Visto da noi: Esterno Notte 2 di Marco Bellocchio

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Dopo la presentazione integrale al Festival di Cannes e l’uscita nelle sale italiane a maggio dei primi tre episodi, ha esordito il 9 giugno Esterno Notte 2, film di Marco Bellocchio.

Seconda e ultima parte, dunque, della sua riflessione, dall’ampio e vivifico respiro, intorno ad un evento discrimine della società italiana e di una intera sua generazione, un transito doloroso e sanguinoso.

È, e tale si conferma anche in questi ulteriori 160 minuti di narrazione cinematografica, un film politico ma sempre guidato da uno sguardo che nella politica cerca di rintracciare l’umanità degli uomini e delle donne che la agiscono, una umanità attraverso la quale riescono a costruire e praticare una Etica, e la maiuscola non è casuale, altrimenti dispersa e dissolta nei rivoli di un individualismo edonistico che spesso la domina.

 

 

Infatti la prospettiva storica, nella distanza dello sguardo temporale, non è disgiunta, anzi sollecita un giudizio cui l’artista ancora una volta non si sottrae e a cui invita noi a non sottrarci, un giudizio sull’oggi di una politica che ha smarrito ogni etica insieme ad ogni umanità, ovvero dimenticando e quasi scotomizzando l’umanità, ha lasciato per strada ogni etica, ora con la e minuscola ovviamente, e finanche la sua possibilità o speranza.

Tra l’altro questo sguardo è ora enfatizzato da una evoluzione narrativa che nella prima parte rimane quasi sempre in controscena, tra assenza evidente e indiscussa necessità.

Avevo infatti scritto, per quella prima parte, di un deuteragonista, essenziale ma anche quasi estraneo ed eccentrico rispetto ad un mondo pubblico in cui sfilano e si riuniscono, senza gioia, gli uomini di un potere incrinato.

Sono le donne, quel deuteragonista, che ora assumono il rilievo giusto, e giusto credo sia il termine più semplice ma anche più appropriato, si fanno avanti, si mostrano sul proscenio e allargano d’improvviso l’orizzonte in cui si appoggia la nostra speranza di vedere e quindi il nostro desiderio di capire.

Sono Eleonora Moro, e sul suo sfondo le figlie, e Adriana Faranda, due donne totalmente diverse per storia, idee e pratiche di vita, eppure in un parallelismo estetico e narrativo evidente sentiamo che qualcosa, se non le unisce, quantomeno le accomuna.

Entrambe, all’interno del racconto filmico, compiono un percorso che ha il suo baricentro nella tragedia di via Fani, un percorso di consapevolezza dagli esiti contraddittori, in sé e tra loro, ma stranamente risonanti.

Ed entrambe sembrano cogliere in maniera singolare l’umanità di quell’ostaggio, non nel senso solo del sentimento ma soprattutto di quella irriducibile qualità che ci rende unici ma condivisi, singolari e plurali insieme, una umanità che l’una aveva dimenticato e la seconda non conosceva.

Eleonora, la Noretta di tante lettere dal carcere, ripercorre, è costretta a ripercorrere in pochi momenti la distanza che si era aperta tra lei e l’Aldo della gioventù, è indotta a recuperare tutto ciò come unica difesa rispetto al vuoto che intorno a loro la politica e le istituzioni italiane blindano nel muro di gomma della consueta insincera solidarietà. Ma non è un percorso, non è un recupero ‘sentimentale’ (pur essendo anche sentimentale), è un recupero profondamente politico che induce e chiarifica il giudizio e cerca di produrre conseguenze politiche.

 

 

In questo, quelle lettere dalla prigionia assumono un ruolo essenziale svelando, nella tenerezza in cui l’umanità dell’uomo si incanala, il desiderio di una sincerità nuova, singolare, esistenziale e in questo socialmente dirompente. Non a caso intorno ad esse fu subito alzata la barriera della “follia” del prigioniero Aldo Moro.

Adriana Faranda, invece, avvia il suo percorso dai lidi di una ideologia forte e inclusiva, quella della lotta armata che vuole una adesione integrale, per intuire, poi sentire e infine scoprire che c’è qualcosa che rimane fuori da tutto ciò, qualcosa che nel rimanere fuori lo contraddice e lo mette in discussione.

Credo sia quel qualcosa di irriducibile che si nasconde nella Umanità e nella umanità di ciascuno, il fondo della loro risonante elaborazione, ciò che alla fine ‘vedono’.

Sono loro le due protagoniste di questa seconda parte, mentre intorno a loro gli uomini del Potere e anche gli uomini delle Brigate Rosse sembrano scolorire in una banale rigidità di pensiero che li trascina quasi in una coazione a ripetere, in cui trionfa la volontà contrapposta di una affermazione nella storia e che l’esito alternativo possibile affiancato al finale ancor più sottolinea.

Il nucleo della contrapposizione tra Fermezza e Trattativa, sorta di allegorie da morality play, era in fondo questa e scorreva tra loro, mentre Eleonora Moro e Adriana Faranda cercano inutilmente di sottrarsi.

Così, direbbe Jan Kott anche su questo film che un po’ shakespeariano lo è, il meccanismo inesorabile della Storia compie il suo corso nonostante Eleonora e Adriana, un meccanismo che domina le volontà più che esserne determinato.

 

 

Ma questo film di Marco Bellocchio non si rassegna, e ha la qualità rara di indurci a pensare e riflettere, di spingerci a guardare dentro, anche a quel meccanismo che sembra invincibile, di sollecitarci a riaprire una ferita mai rimarginata.

Tra commissioni di inchiesta carenti, le solite ambiguità italiane e politici sordi, un atto artistico può essere lo strumento giusto, attraverso la drammaturgia che scorrendo trasfigura i ricordi e, ravvivandone contorni e colori, può farci scoprire qualcosa di non visto o dimenticato.

Di grande qualità la fotografia che asseconda un uso suggestivo, cioè che suggestiona, della macchina da presa. Un giudizio che unisce tutti i protagonisti, in particolare, come già Fabrizio Gifuni, Margherita Buy che a Cannes aveva ricevuto apprezzamento unanime e meritato per la sua interpretazione di Eleonora Moro.

Ci auguriamo che sia un evento attrattivo quanto merita e sostenuto nella sua più capillare distribuzione, in attesa del transito televisivo RAI delle sei puntate il prossimo autunno.

 

ESTERNO NOTTE Scritto e Diretto da Marco Bellocchio. Con Fabrizio Gifuni, Margherita Buy, Toni Servillo, Fausto Russo Alesi, Daniela Marra, Gabriel Montesi.

 

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Ho conseguito la Laurea in Estetica al DAMS dell'Università di Bologna, con una tesi sul teatro di Edoardo Sanguineti, dando così concretezza e compimento alla mia passione per il teatro. A partire da quel traguardo ho cominciato ad esercitare la critica teatrale e da molti anni sono redattrice e vice-direttrice di Dramma.it, che insieme ad altri pubblica le mie recensioni. Come studiosa di storia del teatro ho insegnato per vari anni accademici all'Università di Torino, quale professore a contratto. Ho scritto volumi su drammaturghi del 900 e contemporanei, nonché numerosi saggi per riviste universitarie inerenti la storia della drammaturgia e ho partecipato e partecipo a conferenze e convegni. Insieme a Fausto Paravidino sono consulente per la cultura teatrale del Comune di Rocca Grimalda e sono stata chiamata a far parte della giuria del Premio Ipazia alla Nuova Drammaturgia nell'ambito del Festival Internazionale dell'eccellenza al femminile.

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