Su Snow di Vanessa Winship

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da Snow di Vanessa Winship, courtesy Vanessa Winship e Deadbeat Club

 

Sarebbe un errore credere che il rapporto tra finzione e fatti sia univoco: non è solo l’artificio a pretendere di restituire un reale, che è parziale, personale, alterato, ma alle volte è anche il dato, il quotidiano, ciò che, con una parola controversa, potremmo definire vero ad apparire naturalmente ricercato, costruito, finto.

La superficie della fotografia è il luogo nel quale si articolano questi giochi ambivalenti tra apparenze, in grado di catturare l’occhio dell’osservatore e stimolare riflessioni. In particolare, è il caso della terza fotografia nella sequenza di Snow, ultimo libro di Vanessa Winship, pubblicato da Deadbeat Club, Los Angeles; nel suo margine inferiore vediamo un frammento di una marciapiede di una certa profondità spaziale, mentre il resto della fotografia, le case laterali e gli alberi che aprono sullo spazio di una radura sembrano quasi elementi di un pannello cinematografico, la cui bidimensionalità solo-avvertita e la supposta staticità stridono con l’asfalto, qui paradossalmente vivo, forse perché metonimia di un passaggio, di un movimento umano.

Un elemento che altrove potremmo definire banale come una porzione di marciapiede qui funge da trompe l’oeil, creando un cortocircuito spaziale. Se c’è qualcosa di chiaro è l’intenzione della Winship: quella di farci riflettere sul vasto tema della rappresentazione, suggerendoci che non si fotografa l’essenza di qualcosa, ma, semmai, la sua apparenza.

 

da Snow di Vanessa Winship, courtesy Vanessa Winship e Deadbeat Club

 

Vanessa Winship, fotografa britannica già conosciuta per i suoi ritratti e altre straordinarie pubblicazioni come She Dances on Jackson e And time folds per Mack Books, realizza un libro lirico, raffinato e delicato con il quale dichiara una sua etica delle relazioni, a cominciare da quella uomo-natura.

Il conflitto-fusione-immersione-dramma-contrasto uomo-natura è al centro delle nostre esistenze e speculazioni; non potrebbe essere diversamente, visti i tempi in cui viviamo, i nostri atteggiamenti, disattenzioni, sottovalutazioni e concezioni estremante autoreferenziali del mondo. Ognuno di noi è invitato a sviluppare il proprio punto di vista intorno a questo argomento; ma sono gli artisti e più in generale gli uomini di cultura ad essere chiamati a una visione, a condividere un pensiero che vada oltre il presente e coinvolga l’intuizione e il progetto di un futuro alternativo.

In questo suo Snow, Vanessa Vinship interpreta tale relazione con un’ammirevole responsabilità estetica; da un lato emerge la necessità della natura, il suo esserci indipendentemente dall’uomo, il suo permanere nel dileguare, i suoi corsi e ricorsi ciclici, dall’altro la contingenza e la dipendenza di quest’ultimo che non può esistere senza natura e in questa è sempre immerso.

La natura qui è sublime e, come una divinità, ha una doppiezza enigmatica: insieme perfezione elegiaca e ambiente non confortevole, rigido, se non addirittura avverso all’uomo. Già dal titolo intuiamo che la neve non è semplicemente una decorazione dal gusto romantico; è una condizione esistenziale, un’atmosfera, un modo di comportarsi ed è come se fosse presente nelle fotografie, anche quando si è sciolta.

Non è forse un caso che la presenza umana sia circoscritta alle fotografie situate nella parte centrale del libro, che è un racconto dentro un racconto, dove Winship descrive la vita quotidiana di una comunità Amish in Ohio; la struttura del libro, visivamente e concettualmente, richiama alla mente la figura di un sottoinsieme contenuto all’interno di uno più grande, del quale solo parzialmente condivide la complessità.

 

da Snow di Vanessa Winship, courtesy Vanessa Winship e Deadbeat Club

 

Nel libro emerge anche un altro tipo di relazione, quella tra immobilità e movimento: da un lato la fissità di certi paesaggi quasi pittorici, l’assenza del soggetto umano nella maggior parte delle fotografie; dall’altro il fluire dei corsi d’acqua, il trotto dei cavalli di cui Winship fotografa con maestria la sospensione dal terreno, in un esercizio di stile alla Muybridge.

La neve quasi sospende la dimensione temporale e al fluire del tempo siamo rimandati solo attraverso la presenza dell’uomo, le sue attività evenemenziali, le sue occupazioni giornaliere. Il paesaggio di Winship trascende la sua localizzazione, la sua temporalità, finendo per rappresentare il paesaggio tout court, quasi un’idea di paesaggio, foriera di una certa fissità, se non fosse per la fotografa che è soggetto di raccordo tra ciò che vediamo e la sua concettualizzazione, persona che cammina, si muove, perlustra le zone descritte, non sempre favorita dalle condizioni metereologiche.

E di relazioni continuiamo a parlare descrivendo il rapporto tra immagini e testo di cui questo libro è un esempio per nulla scontato e banale; tra le fotografie di Winship possiamo leggere alcune pagine di Jem Poster, poeta e romanziere inglese. Il racconto scritto, parte integrante del libro, narra dell’incontro tra una fotografa – che non è Winship – e il suo soggetto non del tutto accogliente, a tratti recalcitrante, accennando così al tema squisitamente contemporaneo dell’agency, della responsabilità delle parti che prendono parte all’avvenimento fotografico.

La storia di Poster è piuttosto significativa se pensiamo che di ritratti di singole persone non ce ne sono in Snow, a parte l’uomo che Winship ritrae dall’alto, avvolto dal nero del suo abbigliamento e dal cappello con ampia falda, che ci impedisce di intravedere anche solo un centimetro del suo volto.

 

da Snow di Vanessa Winship, courtesy Vanessa Winship e Deadbeat Club

 

Non sempre è corretto riferirsi alla sequenza di immagini fotografiche in termini narrativi, definendo il lavoro fotografico come un racconto; in questo caso, però, non sembra fuori luogo: Snow, libro organico dalle carte diverse che ricorda forma, dimensioni e copertina di un notebook, è il luogo nel quale più storie si incontrano, sovrapponendosi, evocandosi a vicenda, creando rimandi e nuove prospettive di sguardo. Winship, insieme a Jem Poster, compone un libro che sembra avere la brevità illuminante di un haiku e la prosa articolata di un romanzo.

Un’ulteriore occasione, dunque, per riflettere intorno alla relazione tra testo e immagine fotografica, alla loro autonomia, complementarietà e generosa eccedenza di significato.

Credo che Snow di Winship possa essere a buon ragione definito come uno dei libri più belli, non solo di questo 2022, ma degli ultimi anni, esempio eccezionale della complessità della fotografia e della profondità dello studio di immagini articolate.

 

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