Un abbraccio dentro le tenebre nel dolcissimo Sunshine of My Life

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“Parlami, come il vento fra gli alberi… Parlami, come il cielo con la sua terra” con Elisa in cuffia percorro le strade per giungere al Teatro Nuovo Giovanni da Udine. Presentato in World Premiere, nella sezione Fuori Concorso, al 24esimo Far East Film Festival di Udine, Sunshine of My Life (Il sole della mia vita), è un film sociale toccante, colmo di schietta sincerità e calore delicato, dove la crisi dell’individuo e l’aiuto verso il prossimo sono aspetti messi in primo piano. Opera prima della regista di Hong Kong Judy Chu, si apre con l’avvertenza che il film è ispirato a persone reali e a eventi realmente accaduti, perché la stessa Judy Chu è stata cresciuta da genitori ciechi.

Per la regista si è trattato di un progetto dalla lunga gestazione: lo aveva concepito come un lungometraggio, per poi realizzarne una versione corta nel 2015, con il titolo Undernourished?, autofinanziandosi dopo aver tentato invano di trovare degli investitori. Data la sua esperienza familiare, Chu inserisce acute osservazioni di ogni genere sulla vita dei non vedenti.

 

 

Ma vediamo un po’ di cosa tratta questo gioiellino.

Sunshine of My Life racconta la crescita di Chu Tsz-yan, al fianco di due genitori ciechi. Noi spettatori facciamo la sua conoscenza sin da infante, un adorabile batuffolo che gattona pericolosamente nella casa popolare dove abita, mentre la madre Hung (l’attrice pluripremiata Kara Wai) sta cucinando. Quando la piccola Chu (che non è cieca) rimane ustionata nella caduta di una pentola di riso, i parenti ripetono per l’ennesima volta al padre, il venditore ambulante Keung (Hugo Ng), che non è una buona idea lasciare che dei ciechi crescano una bambina. I genitori però non li ascoltano, e raddoppiano il loro impegno per far crescere la figlia in un ambiente sicuro e positivo. I problemi di sicurezza vengono in parte affrontati facendo indossare dei campanelli alla bambina, mentre i genitori devono stare molto attenti a tutte le cose della vita quotidiana, ad esempio per l’identificazione dei medicinali. Man mano che la ragazza cresce, suo padre la porta per le strade perché lo aiuti a vendere la sua merce, e nelle gite in famiglia la si vede leggere allegramente i menù e descrivere il mondo ai genitori. Una delle scene più dolci è quando la famiglia si trova su un autobus per tornare a casa e la piccola Chu descrive ciò che vede fuori, in modo maniacale: gli uccellini che volano e cantano, i cagnolini nel parco, i cartelli… Da adolescente però la situazione non è così felice per Chu (ora interpretata da Karena Ng): è stanca di essere l’unico supporto della famiglia, il loro bastone della vecchiaia, trova irritanti le lamentele della madre, si sente a disagio con i compagni di studio e desidera ardentemente andarsene da Hong Kong. Perseveranti a non farsi piegare dal destino, notiamo come i genitori adottino strategie diverse nella vita – il padre è rilassato e spensierato, la madre sa essere più severa e testarda – ma entrambi hanno il senso della comunità e manifestano una profonda positività. A scuola Chu si esercita nella pittura e durante un momento di sconforto, la sua Docente di arte, che vede in lei un grandissimo potenziale, le sussurra all’orecchio ciò che pensa internamente: “Ogni volta che voglio smettere, mi domando il perché me ne sono innamorata…”. Le procura così un colloquio per entrare alla London Academy Arts, ma la ragazza non potrà sostenerlo per correre in soccorso della madre (per poi scoprire che, in fin dei conti, si trattava di una vera sciocchezza e non di un problema insormontabile). Ma è quando suo padre perde improvvisamente il lavoro che arriva il momento di fare il punto sulla situazione familiare, soprattutto sul suo ruolo all’interno di essa.

 

 

Sunshine of My Life manda diversi messaggi nel corso del suo svolgimento, come ad esempio il padre che si scrolla allegramente di dosso ciò che gli altri potrebbero pensare: “Non mi interessa, tanto non vedo nessuno”, scherza in un momento in cui rischia di mettere in imbarazzo la moglie che, nonostante la sua cecità, si prende cura della famiglia, sa di aver cresciuto bene la figlia e non ha paura di essere derisa.

Le musiche, composte da Ben Cheung, accompagnano in modo efficace il film, donando quel quid in più per renderlo ancora più amabile. 96 minuti dolcissimi, nei quali la regista riesce ad offrire al pubblico il suo sapore cinematografico sentito e personalissimo.

Un finale commovente sugella l’opera: la macchina da presa, con un primissimo piano, riprende un dipinto visto precedentemente (creato da Chu quando aveva appena cinque anni) arricchito adesso da un particolare colmo di pathos. Lo spettatore può solo uscire con una forte emozione in corpo, perché in fondo tutti abbiamo bisogno di quella persona che ci dica “Non aver paura, ci sono io qui con te” (e chi meglio di un genitore?).

Oltre a venirmi in mente le parole di Papa Francesco (“Ogni famiglia è sempre una luce, per quanto fioca, nel buio del mondo”), canticchio Abbi cura di me di Simone Cristicchi…
“Ti immagini se cominciassimo a volare
Tra le montagne e il mare
Dimmi dove vorresti andare
Abbracciami se avrò paura di cadere
Che siamo in equilibrio sulla parola ‘insieme’
Abbi cura di me…”-

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Da quando ne ho memoria, questi sono i miei più grandi amori: canto, teatro, lettura e cinema. Sono una Studentessa del Corso di laurea DAMS presso l’Università degli Studi di Messina. Appassionata di storia dell’arte, letteratura, storia, musica, fotografia e di mummie, il palcoscenico ha fatto parte della mia vita dall'età di 6 anni e da allora non l’ho più lasciato, in qualsiasi veste. Allieva Regista per la Summer School alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano, amo scrivere, in particolar modo poesie e racconti. Pratico volontariato dall’età di 10 anni e Gagarin è la mia prima collaborazione di scrittura come aspirante critica cinematografica.

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