Escape from Mogadishu: un film corale assolutamente da vedere

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Questo è uno di quei film che la critica invita a guardare, perché necessario e va visto, assolutamente: un’opera corale che, parlando del passato, ci obbliga a puntare lo sguardo su tutti i conflitti del presente.

Escape from Mogadishu, dodicesimo film del regista sudcoreano Ryoo Seung-wan (stratosferico, ma su di lui ritorneremo dopo), in tempi normali, avrebbe sicuramente venduto almeno dieci milioni di biglietti al botteghino coreano ma diviene ugualmente, con 3 milioni di spettatori, il film più visto nel 2021.

Siamo a Mogadiscio, nel 1991, e c’è aria di tempesta.

I ribelli vogliono spezzare la dittatura di Siad Barre, una volta per tutte, e il fuoco della guerra civile sta per divampare.

Cosa succederà alle delegazioni diplomatiche rimaste intrappolate nella capitale somala?

 

 

Presentato come prima italiana per la chiusura della ventesima edizione del Florence Korea Film Fest, ho avuto il privilegio di visionare questo tesissimo action come evento speciale, al Far East Film Festival 24 a Udine.

Dopo gli inevitabili rallentamenti dovuti alla situazione sanitaria, Escape from Mogadishu viene restituito alla dimensione che la sua spettacolarità richiede: quella del grande schermo.

Un blockbuster politico dove la temperatura thriller è altissima e il gioco degli attori fa scintille.

Presente in sala (visibilmente commosso – anche per lui questa sarà la prima visione ufficiale) il nostro Ambasciatore Mario Sica, personaggio-chiave, interpretato da Enrico Ianniello, il quale, con voce tremante, ci racconta diversi particolari: come avvenne il primo avvicinamento tra Corea del Nord e del Sud (dodici giorni sotto lo stesso tetto, non sono facili), che la seconda metà del film è tratta dal vero, ma soprattutto racconta l’uccisione del Primo Segretario dell’Ambasciata della Corea del Nord, Tae Joon Ki, che viene colpito dal fuoco delle guardie.

Sulla lapide, ci racconta sempre Mario Sica, la famiglia chiede, essendo morto in territorio italiano, di far apporre un simbolo e lui sceglie quello della croce.

Ci racconta anche che erano presenti 200 italiani a Mogadishu e che vengono preparati cinque voli d’evacuazione regolari da parte dell’Ambasciata italiana.

Nel Ventesimo secolo la Corea del Nord e la Corea del Sud si sono affrontate in molte furiose battaglie diplomatiche, ma nei primi anni Novanta uno dei principali elementi di contesa riguardava il seggio alle Nazioni Unite.

La Corea del Sud voleva disperatamente diventare uno stato membro dell’ONU, mentre la Corea del Nord si opponeva obiettando che nessuno dei due paesi dovesse esservi ammesso finché non fosse avvenuta la riunificazione.

Tuttavia, poco tempo dopo, le forze ribelli presero d’assalto la città.

Lo spettatore vede in questo modo l’ambasciatore Han che comincia a organizzare una fuga dalla città insieme al suo staff, ma improvvisamente si sentono delle grida fuori dai cancelli dell’ambasciata.

 

La situazione fa paura: l’unica via d’uscita è difendersi dal nemico chiedendo aiuto a un altro nemico.

Con il solo fatto di essersi tesi la mano, rischiano l’accusa di diserzione, ma hanno urgenza di un ponte aereo. E l’intervento italiano si rivelerà decisivo per la fuga…

Nessun altro regista coreano ha un’istintiva capacità di mettere in scena uno spettacolo su larga scala come Ryoo Seung-wan.

In Escape from Mogadishu Ryoo lavora su un quadro particolarmente ampio, catturando la disintegrazione di un’intera città insieme alla tensione e al dramma derivanti dalla situazione dei protagonisti.

Interamente girato in Marocco nei mesi che hanno preceduto l’inizio della pandemia, il film è sorprendentemente realistico e presenta parecchie sequenze stupefacenti che sono rimaste famose dopo la sua uscita in sala, come la scena di un inseguimento che coinvolge auto rivestite di libri attaccati con lo scotch in un tentativo improvvisato di proteggersi dalle pallottole.

Ma davanti la preghiera il fuoco si ferma: la voce del muezzin si spande nell’aria di Mogadiscio e il combattimento improvvisamente si ferma. Tacciono le armi, si spengono i motori delle jeep.

È una magia ma dura poco: pochi secondi e il corteo in fuga per le strade della città ricomincia a essere inseguito da camionette su cui si affollano soldati improvvisati. La meta? L’Ambasciata italiana dove c’è, forse, l’ultima speranza di salvezza.

 

Ryoo Seung-wan viene considerato il Tarantino coreano: inguaribile cinefilo, il suo talento poliedrico sembra non conoscere limiti.

Ha ridefinito i confini di un genere, il film d’azione, anche perché la sua è la storia di un uomo che è stato capace di seguire un’innata passione e di trasformarla in una vera e propria vocazione di vita.

Al liceo per un anno intero salta il pranzo, mettendo da parte i soldi per comprare una cinepresa 8mm usata.

Venendo da una famiglia di umili origini, non gli è permesso studiare cinema.

Nonostante ciò, partecipa a diversi corsi e laboratori per diventare regista, senza mai abbandonare il suo sogno.

Grazie allo studio con Park Chan-Wook e alla sua perseveranza, non è poi così difficile collocare il regista dentro quella New Wave che ha fatto rifiorire l’industria coreana negli ultimi quindici anni.

Nel suo cinema si ritrovano infatti molte delle idee che accomunano quella generazione di registi che ha riportato la Corea tra le grandi cinematografie internazionali.

 

 

Il regista non ha mai pensato a quest’opera come a un film di genere, fin dall’inizio: era importante far provare al pubblico l’ansia e la paura che i personaggi stavano provando.

Invece di seguire le regole di un genere, ha voluto seguire gli stati psicologici fondamentali.

Nei film di eroi, la violenza serve a dare una sorta di catarsi e di piacere, ma la stessa qui è necessaria, non fine a sé stessa.

Ha dovuto considerare situazioni più realistiche e pensare a come avrebbe reagito il pubblico.

Per questo la recitazione delle comparse è particolarmente importante nelle scene più violente: il sorriso di un bambino che ti punta contro una pistola fa più paura di centinaia di spari.

Il gruppo sanguigno che viene scritto dai genitori sulle braccia dei bambini, per qualsiasi evenienza…

La guerra non ha mai vincitori.

Ci sono solo vittime.

121 minuti dove documentarsi alla fine della visione è fondamentale.

Il potere del cinema, davvero difficile da dimenticare.

 

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