregnava di sé la civiltà greca non come tradizione letteraria, ma orale: parola incarnata.

Dramma di fiato e viscere.

Che accadendo scompare.

Dramma nella e della memoria.

Allo stesso tempo – e in F-Aìda se ne ha riprova- la memoria per i Greci è madre delle arti e delle muse. È condizione della conoscenza, ancor prima di esserne veicolo.

Nel corpo-teatro (per dirla con Jean-Luc Nancy) di Salvatore Arena o, meglio, nel sistema di segni che lui e Massimo Barilla pongono in essere, stanno vivi e morti, padri e figli, vincitori e vinti, materia animata e inanimata, organica, inorganica e post-organica.

 

Mana Chuma Teatro, F-Aìda – ph Mariano Nieddu

 

Post.

Il post(o) del dramma, è questa F-Aìda: nel linguaggio, più che nel contenuto referenziale, sembra risiedere la battaglia evocata nel titolo.

Pur senza giungere alla radicalità dello squartamento del linguaggio evocato da Carmelo Bene, qui pare affacciarsi, per stare ancora per un attimo vicino al grande artista pugliese, l’impossibilità dello spettacolo come luogo di visione sostituito dallo spettacolo come oggetto di contraddizione.

Contraddizioni, antinomie, ribaltamenti.

Vien da pensare a un passaggio de Il crudo e il cotto in cui Claude Lévi-Strauss riassume con efficacia una delle possibili necessità di questa antitesi e, forse, della ricerca “antropologica” di Mana Chuma Teatro: «Non si tratta di vogare verso altre terre […] Il rovesciamento che si propone è molto più radicale: solo il viaggio è reale, non la terra, e le rotte sono sostituite dalle regole di navigazione».

Le “regole” sceniche proposte da F-Aìda riguardano l’artigianale costruzione di un dispositivo performativo low-tech costituito da povere cose che richiamano, piuttosto che il “già fatto” di Andy Warhol o Marcel Duchamp, il “già sfatto” di Kurt Schwitters.

Ne risulta una proposizione performativa sfuggente con destrezza, nella quale si producono curiosi parallelismi: tra eventi immaginari, interni al regno narrativo, ed eventi nel regno reattivo dello spettatore.

Per concludere, si potrebbe dire che questo spettacolo pensoso e intessuto di particolari immaginativi propone tre livelli di significato.

Primo: è il racconto di un’avventura.

Secondo: rappresenta il sogno (incubo) di un uomo. Ridicolo, direbbe Dostoevskij.

Terzo: costituisce uno studio sui misteri della mente.

A metter su un dispositivo del genere servono voglia. E tempo. Ed energia. E pazienza. E la disponibilità a star di fronte qualcosa che vedi e senti ma che non puoi toccare.

Proprio come uno spettacolo.

O un teatro.

 

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